Ricevo e pubblico volentieri un contributo che introduce un tema molto interessante: il copyright per i creativi.
“La Coop sei tu. Ma la Copy chi è?
Qualche tempo dopo il lancio dello slogan “La Coop sei tu. Chi può darti di più!”, un cliente della Coop di Ravenna scrisse una lettera ad Andrea Necchi, l’account che all’epoca gestiva il budget Coop in Tbwa, per fare personalmente i complimenti all’autore, dato che lo riteneva “un’autentica cannonata”.
Questa richiesta fu subito girata a Maria Carla Elvetico, la copywriter che, nel 1982, creò quello che sarebbe diventato uno degli slogan più longevi della pubblicità italiana, lavorando alla campagna di rilancio del supermercato in coppia con l’art director Patrizia Bona.
La Coop era la più grande organizzazione di consumatori in Italia, con oltre 1 milione di soci. Associarsi costava 10.000 lire e dava diritto alla remunerazione delle quote sociali, alle offerte speciali e agli sconti, segni della partecipazione attiva alla gestione della cooperativa. Da qui l’idea del payoff. La sua forza risiede nella verità: la Coop è un’associazione dove chi vende e compra sono la stessa persona, e nella brevità della proposizione.
Nelle quattro parole che lo formano, è inserito il nome del prodotto, che rimane così legato allo slogan in modo indissolubile. Nel 1985, il fortunato motto divenne ulteriormente popolare con gli spot di Peter Falk, un attore molto noto in Italia, che si proponeva come il tenente Colombo, detective e cliente “ingenuamente” curioso.
Nel 1992, Woody Allen accettò di girare quattro spot televisivi, ricevendo un compenso piuttosto elevato che scatenò qualche polemica proprio tra i consumatori che sentivano di appartenere alla Coop.
Quest’autunno lo slogan ha compiuto trent’anni ed è da lungo tempo entrato a far parte dei modi di dire della lingua italiana, e delle frasi più citate nella storia della pubblicità.
Per fare qualche esempio: in occasione dello scandalo sui presunti finanziamenti illeciti a Botteghe Oscure da parte della Lega delle Cooperative, in seguito alle accuse lanciate da Craxi ad Occhetto, Giannelli esce sul Corriere con diverse vignette. In una, Di Pietro dice ad Occhetto: la Coop sei tu. Chi può dirmi di più?
In un’altra, Fassino chiede a D’Alema: La coop sei tu?
Nel 2000, Staino usa lo slogan per parlare della proposta di creare le cooperative di prostitute. La moglie di Bobo: “Le prostitute in cooperativa?”. E Bobo: “Addio allo slogan la Coop sei tu, spero.”
Una nefasta previsione. Nel 2008, il claim fu sostituito da un obamiano “Insieme si può”, tentativo presto abortito con il ritorno al vecchio inossidabile slogan, in una campagna ora affidata a Luciana Littizzetto.
Sono molti i copywriter che se ne sono attribuiti la maternità o la paternità (almeno una decina, secondo Aldo Cernuto, direttore creativo di Cernuto, Pizzigoni & Partners che, nella sua carriera, di portfolio ne ha visti davvero tanti).
Roberto Caselli, Mauro Costa, Pepe Sangalli sono alcuni dei creativi della Tbwa, allora colleghi di Maria Carla Elvetico, testimoni della nascita di uno degli slogan più riusciti, che ha accompagnato e promosso la crescita della più grande catena di distribuzione in Italia.
Peccato che nessun altro sapesse chi ne è l’autrice.
Forse è giunto il momento di chiedere i diritti d’autore, per evitare anche l’appropriazione indebita delle idee”.
Copywriter senza copyright



Ottimo spunto di discussione e interessante la ricostruzione “storica” di uno slogan certamente fra i più riusciti della pubblicità Italiana.
Spero di potermi permettere di affiancargli un altro slogan che sicuramente ha avuto un successo paragonabile e cioè: Altissima, Purissima, Levissima.
Più “giovane” ( ma non di moltissimo) e più semplice come costruzione è secondo me altrettanto efficace dal punto di vista della memorabilità condivide credo la poca conoscenza dell’autore (che non sono io ovviamente) e cioè Gigi Barcella.
Perchè ho scritto ciò?
Così, solo perchè dopo aver letto il post mi è sembrato giusto ricordare anche questo slogan e il suo autore perchè anche in questo caso credo che molti si ricordino lo slogan ma non molti l’autore..
