Fino alla fine del mondo.

La fine del mondo, prevista dai Maya per il 21 dicembre, è arrivata in anticipo per il mondo della pubblicità italiana.

Pietro Maestri, Marco Calaprice, Antonio Cirenza, Francesco Emiliani (da pochi giorni approdato in Brand Portal), Umberto Casagrande, Marco Carnevale, Vincenzo Celli, Peppe Cirillo, Roberto Greco.

Sono 9 i direttori creativi lasciati a casa in meno di due anni.

Anticipo i commenti: tutti questi nove sono ottimi professionisti e non sono stati licenziati per incapacità, creative o gestionali, piuttosto perché il nostro settore si sta sgretolando.

Magari si stesse parlando di un ricambio generazionale. Mi dispiace disilludervi: non è affatto così.

La verità è che quei nove creativi hanno fatto una carriera che il 99% dei giovani che leggono questo blog non faranno mai. E non perché in Italia non ci siano in giro giovani talenti, semplicemente perché nella pubblicità italiana non esistono più le condizioni per fare una carriera del genere.

La notizia più interessante della scorsa settimana è comunque la defenestrazione di Alessio Fronzoni, la F di Lowe Pirella Fronzoni.

Questo il comunicato brezneviano dell’agenzia: Oggi, Michael Wall, ceo di Lowe and Partners Worldwide, e Alessio Fronzoni, ceo Lowe Pirella Fronzoni, hanno concordato che quest’ultimo lascerà l’agenzia Lowe Pirella Fronzoni entro l’anno, come definito a suo tempo”.

Questa la risposta di Fronzoni il giorno dopo l’epurazione:  “È un mercato marcio. Non ci sono più risorse da investire nelle persone e senza risorse non si va da nessuna parte. Il nostro lavoro è diventato sempre più complesso e i clienti per molto di più che ci viene richiesto sono disposti a pagare sempre meno. Per quanto mi riguarda, il mio dovere l’ho fatto. Cinque anni fa ho preso in mano una struttura giurassica e l’ho traghettata nell’era contemporanea. L’80% dei clienti attualmente in portfolio sono stati acquisiti dopo il mio arrivo. Crescendo inoltre professionalmente all’interno persone di valore. Ma siamo arrivati a un punto in cui le richieste del network non mi trovavano più in sintonia. Lascio ad altri il compito di metterle in atto”.

Nessuna solidarietà personale per Fronzoni. Fino a ieri squalo fra gli squali (sua la proposta un anno fa in Assocomunicazione della Flexibility: una specie di cassa integrazione, abortita alla nascita, che aveva il solo scopo di rottamare i creativi evitando onerose buonuscite alle agenzie) e oggi pesce gatto costretto a sguazzare con i suoi tristi baffoni in uno stagno sempre più angusto.

La vicenda Fronzoni però è interessante da analizzare: le multinazionali dell’advertising dopo aver ridotto ai minimi termini i reparti, lasciato a casa i direttori creativi, ora stanno iniziando a licenziare anche i manager.

Anche in questo caso non si tratta di un ricambio generazionale ma piuttosto di una politica atta a disinvestire in Italia.

Il gruppo Interpublic è stato il primo a operare in questo senso: ha rivoluzionato i vertici di Draft FCB, ha ridotto e dequalificato Mc Cann e infine ha decapitato Lowe Pirella.

Ma gli altri gruppi non è che se la stiano passando meglio.

Il network Publicis è in ginocchio: Publicis va male, Saatchi&Saatchi va male, mentre Leo Burnett, forse quella che va meglio, secondo i rumors ha appena finito un importante giro di licenziamenti.

Leggendo le fanzine pare che l’unico gruppo in salute sia WPP. Ma quelli che si leggono i giro sono solo patetici comunicati stampa autopromozionali. L’obiettivo è chiaro: una volta capito che il nostro mercato non permette più la sopravvivenza a tante agenzie internazionali, WPP si sta impegnando per far apparire le sue sigle come le più brillanti e le più in salute. Ma lo stesso Massimo Costa, qualche settimana fa, ha dichiarato che prevede una riduzione del volume di affari superiore al 10%.

