Il Pifferaio Magico e i pipiccoli fiammiferai di Dick Whitman

Decine di nostri colleghi sono impegnati, proprio in queste ore, nella lotta  per salvare un sogno.

Qualcuno ha già sintetizzato questa battaglia disperata con un motto quanto mai toccante: la matita non deve morire.

Non vi nascondo che al termine di questo post vi inviterò a fare qualcosa di concreto, anche solo un piccolo gesto. Ogni centesimo di euro potrebbe essere decisivo.

So che siete impazienti di rendervi utili, ma procediamo con ordine e lasciatemi il tempo di narrarvi tutta la storia. Un po’ mortificante e per certi versi anche patetica.
Ma sta a noi, proprio a noi feccia di Bad Avenue, scrivere un finale glorioso.

Ci eravamo lasciati persuadere dai canti del bardo pipiccola che “the headliners” fosse stato un travolgente successo.
Si pensava che la fortuna toccata al libro sui migliori copywriter italiani (secondo il bardo) avrebbe spianato la strada a un’operazione editoriale analoga, dedicata agli art director.
Prima delle vacanze estive erano infatti già stati realizzati i servizi fotografici.

Il Gotha dell’art direction italiana attendeva, palpitante e scalpitante,  la presentazione del libro.
Che in effetti è arrivata, anche se solo a fine novembre e non esattamente nella forma auspicata dai nostri pipiccoli fiammiferai.

Lasciatemi ora cedere il ruolo di voce narrante direttamente al “Pifferaio Magico”.
Posso farlo grazie al  rinvenimento di un epistolario ricco di particolari e sfumature.

6 dicembre 2012

Carissimi, venerdì 30 novembre sera a Milano,  presso l’accogliente dell’ATM Bobino, si è tenuta la presentazione del libro, o meglio del progetto del libro ‘Parola di Art Director’. Mentre sul monitor passavano le bellissime foto scattate dagli allievi dell’Istituto Italiano di Fotografia, e su un tavolo era possibile vedere gli impaginati curati dallo Studio Matite Giovanotte di Forlì, prendevano il microfono anche Gianpietro Vigorelli, Gianfranco Marabelli, Fritz Tschirren, e Lele Panzeri. Ognuno di loro ha parlato del presente e del futuro vostro mestiere. La sintesi estrema l’affido a una frase di Lele: “la matita non deve morire”. Lo confesso: uso strumentalmente la citazione del Lele per invitarvi a non fare morire questo progetto, che per vedere la luce, o meglio la stampa, ha bisogno del vostro supporto. Come annunciato nel corso della serata la pubblicazione del volume sarà possibile se ognuno di voi si impegnerà ad acquistarne alcune copie. Una decisione, per altro suggerita da alcuni di voi, motivata dal fatto che, a differenza dell’anno scorso per il volume sui copywriter, quest’anno è venuto meno il contributo determinante di alcuni importanti sponsor.

Mi riapproprio momentaneamente del ruolo di narratore, per  confessarvi un pensiero maligno:
ma forse che the headliners non è andato esattamente a ruba?
Forse che il pipifferaio puffo abbia un po’ esagerato nei suoi resoconti trionfali sul libro dei copywriter?

O il problema è che degli art director non fotte più un cazzo a nessuno?

Mi chiedo se Pepe reggerebbe la notizia.

Tremo di orrore a immaginarmi un manipolo di tacchini gloglottanti avviati verso il precipizio, per  l’ultimo grande balzo in avanti.
Come  tragici lemming.
Ma grazie a Dio, il Pifferaio Magico non ha gettato la spugna:

Agli Under 30, a fronte di 100 €, offriamo 8 copie del volume che avrà un prezzo di copertina di 28 € (valore complessivo 224 €).

Agli altri offriamo 15 copie a fronte di 200 € (valore complessivo: 420 €).
Ovviamente, chi vorrà ordinare più copie non soltanto è il benvenuto ma avrà
un riconoscimento particolare!