Franco Cipolla
Ma andare a lavorare? No? Va bene che i creativi guadagnano poco. Ma quanto volete campare di rendita su una stronzata da bar come La Coop sei tu? Roba da due minuti di chiacchiere. Questa rivendicazione di diritti è ridicola, se non fosse offensiva, per tutte le persone che si fanno il culo ogni giorno alla catena di montaggio.
Scusami ma cosa centra la catena di montaggio ecc… ( tanto di rispetto x loro ) qui si parla del copy che ha scritto una cosa del genere.
Non voglio togliere nulla al copywriting degli anni andati. Ma spesso non si considerano diversi fattori.
Primo tra tutto il boom della televisione degli anni 80 e degli spot pubblicitari. Un vero bombardamento mediatico che ti scolpiva in mente gli “slogan” solo per il semplice fatto di sentirli ogni giorno per anni. La gente non aveva molto altro che spendere le sere dei giorni lavorativi tra ok il prezzo e giusto e Drive in.
Tutti ci ricordiamo pezzi di copywriting che riascoltandoli con occhio critico non hanno nulla di trascendentale.
“Amaro montenegro: sapore vero (ma va? Che incredibile particolarita’)
“Altissima. Purissima. Levissima. (anche qua dai. Se si fosse chiamata Levina? Altina, Purina, Levina?)
“Piu’ lo mandi giu’ e piu’ ti tira su’ (come la pillola blu)
“e cosa vuoi di piu’ dalla vita? un lucano. (e perche’ no E’ nato prima l’uovo o la gallina? un lucano.)
“C’e’ Gigi? (non ditemi che questo e’ gran copywriting o gran creativita’ eppure ce lo ricordiamo tutti)
“Tubiamo? (anche qua grazie a Dio non vendono i baci in convezioni a forma di tromba)”
E cosi’ via. Insomma salvo eccezioni eccezionali, il fatto di ricordarsi “slogan” o di averli resi parte del linguaggio comune non e’ sinonimo di qualita’ ma sintomo di bombardamento mediatico.
Insomma sinceramente certi “slogan” entrati a far parte del collettivo mi fan sempre venire in mante Gerry Cala’ e lo stereotipo del creativo anni 80. Sparare cazzate in rima, convinti che fossero genialate mondiali.
Parole sante.
Ti quoto.
“Velatissimo e vai fuori di gamba” per me è IL payoff.
quanto avrei voluto avere il dogui come direttore creativo…
Erano anche tempi in cui “i budget pubblicitari a disposizione si potevan tranquillamente definire: mica da ridere.”
Premesso che sinceramente non ho capito il commento riguardo a Levissima, ma non commento perché da chi lo ha ricordato sono direttamente coinvolto; caro Il Santo, credo sia un pochino più complessa la cosa di come la dipingi. Mischi slogan per i quali hai ragione con veri e propri piccoli capolavori.
“C’è Gigi” non ha valore in se per le due parole ma proprio nel contesto dello spot e il fatto che se lo ricordino tutti non è per le due parole o per la campagna mediatica (anche; ma la pubblicità ti ricordo che viene fatta apposta) ma perché proponeva un “uso” e un “significato” di quelle due parole.
Credo, dalle citazioni fatte che tu non abbia una età che vada altre gli anta perchè altrimenti ricorderesti campagne tipo:
Rowenta: per chi non si accontenta
E mo’ e mo’ e mo’ …Moplen (con uso addirittura del “adesso” in forma dialettale…)
Carmencita, sei già mia…chiudi il gas e vieni via!
Susanna tutta panna
Noi siamo scienza…non fantascienza!
e decine di altri …
ma ne hai dimenticato uno che non si può dimenticare: O così o pomì
Certo che se fai una estrapolazione delle parole svincolate dal contesto in cui erano inserite, se le usi ti prendono per matto; ma guarda caso invece sono entrate in un uso nel linguaggio comune che fa invidia a tutte le altre.
Detto tutto ciò devo dire che pur apprezzando e difendendo il grande lavoro (mentale) che ci sta dietro, onestamente avrei … anzi ho, delle serie perplessità sui diritti d’autore.
Credo (pur capendo il motivo) che sia sbagliato l’accostamento con la catena di montaggio (lavoro manuale con lavoro intellettuale) ma allora andrebbero riconosciuti i diritti a tanti impiegati.
Ricordiamoci che tutti e due (copy writer e impiegato) sono comunque pagati per il lavoro che fanno.
