Buongiorno a tutti.
Ringrazio Donald Draper per avermi offerto uno spazio presso una platea così qualificata, con piena libertà di scelta degli argomenti.
Come ho detto a Donald, i temi di cui mi piacerebbe parlare sono le disuguaglianze economiche, il mercato del lavoro negli Stati Uniti, i suicidi in Telecom France e dei contadini in India, le vere cause – cioè quelle che i mezzi di informazione occultano – dell’attuale crisi dell’Eurozona, singolare fenomeno di censura che non ha eguali nella storia della Repubblica.
Ma il tema che più mi interessa, e che sarà il filo conduttore di tutti i miei interventi, è il ruolo dell’economia, ovvero di un’ideologia travestita da scienza, e di come essa sia ormai riuscita a plasmare ogni aspetto della nostra vita.
In quest’opera di demistificazione, sarà fondamentale il confronto col passato.
Trent’anni fa, casi come quelli presentati e discussi nella “Lettera di una giovane creativa qualunque a un direttore creativo qualunque” o in “Non so più chi sono” sarebbero stati semplicemente impensabili.
Allora il sistema economico era completamente diverso da quello attuale.
Allora vivevamo ancora, almeno in Europa, in quella che è stata definita “età d’oro del capitalismo”.
Un periodo dove tassi di crescita economica mai visti nella storia dell’umanità si accompagnavano a un’equa distribuzione della ricchezza creata.
Il sistema non era esente da difetti, in quanto lasciava fuori l’ambiente e il Terzo Mondo, ma era comunque un buon compromesso fra capitale e lavoro, con un forte stato sociale e la possibilità per la maggior parte dei lavoratori e dei cittadini di sentirsi sicuri e di raggiungere uno status soddisfacente.
A quei tempi, lo ricordo per chi non c’era, in caso di shock esterno l’economia rallentava fino a fermarsi, ma nessuno perdeva il posto di lavoro. Le ristrutturazioni, i licenziamenti, le delocalizzazioni e le esternalizzazioni erano semplicemente proibite.
Ma l’economia allora cresceva molto più di oggi.
Ma la disoccupazione – che comunque c’era ed era difficile trattare – allora era molto più bassa rispetto a oggi.
Quel sistema è stato distrutto. Ci hanno messo trent’anni, trent’anni di falsità e di menzogne, hanno usato tutti gli argomenti possibili e immaginabili, molti dei quali vengono ripetuti ancora oggi (il sistema era insostenibile, creava debiti, l’economia cresceva poco – ma quando mai? – , i sindacati impedivano di ridurre la disoccupazione, i giovani erano penalizzati – adesso stanno bene, vero? –) insomma, giornalisti, economisti, intellettuali dei miei stivali, tutti uniti, alla fine ce l’hanno fatta.
Quel sistema è stato ridicolizzato e cancellato, sostituito dal mondo neoliberale nel quale molti di noi oggi vivono. Mentre chi comanda, vive in un altro mondo, quello dei monopoli, della concorrenza imperfetta, dell’assimmetria informativa, delle insormontabili barriere di ingresso legate al censo, alle conoscenze, alle interessenze mafiose, alla corruzione.
(Apro una parentesi: il vecchio sistema dove non si licenziava non era affatto un sistema bloccato. Fra gli anni ’80 e ’90 l’Italia era ai primi posti nel mondo in quanto a flessibilità del mercato del lavoro. Se ci pensate un attimo, arrivate sicuramente a capire perché. Ma credete che le sterminate coorti di giornalisti, economisti e intellettuali cialtroni lo abbiano mai detto?)
Il nuovo sistema, come vedremo, non nasce per caso ma ha un suo perché. Che sostanzialmente si riassume nella rivincita delle classi alti e nella progressiva emarginazione e pauperizzazione delle ceti medi e medio bassi.
Lungo questo percorso ci imbatteremo in alcune scoperte non proprio piacevoli.
Scopriremo, quando ci occuperemo della crisi dell’eurozona, che in Italia e in buona parte dei paesi occidentali non esistono più organizzazioni che possono essere considerate di sinistra.
I dirigenti dei partiti di sinistra, i sindacalisti, gli intellettuali, rientrano infatti forzatamente in una di queste tre categorie: gli stupidi, gli ignoranti o i corrotti.