Lo so, fa un po’ tanto “venghino venghino”. Alcuni di voi potrebbero storcere il naso. Ma vi prego, aspettate prima di giudicare. Riponete parole desuete come orgoglio e dignità.
Chiudete gli occhi e ripetete  con me, tutti insieme: “la matita non deve morire”.
Poi, chiedetemi pure: che cosa hanno fatto a questo punto i pipiccoli fiammiferai?

È ancora il Pifferaio Magico a raccontarcelo, in un’altra puntata dell’epistolario.

12 dicembre 2012

Carissimi,
Con grande piacere vi comunico che l’appello ‘Dio salvi gli Art Director!’ è stato raccolto da molti di voi. Anzi, moltissimi.
Dopo la prima ora dall’invio della mia ultima mail, ben 10 persone avevano risposto positivamente. A oggi siamo arrivati quasi a 30!
 
Colgo l’occasione per ricordarvi chi ha aderito. L’elenco è più o meno in ordine di arrivo (da runner amo le metafore sportive). Il primo a tagliare il traguardo è stato Matteo Righi, che ha risposto dopo appena 17 minuti. Gli altri hanno seguito a ruota, e sono: Federico Pepe, Maurilio Brini, Marco Peyrano, Lorenzo Picchiotti, Massimiliano Longo, Gaetano Del Pizzo, Francesca Schiavoni, Laura Trovalusci, Pierluigi Bachi, Giordano Curreri, Luca Albanese, Enza Fossati.  
 
Altri hanno dato conferma a voce o via sms. Cito ad esempio: Lele Panzeri, Enrico Dorizza, Gianfranco Marabelli, Michele Göttsche, Roberto Battaglia, Gianpietro Vigorelli, Roberto Pizzigoni, Giovanni Pagano, Roberto Fiamenghi, Giuseppe Mastromatteo, Vincenzo Gasbarro, Sergio Müller, Roberto Battaglia, Gianpiero Vigorelli, Bruno Ferlazzo.
 
Spero di chiudere il giro delle adesioni prima di Natale, e vi terrò aggiornati.

E se non ce la facessero? Se restassero solo 28 i nomi della lista? Che poi in realtà sono 26, perché il Pifferaio Magico ha contato due volte Vigorelli e Battaglia. Forse per blandirli.
Non lasciamo la crème de la crème dell’art direction in ambasce.

Non lasciamo morire la matita.

Devo purtroppo confessarvi che non tutti si sono dimostrati entusiasti all’idea del Pifferaio Magico.
Come pensate che sia venuto in possesso dell’epistolario?
La triste verità è che gli art director potrebbero non avere il loro bel libretto.

La buona notizia è che non mi pare ci siano Under 28 in questa lista. Quindi sono tutti contribuenti da 200 euro.
Il che significa 5200 euro.

Ma non sono ancora sufficienti.

Portatevi una mano sul cuore.
Ripetete ancora una volta: “la matita non deve morire”. Poi prendete il portafoglio. Resistete alla tentazione di estrarre una moneta.
Siate grandi.
Mettete 5 euro in una busta e speditela a BBDO (via Lanzone 4, 20123 Milano), alla cortese attenzione di Federico Pepe.
Oppure  mandatela a United 1861 (Via G. Fiamma 18, 20129 Milano), alla cortese attenzione di Roberto Battaglia.

Naturalmente ricordatevi di inserire nella busta anche un foglio bianco che riporti scritto a chiare lettere: La matita non deve morire.
Fatelo. Soprattutto se siete senza lavoro, precari, stagisti maltrattati.
E se mai riuscirete ad avere un colloquio  con loro,  mentre solleveranno  nasino e sopracciglia davanti ai vostri lavori e parleranno di se stessi, voi potrete guardarli dritti negli occhi e pensare:
“è grazie anche a me se hai la tua paginetta del cazzo nel libro”.
Fatelo. 5 euro sono un gin tonic in meno. Ma vi sentirete meglio.
Certe soddisfazioni non hanno prezzo.