Ti faccio un esempio concreto: a uno scenografo non vengono riconosciuti diritti di autore per il “disegno” della scenografia che fa realizzare perché lavoro commissionato e pagato.
Ma se la scenografia dovesse essere riconosciuta da una commissione come possibile opera a se stante e cioè che potrebbe vivere e essere apprezzata anche da sola quindi come opera d’arte, allor si, gli verrebbero riconosciuti i diritti d’autore.
FC
P.S. non essendolo io, chiedo scusa a tutti i copy per l’utilizzo che faccio della punteggiatura
O cosi’ o Pomi’ non l’ho mensionato perche’ lo ritengo una delle eccezioni eccezionale di cui ho parlato. Le altre le ricordo ma sinceramente non ho cosi’ tanto tempo per stilare una lista approfondita. E comunque Rowenta le inserirei. Le altre sono da Carosello e rientrano in tutt’altro discorso.
Qua sto parlando del bombardamento anni 80 che ha elevato con la scusa della colletivita’ banali creativita’ a capolavori di italianita’.
E si’, ribadisco, uno che suona il campanello chidendo di Gigi con invece lo scopo di salire a mangiare del gelato per me (de gustibus) e’ un’idea insipida.
Poi che tutti la ricordino, ti ho detto, dipende da moltissimi fattori che non rientrano nella qualita’. Un po’ come ammettere che il pulcino pio o gnagnam style siano le canzoni piu’ belle della storia della musica alla faccia di Mozart e tutti quelli che fanno si e no 100 mila views.
Parlando di copyright. La risposta e sempre e solo una: i diritti li detiene il cliente.
La paternita’ e impossibile definirla poiche’ parte di un processo. Magari la scrive il copy ma senza la stronzata detta dall’art dieci minuti prima, o la parola scritta nel brief dall’account non ci sarebbe mai arrivato.
MenSionato? Questo sì che è copywriting! Siamo messi proprio bene…
Scusa, non sono italiano madrelingua. Vivo in Italia da un bel po’, ma qualche errore ancora mi capita.
si ma era il martellamento ossessivo che creava la memorabilità, che vi sia chiaro. anche una merdata come potevamo stupriv con..che fa veramente acgare a furia di dai l’uomo dellastrada lo dice.
con il pennello grande vs il grande pennello bastava una volta, come il crack
insomma, fai conto che quellospot passava come ora utta la pianificazione vodafone. ed era un pennello cinghiale… sti cazzi
David, fantastico.
Chiedere il copyright per il copywriting è di destra o di sinistra?
In apparenza è di destra, ma in realtà – se fatto secondo certe modalità – è di sinistra.
(Questo, ovviamente, partendo dalla premessa che i concetti di destra e sinistra abbiano ancora un significato. E l’hanno eccome, fidatevi…)
Mai letta una sequela di cazzate così lunga.
A cominciare da chi sostiene che certi claim rimangano scolpiti perché la pianificazione è martellante.
Se così fosse, tutti i claim sostenuti da pianificazione martellante rimarebbero impressi, cosa che evidentemente non è.
Ma andate a lavorare, se siete capaci. Di tutte le cagate che avete scritto voi sicuramente non è rimasto nulla.
“Donald is dead says: 13/12/2012 at 01:41 Ma andare a lavorare? No? Va bene che i creativi guadagnano poco. Ma quanto volete campare di rendita su una stronzata da bar come La Coop sei tu? Roba da due minuti di chiacchiere. Questa rivendicazione di diritti è ridicola, se non fosse offensiva, per tutte le persone che si fanno il culo ogni giorno alla catena di montaggio.”
Questo è il commento di un avatar sul blog. Chiaramente un fake, ma espressione di quel fanculanquismo che fa dire, di fronte a un taglio di Fontana dice: “lo so fare anche io”, che ripete ” i rom sono tutti ladri” e ” i negri hanno la musica nel sangue”. Ora, dopo esservi abbuffati per decenni, dimenticando di avere diritti, scoprite che una frase viene utilizzata da 30 anni per identificare una grande gruppo produttivo. Che vale molto, che è sata svenduta per un piatto di lenticchie. Chi l’ha ideata ? Mistero. Come gli encausti di Pompei. Non è opera di ingegno. Probabilmente è sterco, se questa è la stima che avevate, e che avete sul vostro lavoro.
E poi, bisogna sentire anche commenti come quello pubblicato che una catena di montaggio non la avrà mai neanche vista. Quando è che rinascerà in questa classe un briciolo di orgoglio?