Un esempio per capire. Qualche tempo fa, Barbara Spinelli ha scritto un’accorato appello a favore dello Stato Sociale (“Abolire la miseria”, Repubblica, 28 dicembre 2012). Solo che le istituzioni europee e i vincoli economici che lei benediceva in quanto garanti del patto fra generazioni, in realtà sono stati pensati e realizzati per ottenere esattamente l’effetto opposto, cioè per disgregare, ridurre e alla fine cancellare il welfare. Non male come risultato.
Scopriremo infine che l’economia, in ultima analisi, non è altro che la continuazione della politica con altri mezzi. Più sottili e subdoli, perché provvedimenti che hanno il solo scopo di togliere ai poveri per dare ai ricchi vengono fatto passare per interventi neutrali, dettati dalle imprescindibili necessità della logica economica. E che senza questo paravento ideologico, nessuna autorità politica sarebbe mai stata in grado di adottare.
Per oggi, mi fermo qui.
vonhayek
Interessante e molto. Mi dicono che France Telecom e’ una realtà molto vicina a larga parte del terziario italiano ormai (anche a livelli dirigenziali non solo call center) e che i pochi che in sindacato ancora ci combattono sono in burningout.
aggiungo che il problema di deregolamentazione del terziario e di perdita dei principali diritti con la storia della flessibilità pure questo è un tema in generale sottaciuto. Nel senso che, in media e nonostante l’anomalia Marchionne, in Italia è più tutelato l’operaio del lavoratore del terziario . Per non parlare del knowledge worker (tra cui pubblicitari) che sono proprio a livelli bassissimi, nonostante o proprio per, la loro importanza strategica nella tenuta sociale.
La minore tutela e indubbia. Penso che dipenda piu dalla vicinanza culturale, oltre che proprietaria, delle agenzie con il mondo anglosassone. Avremo modo di riparlarne.
Manifesto del borghesismo qualunquista.
via a fare shopping freddy
Interessante: sento che mi piacerà.
Bene.
Toh! I cantori del progresso da bere, toccati duro nel portafoglio,
ora si occupano di economia politica, empatizzano con le sofferenze del loro barista
a 30 euro from dusk till down e financo con quelle dei contadini indiani.
Controinformazione senza se e senza ma. Ma tanto tanto tanto tanto tanto.
Piu che controinformazione, il mio obiettivo e fare informazione. Per esempio, nel caso di Telecom France molte fonti negano la esistenza del fenomeno. Uno di questi articoli negazionisti lo ho trovato persino su Le Monde. Idem per la storia dei contadini indiani.
toh, la gospel girl….
Bravo Von. rileggere dopo questo intervento le piccole polemiche sui licenziamenti nelle insignificanti agenzie italiane, fa ridere.
Benvenuto al tuo post e al tuo stile.
Vorrei incoraggiarti a continuare e a trascurare i provocatori di professione.
“Fra gli anni ’80 e ’90 l’Italia era ai primi posti nel mondo in quanto a flessibilità del mercato del lavoro”. Si prega di allegare prove documentali perché è un’affermazione moooolto difficile da sostenere.
“Un periodo dove tassi di crescita economica mai visti nella storia dell’umanità si accompagnavano a un’equa distribuzione della ricchezza creata”. Tassi di crescita economica mai visti nella storia dell’umanità? Vuoi prove documentali anche di questo?
Sono opinioni e non fatti. Ma tutti in Italia scrivono|parlano così dando per noti e indiscutibili fatti che tali non sono.
Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.
Provocatori di professione, semolice lettore?
Che gli ex persuasori occulti, i megafoni del dominio ecc ecc. – in altre parole, sbrigativamente parlando, i pubblicitari di merda (quorum ego, beninteso) – pretendano ora di cambiare ruolo con tanta disinvoltura sul palcoscenico della società dello spettacolo (vedi le esibizioni di stucchevole buonismo che si sprecano ormai da anni a Cannes), io lo trovo sinceramente curioso. Potrei essere ingeneroso e aggiungere altri aggettivi, ma fermiamoci qui e per sempre. (Scusa, von Hayek, non sei tu il bersaglio).
a me sembri un tipo interessante, non so con chi ce l’hai ma continua a contribuire se puoi. non farai miracoli con sordi o ciechi ma mi pare tu abbia qualcosa da dire, che non è poco di questi tempi.