Dick Whitman.

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Che vi piaccia o no.

Bad Avenue è l’unica voce libera e indipendente della pubblicità italiana. E questo che vi piaccia o no.

È l’unico spazio dove si possono leggere le notizie che le fanzine non scrivono. Le storie che danno fastidio alle agenzie, ai clienti e alle associazioni.

Ha uno stile tutto suo, è vero: sa essere sgraziato, volgare e violento, ma dice la verità. Quella che molti tacciono e che dà fastidio a chi è abituato a occultare i vizi, i difetti e le malefatte della nostra categoria. È anche vero che molti commenti risultano odiosi ma la maggior parte di questi sono brillanti, ironici, intelligenti.

La sua voce è neutrale: non ho mai censurato nessun intervento, nemmeno sulle agenzie che giudico stiano facendo bene (l’ultimo esempio è quello di MC Saatchi).

I motivi per cui mi sono preso una lunga pausa sono tanti: il più importante di tutti è che negli ultimi tempi mi sembrava di sparare sulla Croce Rossa. L’ambiente è talmente disastrato che non esistono più i cattivi, ma solo una folla indistinta di poveracci.

Con mia grande sorpresa ultimamente ho riguardato le statistiche e, nonostante la mia assenza, il blog viaggia sulle views di sempre.

Questo per me significa una cosa: il nostro ambiente ha bisogno di questo spazio. Fosse anche solo per sfogare le tante frustrazioni, ma ne ha bisogno.

È altrettanto vero che anch’io ho bisogno di voi per rendere meno gravoso il compito di “resistere” e per rendere questo blog sempre più utile e intelligente.

Bad Avenue cerca collaboratori per il 2013.

Cerca gente che abbia voglia di scrivere cose intelligenti e che abbia gli attributi per sopportare le critiche che arriveranno.

Chi vuole cominciare a collaborare con Bad Avenue può scrivere a badmen69@gmail.com.

Tanti auguri di buon anno (e ce n’è davvero bisogno) da Bad Avenue.

D. D.

Nel frattempo vi ricordo i canali social di Bad Avenue:

il mio profilo personale su Facebook è Donald Draper; la fanpage è Bad Avenue; il profilo Twitter è @badavenue; su Google+ sono Donald Draper; su Linkedin sono Donald Draper.

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L’ultima cena.

Questa sera c’è la cena natalizia di Leagas Delaney. Chissà se avranno invitato anche le 5 persone con contratto a progetto lasciate a casa ieri, o se saranno presenti solo quelle in cassa integrazione.

Comunque sia si tratterà di una cena fake, come nella migliore tradizione dell’agenzia.

Tanti saluti da Bad Avenue.

D. D.

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Lettere a Donald Draper “Parental Control” di Filippo.

Ricevo e pubblico questa critica a Bad Avenue. Preciso che questo blog non ha mai censurato niente e, di conseguenza, pubblica ogni lettera che gli arriva ed ogni notizia che gli viene segnalata, sempre che abbia fondamenti di verità. Nonostante questo giudico che ci siano argomenti più importanti di altri. E per me le vicende dei licenziamenti in agenzia hanno la priorità assoluta. Per due motivi molto semplici: riguardano direttamente le persone e nessun altro ne parla.

“Scusa Donald, vedo che l’argomento licenziamenti tira sempre moltissimo, specie tra gli sciacalli e i gufi che popolano questo mestiere. Ma se non ti dispiace ti farei notare una piccola cattiva abitudine del nostro paese, esattamente unadi quelle che ci fanno sprofondare nella cacca in cui tutti ci troviamo oggi, in ogni agenzia, settore, o campo: il nepotismo più becero.

Tu hai visto che Pirelli ha lanciato un bello spottone da un minuto, girato nel nord del mondo e costato pure una cifra vicina al milione di Euro?