Perché un fotografo rimane titolare per sempre della propria foto, e tanti altri professionisti dell’immagine no? Ve lo meritate Alberto Sordi…
Standing ovation, Accattino.
Pardon: Accatino.
Caro Accatino come si vede che ti occupi di eventi e ovviamente giudichi con leggerezza le strategie, peraltro vincenti, di comunicazione di una marca. Ti ho notato durante diverse occasioni e sinceramente penso che tu sia uno che sta cercando con ogni mezzo di calcare un palcoscenico che al massimo sei in grado di far montare da un attrezzista. Fai il tuo lavoro e fallo bene ma abbi l’umilta’ per non infilarti in un terreno di cui non hai alcuna conoscenza!
Caro Anonimo, faccio questo lavoro da 25 anni, sono stato copy in agenzie internazionali e direttore creativo di agenzia pubblicitaria prima di dedicarmi agli eventi, 15 anni fa. Ho insegnato per 10 anni comunicazione pubblicitaria alla Luiss e scritto sul tema. Grazie a quello che faccio non ho certo bisogno di visibilità e conosco perfettamente questo mondo. Grazie.
Bene Accatino evidentemente tu hai il principio che chi urla di più ha ragione allora hai vinto, mi arrendo.
Ma anche da sconfitto nell’urlare vorrei ricordarti che il copywriter quando tira fuori uno slogan è pagato. Tanto, poco, non importa è pagato per il suo lavoro come chi va in ufficio a fare amministrazione o come chi va in ufficio a fare un qualsiasi altro lavoro.
Solo perchè il tuo prodotto va in televisione dovresti aver riconosciuti i diritti d’autore?
e in base a quale criterio?
Chi stabilisce se La coop sei tu…ecc… vale i diritti d’autore e C’è Gigi (o altre) no?
Io il criterio di legge te l’ho detto e credo sia un valido criterio.
Se tu mi dimostri che, La Coop sei tu, chi può darti di più, messo in un libro o dove vuoi può avere da solo un valore culturale che potrebbe vivere a se stante come opera dell’ingegno sono pronto a prendere in considerazione la possibilità dei diritti.
Altrimenti è una cosa commerciale pagata dal committente e come tale è di sua proprietà.
Qualunque azienda che si avvale di lavoratori paga il loro lavoro punto.
Il fotografo scatta una fotografia che in quanto tale vive a se stante e parliamo di immagine e non di parole
Mi spieghi poi chi sarebbero i tanti altri professionisti dell’immagine che non vedono riconosciuti i diritti d’autore?
Caro Anonymus, quanto sarebbe bello, ogni tanto, metterci la faccia. Io ce la metto.
E ti rispondo.
Un fotografo viene pagato per il suo scatto. Rimane però sua la proprietà intellettuale dell’opera, cede solo i diritti. Se vende una stampa di quella foto, rimane sempre lui il proprietario della foto. Mi segui?
Un autore TV viene pagato. Anche se fa un programma di merda come quelli della Rai il sabato mattina. Poi, riceve anche i diritti d’autore. Se collocato, può detrarre il 25% sulla RdA come cessione di diritti e dividendo la fatturazione non è soggetto a ritenuta inps (vuol dire, a fine anno, migliaia di euro). Un musicista che fa la musica per un film, viene pagato, poi riceve i diritti d’autore. Anche se ha sonorizzato un film porno con protagonista un cavallo superdotato.
Anche in pubblicità, ad esempio, sei pagato. Ma quasi sempre sei anonimo, cedi spesso i credits al tuo direttore creativo, cedi i tuoi diritti all’azienda, che a sua volta li cede senza alcun diritto di proprietà intellettuale. Senza benefici per l’azienda che ha accettato per anni, e per convenienza, questo stato di sudditanza senza neanche richiedere i vantaggi che già ora la legge riconoscerebbe a opere di ingegno. Senza tutelare i suoi creativi e per la propria dignità. Così la campagna o il claim di X finisce sotto il logo di Y.
Insomma, quello che succedeva per gli artisti sino all’XI sec. quando alla fine, un mestierante come Wiligelmo, decise di firmare sul Duomo di Modena la propria opera. Secondo te glli affreschi di Pompei, sono opere commerciali, poiché pagate dal committente, o un’opera d’arte?
Ma è così difficile capire quello che vi sto dicendo?
Perché non riuscite a uscire da questo stato di sudditanza e di mancanza di rispetto per il proprio lavoro?