Ringrazio Ciclope e Nielsen per le loro sollecitazioni. In effetti una delle cose che mi ero ripromesso di fare era sostenere le mie tesi con metariale solido e documentabile. Dunque riguardo a nielsen, che i tassi di crescita economica del secondo dopoguerra siano i piu’ alti mai registrati e’ un dato uviversalmente riconosciuto e accettato. Non si vede come potrebbe essere altrimenti, visto che la rivoluzione industriale data meno di tre secoli e la sua diffusione e’ stata piuttosto lenta e travagliata. Adesso non sono a casa, ma al mio ritorno produrro’ comunque i dati in questione, che mi pare si trovino nelle opere di Paul Bairoc.
L’età dell’oro del capitalismo. Sì, certo. Sai, è che le spari tanto grosse e con tale pathos e convinzione, nel dipingere la tua personale visione dell’universo, che si è portati, come suggeriva il vecchio Marx, a dubitare di tutto. A pensare che le tue siano quelle che oggi si chiamano narrazioni: di là un passato felice e di qua un presente da gironi infernali. A proposito di narrazioni, prendo nota che presto scopriremo che “ i dirigenti dei partiti di sinistra, i sindacalisti, gli intellettuali, rientrano infatti forzatamente in una di queste tre categorie: gli stupidi, gli ignoranti o i corrotti. (Ci sarà pure qualcuno semplicemente in malafede?).
Ti suggerisco comunque di non sostenerlo, non dico ad un’assemblea Fiom, ma anche in una pacifica sezione vendoliana. Meglio non fidarsi troppo del servizio sanitario nazionale: potrebbero averlo già cancellato.
Caro Nielsen, ho sostenuto che il dopoguerra fosse un periodo felice, quando e’ stato forse fra i periodi piu’ tristi che si ricordino? Ma comunque c’e’ stato, i tassi di crescita erano elevati e i profitti abbastanza condivisi. Preferivi che chi si fosse fatto il culo allora fosse restatto con un pugno di mosche, come capita oggi a decine di milioni di statunitensi? Comunque, ti chiedo di pazientare un po’, e nel giro di qualche post portero le prove di quanto sostengo. Riguardo all’Asl, ho i mieie dubbi che ci finirei. Ho visto alla camera del lavoro di Milano Gad Lerner (che non e’ ne’ corrotto ne’ in malafede perche’ non e’ mai stato di sinistra) prenderere in giro gli esodati sotto lo sguardo benevolo e incoraggiante dei dirigenti del sindacato. Hanno urlato una decina di secondi e poi si sono calmati. sanno che se gli avessero dato le botte che si (come si dice, a fascista, un fascista e mezzo) meritava non avrebbero avuto l’appoggio di nessuno.
lei l’ha appena sostenuto in una riunione di partito in campagna elettorale.
http://tv.ilfattoquotidiano.it/2013/02/08/precaria-pd-figlia-di-ichino-raccomandata-replica-percorso-trasparente/220240/
Riguardo ai dubbi avanzati da Ciclope, ricosco che questo argomento meriterebbe un post a parte. Che l’Italia fosse ai primi posti al mondo quanto a flessibilita’ lolessi in diverse occasioni, ma non sono mai andato a consultare le fonti originali per un semplice motivo: chi sostiene il contrario, e negli anni avro’ letto centinaia di dichiarazioni in questo senso, non ha MAI fatto riferimento ad alcuno stusio. Citerei a questo proposito Luciano Gallini, che in un libro intitolato Il costo umano della flessibilita’ ricorda, pag. 27, che .
Scusate, ma le parentesi si sono mangiata la citazione: “Di fatto, da oltre dieci anni il mercato del lavoro italiano, con le sue componenti palesi e non, viene indicato dai ricercatori degli altri paesi non come un modello in ritardo, bensi’ come un modello di flessibilitta’ anticipatorio e meritevole di studio.” Capisco che sia difficile da digerire, ma non sara’ la prima balla colossale che incontreremo sul nostro cammino.
“Qualche tempo fa, Barbara Spinelli ha scritto un’accorato appello a favore dello Stato Sociale (“Abolire la miseria”, Repubblica, 28 dicembre 2012)”. Un’accorato appello lo scrive Barbarella a Pato suo. Tolga l’apostrofo, discolaccio! (La Maestrina è in malattia).
Ecco, come promesso, i dati Nielsen.