Dunque?

La situazione è chiara: il mondo della comunicazione in Italia si sta evolvendo velocemente e le grandi agenzie soffrono come i vecchi dinosauri. Se sopravvivono ancora è solo perché riescono a cibarsi delle nostre energie e del nostro entusiasmo. Una passione, la nostra, che non ricambieranno mai con un’adeguata remunerazione e con una sana crescita professionale. E nessuno fa eccezione: sono pronti a sostituire ognuno di noi con qualcuno che farà il nostro stesso lavoro pretendendo meno soldi. Perché ormai è evidente che per i network le possibilità di guadagno, e quindi le politiche di investimento, sono su mercati lontani e più attivi del nostro.

Ripeto.

Siamo noi a tenere in vita questi insaziabili e inefficienti dinosauri, e lo facciamo con i nostri sacrifici e con l’ottusa mentalità che sia ancora importante lavorare per sigle di gente morta. E soprattutto con l’ingenua speranza che prima o poi otterremo qualcosa in cambio.

Svegliamoci e smettiamola di farci sfruttare: togliamogli il cibo ai dinosauri e facciamoli sparire. Velocizziamo l’evoluzione.

Tanti Saluti da Bad Avenue.

Donald Draper.

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male grazie 21: serial firer

il 15 giugno 2011 donald pubblicava un post
“breaking news: nuova direzione creativa in armando testa milano”

un anno e mezzo dopo interrompo io le trasmissioni
peppe cirillo e vincenzo celli sono stati fatti fuori

andatevi a rileggere le 40 risposte al post
tanti complimenti ai bravi colleghi
quanti speranzosi inboccallupo
eccovi per esempio un mio spunto
“e dato che siamo amici
peppe caro
permettimi un consiglio
prima di firmare il contratto consulta un bravo avvocato”

ora
aldilà dell’evidenza che questa ormai non è più materia da avvocati
ma piuttosto da psichiatri
vorrei aggiungere un paio di concetti

la metodologia con cui vengono assunti i direttori creativi in armando testa
e soprattutto poi licenziati
dopo demenziali alti e bassi di fiducia e considerazione
non ha alcuna connotazione di professionalità
perchè non è in alcun modo giustificabile una tale sfilza di errori

mi rivolgo sentitamente al prossimo candidato
(candidato contemporaneamente alla direzione creativa at e al patibolo)
no amico
tu non sei migliore di marini mortaroli bachi silva mastromatteo vigo cirenza calaprice celli e cirillo
tu farai esattamente la stessa fine
pensaci prima di accettare

questa storia conferma che le agenzie muoiono con il loro fondatore
o gli sopravvivono impietosamente putrefacendosi a vista d’occhio
cosa resta oggi di bernbach e ogilvy nelle loro sigle?
e resta ancora in at un briciolo della genialità di armando?

non sforzatevi a rispondere
era una domanda retorica

giovanni pagano

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Ferrarelle. Dal bagno di umiltà al bagno è in fondo a destra.

Fra qualche ora Ferrarelle presenterà alla stampa (traduzione: qualche fanzine di settore) la sua nuova campagna televisiva. Il testimonial scelto per l’occasione è Alessandro Gassman, mentre la regia è stata affidata a Leone Pompucci. Non viene citato il nome dell’agenzia, per il semplice motivo che la creatività è stata sviluppata internamente.

Fin qui nulla di scandaloso, o almeno nulla di nuovo, se non fosse che Ferrarelle si è gia distinta in passato per operazioni di comunicazione alquanto discutibili.

Provo a riassumere i fatti.