Su questo spot stava lavorando da tempo l’agenzia internazionale del gruppo (la 72 and sunny). Ma, a pochi giorni dall’inizio produzione, il genero di Tronchetti Provera, capo di MC Saatchi, sposato con sua figlia Giada, fa un sorpasso a destra e fa girare ai suoi – senza gara, affidamento diretto parentale – questo spot anni 80 con tutto l’indotto che rappresenta. Disgusto e rabbia e incredulità negli uffici dell’agenzia di Cavallone che davvero non riusciva a spiegare ai suoi tale incredibile comportamento degno di un paese sottosviluppato e corrotto.

Ecco la news.

Io mi chiedo solo questo: in quale paese del mondo il CEO di un’azienda importante affiderebbe il suo grosso budget a un’agenzia guidata dal marito della figlia? Ti rispondo io: solo nel Far West. Il Far West che è diventato questo mercato e questo paese.

Ecco perché poi le agenzie sono costrette a licenziare (e quelle guidate dai parenti eccellenti sono costrette ad assumere).

Mi piacerebbe che ogni tanto, invece di prendertela con i più deboli costretti loro malgrado a far quadrare le 50 noccioline a disposizione per le 1oo scimmiette che lavorano con loro, guardassi anche questi bellissimi inciuci che avvengono nei salotti buoni.

Con cordiale affetto”.

Filippo

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Aprire o Morire.

Questa sera – mercoledì 19 dicembre alle ore 19 – l’ADCI ha convocato un’assemblea straordinaria.

All’ordine del giorno l’apertura dell’associazione: se la maggioranza dei soci voterà a favore, il Club sarà aperto a tutti i creativi italiani, a prescindere dai premi vinti singolarmente. Le 3 entries nell’annual non costituiranno più un requisito necessario per associarsi.

Mi auguro che il Club capisca quanto sia anacronistica la sua attuale visione elitaria e decida di aprirsi. Anche perché non ha alternative: un’associazione di 200 persone non può avere né peso economico né politico. Mentre un Club aperto a tutti può diventare rappresentativo di una categoria bistrattata come la nostra.

A voi la scelta.

Tanti saluti da Bad Avenue.

D. D.

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Frutta marcia nelle scuole.

La settimana scorsa sono finite in carcere 11 persone in seguito a un’indagine della Guardia di Finanza sugli appalti truccati da alcuni dirigenti e funzionari del Ministero delle Politiche Agricole.

Gli 11 arrestati sono: Giuseppe Ambrosio detto ‘Centurione”, ex capo di gabinetto dei ministri Galan e Zaia e figura di spicco di tutta la vicenda; Stefania Ricciardi (moglie di Ambrosio) e Francesco Saverio Abate, entrambi dirigenti del Ministero; il dirigente pubblico Ludovico Gay; il dirigente della Confederazione Italiana Agricoltori Alfredo Bernardini; l’impiegato del Ministero Michele Mariani; mentre sono ai domiciliari il funzionario Luca Gaudiano, il direttore del Consorzio Parmigiano Reggiano Riccardo Deserti e gli imprenditori Maria Claudia Golinelli, Luigi Cardona e Oliviero Sorbini.

Tratto questa notizia sul blog perché tra i bandi di gara incriminati c’è il progetto di comunicazione Frutta nelle Scuole, del valore di oltre 13 milioni. Di Frutta nelle Scuole abbiamo gia parlato in passato, qui, ma va precisato che la corruzione è antecedente all’assegnazione del budget a Y&R Roma, colpevole soltanto di aver prodotto un film orribile, sia dal punto di vista creativo sia da quello esecutivo.

Sotto accusa c’è un’altra agenzia di comunicazione di Roma, la Union Contact di Oliviero Sorbini. Già nel 2001 il deputato Zaccheo (AN) presentò un’interrogazione parlamentare sulla vicenda.