La crescita dei paesi occidentali nel periodo che va dall’anno 0 all’anno 1000 è stata pari a meno 0,01% all’anno.
Dal 1000 al 1820 è stata invece positiva, dello 0,14% all’anno.
Nel periodo 1820-1998 è stata dieci volte superiore, pari all’1,51% all’anno.
(dati presi da Maddison, “The World Economy. A Millennial Perspective”, OECD 2001, tabella 1.2 pag. 28).
Io avevo parlato però dei tassi di crescita economica del secondo dopoguerra.
Paul Bairoch riporta questi dati relativi alla crescita economica su base annua dei paesi sviluppati:
1800-30 0,6%
1830-70 1,1%
1870-80 0,8%
1880-90 1,1%
1890-1900 1,7
1900-13 1,6%
1913-20 – 1,3%
1920-29 3,1%
1929-39 1,1%
1939-50 1,5%
1950-60 3,3%
1960-70 4,6%
1970-80 2,5%
1980-90 1,8%
(Paul Bairoch, Economia e Storia Mondiale, Garzanti 1998, Tab 1.1 pag. 21).
Aggiungo una cosa sui dati. Lasciate perdere i dati di coloro che non citano le fonti. C’è un’elevata probabilità che siano inventati. E anche quando trovate indicata la fonte, fate comunque una verifica, sia sulla fonte stessa, sia cercando fonti alternative.
Vale oggi che siamo in campagna elettorale, ma vale ogni giorno dell’anno perché siamo sempre in campagna elettorale, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto.
E’ proprio grazie a questa campagna elettorale permanente che oggi possono passare in TV dei dati completamente inventati anche su grandezze ufficiali quali possono essere la svalutazione della moneta o i rapporti fra debito pubblico e Pil.
E, guarda caso, il primato dell’uso di dati farlocchi va a ben precise forze politiche.
Vi sono anche stati cambiamenti nella distribuzione del reddito tra le varie aree del mondo nel corso della storia. Attorno all’anno 1000, l’Asia (escluso il Giappone) produceva più di due terzi del PIL mondiale, e l’Europa Occidentale meno del 9%. Nel 1820 le proporzioni erano del 56% e del 24%, rispettivamente. Nel 1998, la quota asiatica era attorno al 30%, a fronte del 46% dell’insieme dei paesi occidentali. Angus Maddison ha recentemente messo a punto una serie di statistiche e studi molto accurati sull’andamento del reddito nel lungo periodo per le varie regioni del mondo. Nel suo Contours of the World Economy egli raggiunge le seguenti conclusioni:
a) Il reddito dell’Europa Occidentale ha avuto il suo nadir attorno all’anno 1000, allorché il suo livello fu significativamente più basso che non all’inizio dell’Era Cristiana, e inferiore a quello della Cina, dell’India e di altri paesi Asiatici.
b) Vi è stato un punto di svolta attorno all’XI secolo, quando è cominciata l’ascesa economica dell’Europa Occidentale. Questa ha sicuramente avuto un passo lento per secoli, ma già nel 1820 il reddito era triplicato. La leadership economica nel corso dei secoli è cambiata di luogo e di caratteristiche. Mentre le Città Stato dell’Italia settentrionale, e in particolare la Repubblica di Venezia, hanno dato il via al processo di crescita e riaperto il commercio mediterraneo dopo la caduta dell’Impero Romano e la conquista araba, Spagna e Portogallo hanno successivamente aperto le rotte commerciali marittime verso le Americhe e l’Asia. Spagna e Portogallo furono però meno dinamiche, economicamente, dei Paesi Bassi, che divennero il paese leader attorno al 1600, seguiti poi dalla Gran Bretagna alla fine del XVIII secolo.
c) L’Europa Occidentale superò la Cina (l’economia leader in Asia) in termini di reddito pro-capite nel XIV secolo. Da allora, l’economia della Cina e dell’Asia è rimasta più o meno stagnante in termini pro-capite sino alla seconda metà del XX secolo. Tale stagnazione fu inizialmente dovuta alle istituzioni indigene e alle loro politiche, ma fu poi rafforzata dallo sfruttamento coloniale espresso dall’egemonia occidentale, e fu più marcata dal XVIII secolo in avanti.