Più di un anno fa il brand ha indetto una gara non remunerata e ha invitato cinque agenzie italiane. Alla fine della speculativa ha dichiarato che nessuna di queste era stata in grado di sviluppare proposte soddisfacenti.

“Può capitare che una gara non produca un risultato – ha spiegato Michele Pontecorvo, responsabile relazioni esterne dell’azienda - Ferrarelle è un brand sfaccettato, che negli ultimi anni ha subito profondi cambiamenti, dunque non era facile realizzare una comunicazione adatta.

Badavenue si è già espresso a riguardo pubblicando questo il post “Mai immergersi alle Fonti di Caserta” di Dick Withman e addirittura il brief della gara.

Se avrete la pazienza di rileggere il brief vi renderete conto che è superficiale, generico e che probabilmente l’esito negativo della consultazione è da attribuire alla poca professionalità del marketing dell’azienda. Nonostante questo una delle agenzie coinvolte, United 1861, ha deciso di riproporsi e rilavorare gratis per la seconda volta.

Questo è stato il risultato.

E questa è stata la dichiarazione di Pino Rozzi, direttore creativo e ad dell’agenzia: “Quando abbiamo appreso che la gara non aveva prodotto risultati abbiamo fatto un bagno di umiltà e ci siamo rimessi in discussione, convinti che forse l’approccio non era giusto. Così, ci siamo recati alle fonti di Ferrarelle, in provincia di Caserta, e lì ci è venuta l’idea…”

I tempi sono duri per tutti, ma il fatto che una delle migliori agenzie italiane abbia accettato un compromesso del genere non è stato certo un buon segnale per tutto l’ambiente.

All’epoca qualcuno aveva giustificato la marchetta affermando che United avrebbe potuto, con il tempo ed esprimendo le proprie qualità creative, costruire un rapporto di fiducia con il brand, salvando allo stesso tempo un paio di stipendi.

Alla luce dei fatti non è andata così.

È andata piuttosto come doveva andare, perché in assoluto esistono poche certezze ma una la condivido con voi volentieri: così come nella vita quando uno è stronzo è stronzo (precisazione: lo stronzo è generico e non si riferisce a nessuno dei protagonisti in questione), così nel business chi non ha etica né professionalità non cambia certo nel giro di un anno.

Per chi non lo avesse ancora capito: la scelta di United di un anno fa si è dimostrata sbagliata. E sono certo che Pino Rozzi ne sia consapevole. Anzi, scommetto che in questi giorni abbia una gran voglia di andare in bagno a vomitare per aver inseguito uno dei peggiori clienti della pubblicità italiana.

E se questa voglia di vomitare a lui non è venuta, allora vi basti sapere che è venuta a me, tanto dal costringermi a interrompere il mio esilio dorato. Perché non riesco davvero a capacitarmi di una cosa: cosa deve ancora succedere per convincerci del fatto che, in un periodo del genere, la cosa più urgente da fare è recuperare la nostra dignità professionale?

Tanti saluti da Bad Avenue.

Donald Draper

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male grazie 20: adcidenti

incredibile
sono rientrato nell’art directors club

e questo perchè
nonostante i precedenti attriti col presidente guastini
pensavo che questo consiglio dovesse proseguire il suo mandato

continuo a pensare che l’oro durex sia stato salvato inopportunamente
e tuttavia l’eliminazione di metà delle campagne stampa dimostra qualcosa
e cioè che per la prima volta si sia affrontato il problema
che si sia detto “bambini la ricreazione è finita”

e questo sì che ridà dignità al club e all’annual
non le centinaia di pippe degli annual precedenti
che non dimostravano alcunchè sul talento di chi si ostinava a produrle
se non tutta una serie di evidenti problemi psicologici

incredibile
in assemblea eravamo tutti d’accordo con questa nuova impostazione
il consiglio è stato riconfermato all’unanimità
e quando ho espresso il mio solito punto di vista “giustizialista”
che sei anni fa provocava ululati di riprovazione
sono stato addirittura applaudito
non credevo ai miei occhi