Scusate, mi rifirmo.
Parlo da esterno e dico la mia. Ovvero la verità sta nel mezzo. Se chi fornisce il servizio di Copy lo vende a forfait, non può recriminare nulla dopo il pagamento ricevuto dal cliente. Volete i diritti d’autore? Date il vostro claim in licenza (ma questo ovviamente ridimensiona il prezzo che dovete fornire per singolo periodo di utilizzo). Guardatelo dal punto di vista di Coop: lo slogan del 2008 che doveva sostituire il vecchio, l’hanno pagato per intero, tanto quanto quello degli anni ’80, senza tuttavia averne lo stesso beneficio. Ma il Copy/l’Agenzia del 2008 li ha presi comunque i suoi denari, anche se il suo lavoro non era all’altezza (dal punto di vista dell’efficacia) dell’altro.
Le soluzioni son due: o si cambia il modello di business della catena pubblicitaria (ma sarebbe poi una guerra al ribasso tra Copy) o si tiene questo. A voi la scelta.
PS. Vi dimenticate comunque forse dell’aspetto più importante: la musica. Perchè iouomodellastrada “La coop sei tu” me lo ricordo perchè mi è stato cantato (e ripetuto all’ossessione) e io lo volevo ricantare. Non è che la ricordi perchè l’ho letta.
Pingback: Copy, lotta di classe e diritti da rispettare
Scusate il messaggio sopra è mio non lo avevo firmato… e voglio solo aggiungere che ho molta stima invece del lavoro dei creativi come dimostrato negli altri post.
Ma non con un pay off si diventa artisti.
Franco Cipolla
Caro Anonymus, quanto sarebbe bello, ogni tanto, metterci la faccia. Io ce la metto.
E ti rispondo.
Un fotografo viene pagato per il suo scatto. Rimane però sua la proprietà intellettuale dell’opera, cede solo i diritti. Se vende una stampa di quella foto, rimane sempre lui il proprietario della foto. Mi segui?
Un autore TV viene pagato. Anche se fa un programma di merda come quelli della Rai il sabato mattina. Poi, riceve anche i diritti d’autore. Se collocato, può detrarre il 25% sulla RdA come cessione di diritti e dividendo la fatturazione non è soggetto a ritenuta inps (vuol dire, a fine anno, migliaia di euro). Un musicista che fa la musica per un film, viene pagato, poi riceve i diritti d’autore. Anche se ha sonorizzato un film porno con protagonista un cavallo superdotato.
Anche in pubblicità, ad esempio, sei pagato. Ma quasi sempre sei anonimo, cedi spesso i credits al tuo direttore creativo, cedi i tuoi diritti all’azienda, che a sua volta li cede senza alcun diritto di proprietà intellettuale. Senza benefici per l’azienda che ha accettato per anni, e per convenienza, questo stato di sudditanza senza neanche richiedere i vantaggi che già ora la legge riconoscerebbe a opere di ingegno. Senza tutelare i suoi creativi e per la propria dignità. Così la campagna o il claim di X finisce sotto il logo di Y.
Insomma, quello che succedeva per gli artisti sino all’XI sec. quando alla fine, un mestierante come Wiligelmo, decise di firmare sul Duomo di Modena la propria opera. Secondo te glli affreschi di Pompei, sono opere commerciali, poiché pagate dal committente, o un’opera d’arte?
Ma è così difficile capire quello che vi sto dicendo?
Perché non riuscite a uscire da questo stato di sudditanza e di mancanza di rispetto per il proprio lavoro?
Scusa non avevo firmato.
Mi era sfuggito questo intervento, se no non avrei scritto il mio. Chiaro, preciso e condivisibile al 100%.
Ciao Accatino, sono l’avatar. Il paragone fra gli “artisti” del duomo di Modena, degli affreschi di Pompei e i pubblicitari italiani la dice lunga sul tuo senso di realtà e sulla tua megalomania. Guarda il Duomo di Modena e rileggi il pay off La coop sei tu. E poi sputati in faccia.
io so solo che o non vuoi leggere o non sai leggere.
Com’è il meccanismo dei diritti d’autore te lo ho spiegato e l’ho fatto partendo dalla legge Italiana.
Tu butti tutto in caciara, sollevi un gran polverone, ti inventi delle cose che per come te le inventi a qualche sprovveduto sembrano anche vere ma in realtà non sai un ca…volo.
e discutere con uno che urla, si arrabatta, mette in caciara ma soprattutto non sa niente di ciò di cui sta parlando francamente ne faccio a meno.