d) L’appropriazione delle risorse naturali del Nord America da parte dell’Europa Occidentale, la migrazione dei coloni europei, la tecnologia e l’organizzazione aggiunsero una sostanziale nuova dimensione all’ascensione economica occidentale dal XVII secolo in avanti. A questa va aggiunta la spinta economica del mercantilismo e lo sfruttamento delle colonie tropicali. Verso la fine del XIX gli Stati Uniti d’America era già il leader economico mondiale.
e) Il Giappone è stato un’eccezione alla norma asiatica. Nel corso dei secoli XVII, XVIII e XIX, il Giappone ha raggiunto e superato la Cina in termini di reddito pro-capite. La presa del potere dei Meiji nel 1868 provocò un radicale cambiamento istituzionale il cui scopo era quello di raggiungere l’Occidente. In termini di reddito, tale obiettivo fu raggiunto attorno al 1980, ma non è ancora stato raggiunto in termini di produttività.
f) La dominazione coloniale dell’America Latina ebbe qualche analogia rispetto a quella dell’America del Nord, ma le istituzioni spagnole e portoghesi erano meno propizie allo sviluppo capitalistico che quelle olandesi, inglesi e francesi. Inoltre, l’America Latina aveva una popolazione indigena molto più numerosa che fu trattata come una sottoclasse, senza alcun accesso né alla terra né all’istruzione. L’ordine sociale, tuttavia, non cambiò gran ché dopo l’indipendenza. Nel lungo periodo, l’aumento del reddito pro-capite fu molto più contenuto di quello del Nord America, anche se più rapido di quello asiatico o africano.
g) Il reddito pro-capite dell’Africa nel suo insieme fu più basso nel 1820 che nel primo secolo dell’Era Cristiana e da allora l’aumento è stato molto più contenuto che in ogni altra parte del globo. Nel 1998, il livello di reddito è stato appena migliore di quello dell’Europa Occidentale nel 1820. L’aumento della popolazione è ora il più rapido di ogni altra regione ed è 8 volte più veloce di quello europeo.
h) Il grande aumento del reddito si è avuto comunque negli ultimi due secoli: il reddito è aumentato di 19 volte nei paesi occidentali e più di 5 volte nel resto del mondo nel suo insieme.
Una nota di colore, ma neanche tanto: da quanto hai riportato sembrerebbe che la crescita economica sia un qualcosa di tutto sommato prevedibile; inquadrabile in grandi processi storico-economici, se non di facile lettura, almeno ragionevolmente discernibili. Ma pur non essendo un esperto, mi pare che le cose non stiano proprio così.
Se non ricordo male, a metà degli anni ’80 l’economista statunitense Baumol volle testare l’ipotesi di convergenza (ovvero che economie che condividono alcuni parametri fondamentali ma si trovano in diversi momenti del loro sviluppo convergano verso la stessa dotazione di capitale per addetto; in pratica dovrebbero convergere verso il medesimo pil pro capite.)
Solo che per farlo, partì dalla fine, prendendo in considerazione i paesi che oggi sono ricchi e andando a vedere qual era la loro crescita economica nel 1870. Qualora i paesi più arretrati quanto a Pil procapite avessero registrato tassi di crescita più rapidi rispetto ai paesi più ricchi, l’ipotesi della convergenza sarebbe stata confermata.
L’errore metodologico è abbastanza evidente. Infatti un altro economista, mi sembra DeLong, evitò accuratamente di selezionare i paesi partendo dalla fine, e scelse di selezionare quelli che nel 1870 erano fra i più dinamici. La differenza fra i grafici ottenuti dai due economisti è lampante: in uno la linea retta della convergenza è evidente; nell’altro, quello di DeLong, si vedono solo dei punti a caso.
Mi ricordo questo episodio perché DeLong aggiunse al suo grafico l’Argentina, che allora, nel 1870, aveva un Pil pro capite di poco inferiore a quello dell’Italia, salvo poi superare nettamente l’Italia negli anni del primo dopoguerra (una volta e mezzo il Pil italiano) fino a precipitare al 38% del Pil dell’Italia negli anni della crisi seguiti ai governi di quel pagliaccio di Menem.
I tuoi obiettivi a breve e lungo termine non erano la questione che ponevo.
Alza la testa dall’ombelico, se ti riesce.
Si possono imbracciare con entusiasmo le armi della critica senza dissotterrare mai quelle dell’autocritica? Ma che ci provo a fare…
Son forse quello che fa udire i sordi e parlare i muti?