La fine del mondo, prevista dai Maya per il 21 dicembre, è arrivata in anticipo per il mondo della pubblicità italiana.
Pietro Maestri, Marco Calaprice, Antonio Cirenza, Francesco Emiliani (da pochi giorni approdato in Brand Portal), Umberto Casagrande, Marco Carnevale, Vincenzo Celli, Peppe Cirillo, Roberto Greco.
Sono 9 i direttori creativi lasciati a casa in meno di due anni.
Anticipo i commenti: tutti questi nove sono ottimi professionisti e non sono stati licenziati per incapacità, creative o gestionali, piuttosto perché il nostro settore si sta sgretolando.
Magari si stesse parlando di un ricambio generazionale. Mi dispiace disilludervi: non è affatto così.
La verità è che quei nove creativi hanno fatto una carriera che il 99% dei giovani che leggono questo blog non faranno mai. E non perché in Italia non ci siano in giro giovani talenti, semplicemente perché nella pubblicità italiana non esistono più le condizioni per fare una carriera del genere.
La notizia più interessante della scorsa settimana è comunque la defenestrazione di Alessio Fronzoni, la F di Lowe Pirella Fronzoni.
Questo il comunicato brezneviano dell’agenzia: “Oggi, Michael Wall, ceo di Lowe and Partners Worldwide, e Alessio Fronzoni, ceo Lowe Pirella Fronzoni, hanno concordato che quest’ultimo lascerà l’agenzia Lowe Pirella Fronzoni entro l’anno, come definito a suo tempo”.
Questa la risposta di Fronzoni il giorno dopo l’epurazione: “È un mercato marcio. Non ci sono più risorse da investire nelle persone e senza risorse non si va da nessuna parte. Il nostro lavoro è diventato sempre più complesso e i clienti per molto di più che ci viene richiesto sono disposti a pagare sempre meno. Per quanto mi riguarda, il mio dovere l’ho fatto. Cinque anni fa ho preso in mano una struttura giurassica e l’ho traghettata nell’era contemporanea. L’80% dei clienti attualmente in portfolio sono stati acquisiti dopo il mio arrivo. Crescendo inoltre professionalmente all’interno persone di valore. Ma siamo arrivati a un punto in cui le richieste del network non mi trovavano più in sintonia. Lascio ad altri il compito di metterle in atto”.
Nessuna solidarietà personale per Fronzoni. Fino a ieri squalo fra gli squali (sua la proposta un anno fa in Assocomunicazione della Flexibility: una specie di cassa integrazione, abortita alla nascita, che aveva il solo scopo di rottamare i creativi evitando onerose buonuscite alle agenzie) e oggi pesce gatto costretto a sguazzare con i suoi tristi baffoni in uno stagno sempre più angusto.
La vicenda Fronzoni però è interessante da analizzare: le multinazionali dell’advertising dopo aver ridotto ai minimi termini i reparti, lasciato a casa i direttori creativi, ora stanno iniziando a licenziare anche i manager.
Anche in questo caso non si tratta di un ricambio generazionale ma piuttosto di una politica atta a disinvestire in Italia.
Il gruppo Interpublic è stato il primo a operare in questo senso: ha rivoluzionato i vertici di Draft FCB, ha ridotto e dequalificato Mc Cann e infine ha decapitato Lowe Pirella.
Ma gli altri gruppi non è che se la stiano passando meglio.
Il network Publicis è in ginocchio: Publicis va male, Saatchi&Saatchi va male, mentre Leo Burnett, forse quella che va meglio, secondo i rumors ha appena finito un importante giro di licenziamenti.
Leggendo le fanzine pare che l’unico gruppo in salute sia WPP. Ma quelli che si leggono i giro sono solo patetici comunicati stampa autopromozionali. L’obiettivo è chiaro: una volta capito che il nostro mercato non permette più la sopravvivenza a tante agenzie internazionali, WPP si sta impegnando per far apparire le sue sigle come le più brillanti e le più in salute. Ma lo stesso Massimo Costa, qualche settimana fa, ha dichiarato che prevede una riduzione del volume di affari superiore al 10%.
Dunque?
La situazione è chiara: il mondo della comunicazione in Italia si sta evolvendo velocemente e le grandi agenzie soffrono come i vecchi dinosauri. Se sopravvivono ancora è solo perché riescono a cibarsi delle nostre energie e del nostro entusiasmo. Una passione, la nostra, che non ricambieranno mai con un’adeguata remunerazione e con una sana crescita professionale. E nessuno fa eccezione: sono pronti a sostituire ognuno di noi con qualcuno che farà il nostro stesso lavoro pretendendo meno soldi. Perché ormai è evidente che per i network le possibilità di guadagno, e quindi le politiche di investimento, sono su mercati lontani e più attivi del nostro.
Ripeto.
Siamo noi a tenere in vita questi insaziabili e inefficienti dinosauri, e lo facciamo con i nostri sacrifici e con l’ottusa mentalità che sia ancora importante lavorare per sigle di gente morta. E soprattutto con l’ingenua speranza che prima o poi otterremo qualcosa in cambio.
Svegliamoci e smettiamola di farci sfruttare: togliamogli il cibo ai dinosauri e facciamoli sparire. Velocizziamo l’evoluzione.
Tanti Saluti da Bad Avenue.
Donald Draper.