Resta pure con la tua beata ignoranza e fai pure credere a qualcuno che sei molto colto tanto qualche pollo lo trovi sempre.
Mi picerebbe solo sapere dove hai lavorato e chi faceva le musiche, perché descrivi un meccanismo che davvero conosci e usi o hai usato solo tu.
Buon proseguimento
Franco Cipolla
P.S. io la faccia ce la metto sempre… mi era sfuggito il post e l’ho detto immediatamente dopo.
Ciao! Ho citato questo articolo, e un commento in particolare, nel mio ultimo post http://www.mysocialweb.it/2012/12/14/copy-lotta-di-classe-e-diritti-da-rispettare/ Bella discussione, a presto!
“Chi stabilisce se La coop sei tu…ecc… vale i diritti d’autore e C’è Gigi (o altre) no?
Io il criterio di legge te l’ho detto e credo sia un valido criterio.
Se tu mi dimostri che, La Coop sei tu, chi può darti di più, messo in un libro o dove vuoi può avere da solo un valore culturale che potrebbe vivere a se stante come opera dell’ingegno sono pronto a prendere in considerazione la possibilità dei diritti.”
Questa è l’argomentazione più sopra espressa da Anonymous, che secondo me è tecnicamente sbagliata.
La legge pone come discriminante il carattere creativo dell’opera da tutelare. Però elenca anche i campi di applicazione e la pubblicità non rientra fra essi. Ma se ci fosse stata, o venisse aggiunta, non ci sarebbe nulla da ridire. Il valore culturale non è il discriminante, a parte il fatto che la pubblicità vi rientra (infatti se intendiamo culturale in senso restrittivo, i cinepanettoni non godrebbero di diritti d’autore).
Sono le agenzie che non vogliono tutelare il loro lavoro, per ragioni espressamente politiche. Ovvero i vertici delle Agenzie altro non sono che clienti che in quel momento sono da una parte della barricata, quando potrebbero essere dall’altra. Il nemico è chi nelle agenzie il lavoro lo fa. Ed è il lavoro, cioè il lavoratore, che non deve assolutamente essere tutelato.
Per definire meglio la questione cito un post in questo stesso blog e una sentenza importante Bertotti (vincente) contro Fiat.
http://badavenue.wordpress.com/2011/07/04/andrea-bertotti-e-il-diritto-dautore/
mi spiace Accatino ma questo dimostra l’esatto contrario.
Il Sig. Bertotti non era dipendente di nessuna agenzia.
Quindi non era pagato per il suo lavoro intellettuale.
Chiaro che nel momento in cui Fiat usa una opera dell’ingegno senza averne la necessaria autorizzazione dall’autore dell’opera stessa viene condannata a riconoscere un lavoro e la condanna è un risarcimento economico all’autore stesso.
Ma ribadisco che se voi copy siete pagati da un’azienda per svolgere il vostro lavoro e la vostra stessa azienda ha un contratto con il cliente nel quale viene detto che l’agenzia cede tutti i diritti di utilizzo per le campagne pubblicitarie realizzate per quel cliente nulla ai copy, art che siano o altri ancora….è sicuramente dovuto.
Io non sto discutendo se in assoluto è giusto o non riconoscere il diritto d’autore ai Copy, io sto solo dicendo come è oggi la legge.
La legge vi tutela se non siete all’interno di un’agenzia e quindi pagati (e tutelati) già per il vostro lavoro, altrimenti vi tutela come autori che possono vendere la loro opera dell’ingegno (Sentenza Bertotti docet)
Essere tutelati e pagati due volte e cioè come impegati e poi anche come autori non è previsto…. dovete forse più che reclamare ulteriori diritti d’autore chiedere di cambiare i meccanismi del vostro rapporto con le agenzie
Franco Cipolla
Diretto d’autore? Ma che inedito, originale, vivace, stimolante, soprattutto attualissimo tema. Però adesso torno a scaricare Merry Christmas Baby per mia suocera, pazza di Rod da prima ancora che si mettesse con la Britt. E’ quasi un giga in flac e filepost non fila più come una volta.
il ”mi consenta” di Berlusconi è soggetto a diritto d’autore?
e 20 anni che lo usa
Interessanti alcune delle repliche che ho avuto. A loro, e solo a loro, segnalo una mia possibile risposta di pari qualità dialettica. https://www.youtube.com/watch?v=e1WaTUcmukU