credibile invece
in assemblea è saltato fuori che “qualcuno” degli assenti non ci sta
gli sta stretto dovere rispettare le regole come tutti
lo turba non potere telefonare di nascosto per ricattare il consiglio
e dunque c’è una fronda massonica che trama per fondare un nuovo club
e ti pareva

sapete una cosa massoni?
vi prego fatelo
fateci ridere
fondate un nuovo art directors club col dichiarato scopo di fare i fake
non vedo l’ora
bad avenue ha disperatamente bisogno di spunti come questo

giovanni pagano

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Lettere a Donald Draper: “Ecce Digital” di Andrea Bordoni.

Ricevo e pubblico questa lettera che affronta un argomento molto attuale a cui Bad Avenue non è sempre riuscito a dedicare lo spazio che merita.

Sto parlando del Digital.

E lo affronta da un punto di vista interessante: Andrea si chiede, e chiede a tutti noi, se sia sufficiente la capacità di comunicare per fare delle buone campagne digital o se siano indispensabili anche buone conoscenze informatiche.

È una cosa che mi chiedo spesso anch’io e che forse continueremo a chiederci tutti noi finché, finalmente, i creativi old style non si saranno accoppiati con i nerd dando vita alla prima vera generazione di creativi digital.

È una lettera che merita una riflessione da parte di tutti, per questo motivo la lascio come ultimo post dell’estate.

Ci rivediamo a settembre.

“Caro Donald,

seguo il tuo blog da qualche tempo e, anche se, alcune volte mi trovo in disaccordo con i contenuti  ed i toni dei post e dei commenti, ne riconosco la grande utilità come stimolo alla riflessione.

Dato che sono di parte, ho l’impressione che ci sia un po’ troppo poco interesse nei confronti della galassia Digital e vorrei dare il mio piccolo contributo condividendo qualche pensiero.

In questo periodo si parla tanto di Integrazione e di approccio “olistico” alla comunicazione, in particolar modo per quello che riguarda i nuovi Media. Da qualche tempo mi continuo a chiedere:  Li conosciamo veramente? Potrebbe essere che l’ecosistema stia diventando talmente complesso da non poter essere controllato?

Il nostro amico Steve è riuscito a ridurre la distanza tra uomo e macchina, con il suo approccio ha nascosto la complessità sulla quale si basa la tecnologia. Ha fatto un gioco di prestigio, una magia, un inganno, una mistificazione: ci ha fatto credere che la tecnologia sia semplice.

Per quelli che sono nella mia posizione, questa situazione ha qualche risvolto kafkiano: purtroppo l’inganno è così potente da colpire persone molto intelligenti, ma con conoscenze non adeguate in ambito tecnologico. Credo che la situazione sia dovuta in parte alla scarsa preparazione dei singoli, ed in parte all’oggettiva complessità della materia.

Le competenze Digitali si dovrebbero basare su una solida conoscenza dell’Informatica di base, soprattutto in un periodo che denota un cambio radicale di infrastruttura tecnologica ed un aumento tendenzialmente  esponenziale della complessità, varietà e variabilità dell’ecosistema in cui operiamo.

Non vorrei che nessuno si sentisse offeso da queste considerazioni e spero che da queste parole possano scaturire riflessioni interessanti.
Viviamo in un periodo di continuo fermento, solo chi troverà gli strumenti adeguati per capire la situazione riuscirà ad aprire nuovi sentieri”.

Andrea Bordoni

 

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Lettera aperta ai Grandi Manager della Pubblicità Italiana.

Sulla vicenda della gara Poste, che Bad Avenue ha raccontato qui la settimana scorsa, intervengono anche Annamaria Testa e Massimo Guastini con una lettera aperta pubblicata sul blog dell’Adci e che per comodità riporto qui sotto.

Mc Cann, nonostante sia stata sensibilizzata su ogni fanzine e blog del settore, continua imperterrita la sua politica del silenzio.