Ecco un estratto:

“Pur nel comprensibile e condivisibile obiettivo di promuovere e pubblicizzare le produzioni nazionali del settore agricolo, tali campagne evidenziano una ricorrente presenza di una società privata di intermediazione e servizi denominata «Union Contact Srl» (…) per quale ragione, a fronte di decine di ben più grandi e qualificate strutture societarie di comunicazione, pubblicità e produzione televisiva, il ministero abbia affidato tutte le sue campagne e attività televisive ad un’unica e ricorrente società (…)”.

Vengono spontanee alcune domande.

Perché un’agenzia assolutamente sconosciuta vinceva tutti i bandi di comunicazione del Ministero delle Politiche Agricole? Perché ci sono voluti 11 anni per indagare su una cosa che sapevano tutti? Perché tante agenzie italiane non partecipano più ai bandi pubblici?

Le risposte sono semplici.

Meno semplice è capire perché Assocomunicazione non faccia sentire la sua voce su questo argomento. In un periodo come quello attuale in cui i privati fanno fatica ad investire in pubblicità, i budget del settore pubblico potrebbero tornare utili per salvare agenzie vere e posti di lavoro qualificati.

Ma Assocomunicazione non esiste più: se ne sono perse tracce da tempo. Il Conducator Massimo Costa, eletto dal Comitato dei Saggi per salvare l’Industria Nazionale, si è dedicato a tappare le falle della sua corazzata WPP. Non è un caso che mentre lui dichiara perdite per un modesto 10% altri network come Publicis e Interpublic stanno affondando.

Tanti saluti da Bad Avenue.

D. D.

Ecco il testo completo dell’interrogazione parlamentare del 2001 (Fonte Dagospia).

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LPF rest in peace di X.

Ricevo e pubblico.

“Prossima settimana (probabilmente già domani) il reparto creativo della sede milanese verrà azzerato. Questo perché l’inetta che è ora a capo del reparto, per puro capriccio e per far sopravvivere i suoi amicici, sposterà tutti i clienti di Milano a Roma (che, come già detto, li ha persi tutti e non per colpa del Fronzonaccio). Questo anche perché il fancazzista che sostituisce ad interim il CEO, non è capace (ma soprattutto poco gli importa) di fare new business. La situazione è paradossale. Quanto potrà ancora durare la Lowe in Italia? Con queste premesse poco, pochissimo.

Un abbraccio a chi ancora ci crede”.

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male grazie 22: errori di comunicazzone

alla presentazione del libro di vespa
il cameraman c’era o ci faceva?

giovanni pagano

il pazzo

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“La Coop sei tu. Ma la copy chi è?” di copywriter senza copyright.

Ricevo e pubblico volentieri un contributo che introduce un tema molto interessante: il copyright per i creativi.

“La Coop sei tu. Ma la Copy chi è?

Qualche tempo dopo il lancio dello slogan “La Coop sei tu. Chi può darti di più!”, un cliente della Coop di Ravenna scrisse una lettera ad Andrea Necchi, l’account che all’epoca gestiva il budget Coop in Tbwa, per fare personalmente i complimenti all’autore, dato che lo riteneva “un’autentica cannonata”.

Questa richiesta fu subito girata a Maria Carla Elvetico, la copywriter che, nel 1982, creò quello che sarebbe diventato uno degli slogan più longevi della pubblicità italiana, lavorando alla campagna di rilancio del supermercato in coppia con l’art director Patrizia Bona.

La Coop era la più grande organizzazione di consumatori in Italia, con oltre 1 milione di soci. Associarsi costava 10.000 lire e dava diritto alla remunerazione delle quote sociali, alle offerte speciali e agli sconti, segni della partecipazione attiva alla gestione della cooperativa. Da qui l’idea del payoff. La sua forza risiede nella verità: la Coop è un’associazione dove chi vende e compra sono la stessa persona, e nella brevità della proposizione.