Nel frattempo interviene anche Massimo Costa, presidente AssoComunicazione, che stigmatizza il dumping ma che dichiara anche di non poter prendere provvedimenti in quanto Mc Cann non fa più parte di AssoComunicazione da diversi anni.

Massimo Costa annuncia anche la pubblicazione di un Codice Deontologico nonché un Road Show per scoprire e comprendere i bisogni e le necessità di tutte le agenzie associate. Ottime idee le sue, peccato che, nonostante il suo sbandierato pragmatismo, ha fatto passare 8 mesi senza che AssoComunicazione combinasse un bel nulla.

A realizzare tutte queste belle cose non poteva pensarci dal giorno in cui è stato eletto?

Questa invece è la lettera di Annamaria Testa e di Massimo Guastini.

“Cari colleghi,
una domanda semplice semplice: come fanno le grandi agenzie, gran parte delle quali peraltro iscritte ad Assocomunicazione, a sopravvivere e pagare stipendi coi prezzi che stanno chiedendo ai clienti?

Eppure il Codice Deontologico di Assocomunicazione recita (art 7): La giusta remunerazione è l’elemento fondamentale che assicura la qualità dei servizi offerti e l’indispensabile professionalità. Il compenso è riconosciuto come l’elemento portante che regola i rapporti fra Associate e utenti. L’applicazione del giusto compenso e la difesa della sua integrità costituiscono principi fondamentali da ribadire a salvaguardia delle professionalità del settore.

C’è qualcosa che ci sfugge e, da imprenditori indipendenti della pubblicità, attenti sia alla qualità, sia alle condizioni di lavoro, sia ai conti, saremmo incantati di saperne di più.

Prendiamo, fra i moltissimi, un caso recente (Poste Italiane) che ha coinvolto diversi nomi noti. Ricordando che ci sono casi anche più imbarazzanti.
Nel caso di Poste Italiane si tratta di un incarico che dura tre anni, chiede – a detta del cliente – il coinvolgimento costante di più persone, e viene aggiudicato a circa 60.000 euro complessivi. Vuol dire 20.000 euro all’anno. Il costo, spese generali escluse, di un singolo stipendio regolare da apprendista: circa 1000 euro al mese.

C’è qualcosa che non torna. Facciamo qualche ipotesi
1. su quel lavoro, per quel cliente, verrà impiegata una singola professionalità del valore di 1000 euro al mese, e senza un centesimo di guadagno per l’agenzia
2. su quel lavoro verranno impiegate persone che guadagnano molto meno. Anzi: magari niente …ma quale professionista lavora gratis?
3. su quel lavoro verranno impiegati fior di professionisti, pagati però da più consistenti tariffe versate da altri clienti
4. su quel lavoro verranno impiegati fior di professionisti, attualmente sottoutilizzati perché l’agenzia è alla frutta, ci sono più dipendenti che clienti ed è meglio lavorare sottocosto che tenere la gente a girarsi i pollici
5. su quel lavoro si guadagnerà comunque, facendo la cresta, per esempio, sulle spese di produzione. O con qualche altro artificio poco trasparente
6. non è vero che che il lavoro chiede molto impegno di molte persone: verrà fatto a costo zero nei ritagli di tempo, alla faccia del cliente e come capita capita
7. su quel lavoro verranno persi un bel po’ di soldi… ma perché?
a. c’è il gusto di fregare la concorrenza col dumping, anche a rischio di farsi del male da soli
b. le grandi agenzie sono ricchissime e di farsi pagare tutti i lavori non gli importa un fico
c. le grandi agenzie italiane sono comunque per la stragrande maggioranza sedi periferiche di gruppi multinazionali, che fanno profitti in economie più vivaci. E agli headquarter di quel che, nel bene e nel male, succede in Italia interessa poco

Dai, cari colleghi, illuminateci con qualche altro motivo comprensibile, e migliore.
Se ce ne sono, vuol dire che avete fatto l’invenzione del secolo: il lavoratore virtuale. Gli annunci autogenerati. Lo spot automatico. Il viral che si inventa da solo. Oppure avete robotizzato l’intera agenzia.