Nelle quattro parole che lo formano, è inserito il nome del prodotto, che rimane così legato allo slogan in modo indissolubile. Nel 1985, il fortunato motto divenne ulteriormente popolare con gli spot di Peter Falk, un attore molto noto in Italia, che si proponeva come il tenente Colombo, detective e cliente “ingenuamente” curioso.

Nel 1992, Woody Allen accettò di girare quattro spot televisivi, ricevendo un compenso piuttosto elevato che scatenò qualche polemica proprio tra i consumatori che sentivano di appartenere alla Coop.

Quest’autunno lo slogan ha compiuto trent’anni ed è da lungo tempo entrato a far parte dei modi di dire della lingua italiana, e delle frasi più citate nella storia della pubblicità.

Per fare qualche esempio: in occasione dello scandalo sui presunti finanziamenti illeciti a Botteghe Oscure da parte della Lega delle Cooperative, in seguito alle accuse lanciate da Craxi ad Occhetto, Giannelli esce sul Corriere con diverse vignette. In una, Di Pietro dice ad Occhetto: la Coop sei tu. Chi può dirmi di più?

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In un’altra, Fassino chiede a D’Alema: La coop sei tu?

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Nel 2000, Staino usa lo slogan per parlare della proposta di creare le cooperative di prostitute. La moglie di Bobo: “Le prostitute in cooperativa?”. E Bobo: “Addio allo slogan la Coop sei tu, spero.”

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Una nefasta previsione. Nel 2008, il claim fu sostituito da un obamiano “Insieme si può”, tentativo presto abortito con il ritorno al vecchio inossidabile slogan, in una campagna ora affidata a Luciana Littizzetto.

Sono molti i copywriter che se ne sono attribuiti la maternità o la paternità (almeno una decina, secondo Aldo Cernuto, direttore creativo di Cernuto, Pizzigoni & Partners che, nella sua carriera, di portfolio ne ha visti davvero tanti).

Roberto Caselli, Mauro Costa, Pepe Sangalli sono alcuni dei creativi della Tbwa, allora colleghi di Maria Carla Elvetico, testimoni della nascita di uno degli slogan più riusciti, che ha accompagnato e promosso la crescita della più grande catena di distribuzione in Italia.

Peccato che nessun altro sapesse chi ne è l’autrice.

Forse è giunto il momento di chiedere i diritti d’autore, per evitare anche l’appropriazione indebita delle idee”.

Copywriter senza copyright

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Fino alla fine del mondo.

La fine del mondo, prevista dai Maya per il 21 dicembre, è arrivata in anticipo per il mondo della pubblicità italiana.

Pietro Maestri, Marco Calaprice, Antonio Cirenza, Francesco Emiliani (da pochi giorni approdato in Brand Portal), Umberto Casagrande, Marco Carnevale, Vincenzo Celli, Peppe Cirillo, Roberto Greco.

Sono 9 i direttori creativi lasciati a casa in meno di due anni.

Anticipo i commenti: tutti questi nove sono ottimi professionisti e non sono stati licenziati per incapacità, creative o gestionali, piuttosto perché il nostro settore si sta sgretolando.

Magari si stesse parlando di un ricambio generazionale. Mi dispiace disilludervi: non è affatto così.

La verità è che quei nove creativi hanno fatto una carriera che il 99% dei giovani che leggono questo blog non faranno mai. E non perché in Italia non ci siano in giro giovani talenti, semplicemente perché nella pubblicità italiana non esistono più le condizioni per fare una carriera del genere.

La notizia più interessante della scorsa settimana è comunque la defenestrazione di Alessio Fronzoni, la F di Lowe Pirella Fronzoni.

Questo il comunicato brezneviano dell’agenzia: Oggi, Michael Wall, ceo di Lowe and Partners Worldwide, e Alessio Fronzoni, ceo Lowe Pirella Fronzoni, hanno concordato che quest’ultimo lascerà l’agenzia Lowe Pirella Fronzoni entro l’anno, come definito a suo tempo”.

Questa la risposta di Fronzoni il giorno dopo l’epurazione:  “È un mercato marcio. Non ci sono più risorse da investire nelle persone e senza risorse non si va da nessuna parte. Il nostro lavoro è diventato sempre più complesso e i clienti per molto di più che ci viene richiesto sono disposti a pagare sempre meno. Per quanto mi riguarda, il mio dovere l’ho fatto. Cinque anni fa ho preso in mano una struttura giurassica e l’ho traghettata nell’era contemporanea. L’80% dei clienti attualmente in portfolio sono stati acquisiti dopo il mio arrivo. Crescendo inoltre professionalmente all’interno persone di valore. Ma siamo arrivati a un punto in cui le richieste del network non mi trovavano più in sintonia. Lascio ad altri il compito di metterle in atto”.

Nessuna solidarietà personale per Fronzoni. Fino a ieri squalo fra gli squali (sua la proposta un anno fa in Assocomunicazione della Flexibility: una specie di cassa integrazione, abortita alla nascita, che aveva il solo scopo di rottamare i creativi evitando onerose buonuscite alle agenzie) e oggi pesce gatto costretto a sguazzare con i suoi tristi baffoni in uno stagno sempre più angusto.

La vicenda Fronzoni però è interessante da analizzare: le multinazionali dell’advertising dopo aver ridotto ai minimi termini i reparti, lasciato a casa i direttori creativi, ora stanno iniziando a licenziare anche i manager.

Anche in questo caso non si tratta di un ricambio generazionale ma piuttosto di una politica atta a disinvestire in Italia.

Il gruppo Interpublic è stato il primo a operare in questo senso: ha rivoluzionato i vertici di Draft FCB, ha ridotto e dequalificato Mc Cann e infine ha decapitato Lowe Pirella.

Ma gli altri gruppi non è che se la stiano passando meglio.

Il network Publicis è in ginocchio: Publicis va male, Saatchi&Saatchi va male, mentre Leo Burnett, forse quella che va meglio, secondo i rumors ha appena finito un importante giro di licenziamenti.

Leggendo le fanzine pare che l’unico gruppo in salute sia WPP. Ma quelli che si leggono i giro sono solo patetici comunicati stampa autopromozionali. L’obiettivo è chiaro: una volta capito che il nostro mercato non permette più la sopravvivenza a tante agenzie internazionali, WPP si sta impegnando per far apparire le sue sigle come le più brillanti e le più in salute. Ma lo stesso Massimo Costa, qualche settimana fa, ha dichiarato che prevede una riduzione del volume di affari superiore al 10%.

Dunque?

La situazione è chiara: il mondo della comunicazione in Italia si sta evolvendo velocemente e le grandi agenzie soffrono come i vecchi dinosauri. Se sopravvivono ancora è solo perché riescono a cibarsi delle nostre energie e del nostro entusiasmo. Una passione, la nostra, che non ricambieranno mai con un’adeguata remunerazione e con una sana crescita professionale. E nessuno fa eccezione: sono pronti a sostituire ognuno di noi con qualcuno che farà il nostro stesso lavoro pretendendo meno soldi. Perché ormai è evidente che per i network le possibilità di guadagno, e quindi le politiche di investimento, sono su mercati lontani e più attivi del nostro.

Ripeto.

Siamo noi a tenere in vita questi insaziabili e inefficienti dinosauri, e lo facciamo con i nostri sacrifici e con l’ottusa mentalità che sia ancora importante lavorare per sigle di gente morta. E soprattutto con l’ingenua speranza che prima o poi otterremo qualcosa in cambio.

Svegliamoci e smettiamola di farci sfruttare: togliamogli il cibo ai dinosauri e facciamoli sparire. Velocizziamo l’evoluzione.

Tanti Saluti da Bad Avenue.

Donald Draper.

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