Sì, illuminateci: noi, che continuiamo come si faceva una volta a lavorare a lungo sui brief, a investire tempo per trovare idee efficaci, a formare e a pagare le persone, siamo ansiosi di sapere che futuro, scaturito da quale meravigliosa trovata, aspetta tutti noi e le imprese italiane che continuano, nonostante tutto e in questi tempi complicati, a fare affidamento sulla buona comunicazione pubblicitaria”.

Annamaria Testa e Massimo Guastini.

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Un milione di views.

20 mesi di blog per 1 milione di views.

In questo piccolo spazio di autocelebrazione ricordo che i miei canali social sono:

Bad Avenue su Facebook.

@badavenue su Twitter.

Donald Draper su Linkedin.

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Posta in gioco.

Si è appena conclusa la gara per Poste Italiane: due lotti in palio.

Il primo riguardava BancoPoste, con un budget da 3,4 milioni di euro in 3 anni, e il secondo Poste istituzionale, con un budget da 2 milioni di euro in 3 anni. All’aggiudicazione del primo lotto hanno partecipato Young&Rubicam e Ogilvy&Mather. Al secondo Ogilvy&Mather, Mc Cann, TBWA\Italia e Saatchi&Saatchi.

All’apertura della buste sono risultate vincitrici Young&Rubicam, che ha richiesto un fee del 3,9% e Mc Cann, che ha proposto un fee dell’1,95% e uno sconto sui listini del 12%.

L’esito ha scatenato polemiche nell’ambiente, tanto che Marco Fanfani di TBWA ha dichiarato: Un fee così basso è sinonimo di autolesionismo perché a fronte di quanto richiesto da Poste, e di quanto proposto da McCann e Saatchi, sarebbe impossibile non andare in perdita. Il team di lavoro richiesto è di 7 persone complessivamente coinvolte per un totale di 3,1 impiegate full time. Su un investimento inferiore ai 3 milioni è difficile pensare che da una remunerazione dell’1,9%, pari dunque a una remunerazione di circa 60 mila euro, l’agenzia possa ricavarne il minimo profitto. Avranno avuto i loro motivi per farlo ma alla categoria nuoce e questo rappresenta uno svilimento ulteriore per chi lavora in un’agenzia”.

Michele Sternai, CEO di Mc Cann, giorni fa ha invece commentato: “Mi rendo conto che perdere fa dispiacere. Non ho altro da aggiungere”.

Dato che Sternai è in silenzio, aggiungo qualcosa io.

Fanfani ha ragione: i 60.000 euro richiesti da Mc Cann non hanno senso, specie nella delicatissima situazione in cui si trova l’agenzia al momento. Perché un’agenzia come Mc Cann che sta perdendo soldi non dovrebbe trovare clienti che le fanno perdere altri soldi.

Il dumping è spesso figlio della disperazione e dell’ottusità.

In questo caso si tratta dell’ottusità di un’intera classe dirigente: la nostra. Perché se Sternai è un pessimo manager, lo è anche Caiazza di Saatchi&Saatchi che propone un fee dell’1,5% – equivalente a 30.000 euro. Queste sono cifre che danno un’idea di come i manager delle multinazionali intendono affrontare il futuro della comunicazione in Italia: sfruttando gente disposta a lavorare gratis, o per stipendi da fame, dequalificando la nostra professionalità e distruggendo le sigle che dirigono. Perché con un fee da 60.000 euro quante persone paghi? E che tipo di professionalità paghi?

Purtroppo non è più come un tempo che un cliente acquisito portava lustro all’agenzia e creava un effetto volano nel new business. Oggi un cliente non profittevole è solo un cancro che incuba all’interno costringendo le strutture a disinvestire sulle risorse e abbassare l’asticella qualitativa.

A breve si attende la risposta ufficiale di AssoComunicazione.

Massimo Costa ha vinto con la sua Young&Rubicam il lotto 1 con un dignitoso 3,9%, ma è facile tenere il fee più alto quando sei in gara con te stesso: sia Young&Rubicam sia Ogilvy appartengono a WPP, di cui Costa è CEO in Italia. Ecco quanto è evidente oggi il conflitto di interessi: Costa è CEO di Young&Rubicam, di WPP Italia e anche presidente di AssoComunicazione, l’associazione di agenzie pubblicitarie che mesi fa ha salutato il suo avvento come quello del messia ma che oggi si sta sfaldando per colpa della crisi, dell’inedia del nuovo consiglio e del comportamento poco virtuoso degli associati. Perché Mc Cann non farà più parte di AssoComunicazione ma Ogilvy sì, e anche se questa volta ha presentato un fee dignitoso non possiamo dimenticare che anni fa si era aggiudicata lo stesso incarico di Poste con un fee dello 0,8%.

Questi sono i numeri, crudi, che testimoniano che in Italia le grandi agenzie sono agonizzanti perché guidate da persone incapaci di fare business. Manager capaci di produrre profitto solo tagliando posti di lavoro e tenendo le retribuzioni al minimo. Ma il sistema è sempre più fragile perché si basa ormai sulla vanità di persone disposte a farsi sfruttare pur di avere una sigla di gente morta sul curriculum e sul biglietto da visita.

E queste persone sono sempre meno, e sempre meno qualificate.

Tanti saluti da Bad Avenue.

D. D.

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Dall’agenzia al call center.

Pubblico in home page un commento del post precedente che giudico particolarmente significativo e attuale.

Qualche giorno fa sono usciti i dati di settore che ci dicono che alla fine dell’anno gli investimenti pubblicitari accuseranno una perdita del 7,5% rispetto al 2011. L’unico media che sale è il web (+12%), mentre i media classici avranno tutti il segno meno davanti: radio (- 5%), tv (- 8%), quotidiani (- 11%), periodici (- 13%), outdoor (- 15%), cinema (- 25%).

Lorenzo Sassoli de Bianchi, presidente UPA lo ha definito “un anno orribile, l’anno più brutto dal dopoguerra”.

E  se perfino uno squalo come Martin Sorrell, presidente WPP, ha dovuto ammettere “io sono un ex chief financial officer ma sono il primo a riconoscere che tutto si è spostato troppo verso i tagli dei costi” significa che stiamo passando un periodo proprio brutto.

Ecco il commento di Luca.

“Personalmente confermo la situazione orribile. Ho perso il lavoro a dicembre 2011 e da allora ho fatto vari colloqui per posizioni da copy senior quale sono. Risultato? Mai stato richiamato. Ma in tre di queste agenzie ho poi appurato che la posizione è stata coperta da un junior alle prime armi, in stage o simile contratto sottopagato, quindi non c’era proprio partita. Pur avendo grande passione e voglia di fare ormai mi sono rassegnato, al momento è davvero impossibile trovare un buco (o almeno io non ci riesco, non avendo particolari conoscenze e appoggi) né in grandi né in piccole, quindi per ora dato che come freelance di lavoro non ne trovo al di là di offerte tipo “articoli di 50 righe pagati 1 euro” e anche andare all’estero mi sembra un salto nel buio, tiro avanti con turni al call center, senza troppe lagne, ché almeno l’affitto riesco a pagarlo. Del resto tra i miei nuovi colleghi ho conosciuto un chimico, un laureato in giurisprudenza, un masterizzato alla Bocconi e uno con un dottorato in filosofia, tutti con storie simile alla mia. Mentre chi può permetterselo fa gli aperitivi e i fake, qua fuori la realtà è questa”.

Luca

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La replica di Emilio Haimann.

Ripesco dai commenti e pubblico in home page la replica di Emilio Haimann al mio post di questa notte. Lo faccio per dare spazio alla sua replica, non per farlo insultare (censurerò quindi i commenti ingiuriosi come ho appena fatto con quello di Ghandi).

“E va bene.
Mi ero ripromesso di non intervenire, ma pazienza.
E’ dall’asilo che mi chiamano kaimann.
E un motivo c’è, in effetti.
Viviamo in un mondo di persone che ha il senso dell’umorismo, dell’ironia e adora la battuta rapida, per fortuna.
Come te, sembra.
E come me.
A me piace ridere. Spesso, volentieri e anche adesso.
E’ vero, a differenza di te, sono un uomo e non sono un fake (se vuoi fare dell’ironia anche sulla canzone di Rosanna Fratello, mi sta bene: una meravigliosa assurdità di una donna che non era una santa forse perché era un fratello).
Per la cronaca, ho lavorato negli anni ottanta (due terzi), novanta, duemila.
E sai che c’è? Siccome mi piace, continuo a farlo oggi.
Per Gianni Lombardi, nel 1994 ho aperto un’agenzia di creatività multimediale, si chiamava Hyphen.
Non da solo, con altri.
Nel duemila l’abbiamo venduta a Ogilvy. Da lì è nata Ogilvy Interactive, se non sbaglio.
Questo significa che il digitale non l’ho mai snobbato, nonostante abbia un bel 50 passato.
Significa anche che le tue argomentazioni sono un pochino superficiali.
Ma te lo concedo, non sei il mio biografo, come nessun altro qui.
Significa anche che io sappia come investire il mio tempo e le mie risorse?
E che tutto ciò mi porti dei risultati?
Certo e meno male.
Per Ratti, come fai a dire che ho presentato 7 proposte in una gara? Fai i giochini? Io non so che cosa hai presentato tu.
E, comunque, questo mi conferma solo che le gare sono proprio uno schifo.
E, se anche fosse vero delle 7 proposte, prova a spiegare a tutti che cosa ci sarebbe di male, così rendiamo questa conversazione utile e non sterile.
N.B. l’idea del convegno era già nelle interviste che ho rilasciato prima di questa faccenda, ma neanche tu hai la sfortuna di essere il mio biografo e, dunque, non potevi saperlo.
Per Pagano, grazie ma non ti scusare, so che cosa comporti alzare la mano in un nido di serpenti nascosti nel buio.
In ogni caso è servito, sappilo.
Ho ricevuto molte telefonate di amici e anche no e anche giovani, che mi dicono hai ragione, facciamo qualcosa insieme per mettere fine a questo maltrattamento del nostro lavoro.
Forse, a differenza di altri qui, hanno capito il senso della mia lettera e delle mie azioni.
Il che fa di me un autopromoter?
Per forza, si tende a parlare agli altri per farsi ascoltare.
Sarebbe un po’ assurdo il contrario, no?
Faccio questo per fare new business?
Per la miseria, Donald, ecco perché hai aperto il blog. Ed ecco svelata la potenza delle fanzine di settore.
Per un cliente, non te la prendere, non ce l’ho con voi.
Non più del giusto.
Io mi aspetto solo che riconosciate la creatività quando la vedete e che partecipiate al percorso creativo anziché mortificarlo.
Se oggi tu fossi venuto al convegno UPA e avessi ascoltato che cosa ha detto Lorenzo De Rita capiresti che cosa intendo.
Ma questo vale per tutti, qui dentro: se non date credito a me, datelo a Lorenzo, magari di lui vi fidate.
Per Marchionni, non te la prendere, qui si consumano vendette, rigorosamente anonime.
Per tutti, evidentemente vi ho fatto arrabbiare.
Ma io volevo provocare l’intelletto, non gli intellettuali”.

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