Ricevo e pubblico questa lettera che affronta un argomento molto attuale a cui Bad Avenue non è sempre riuscito a dedicare lo spazio che merita.
Sto parlando del Digital.
E lo affronta da un punto di vista interessante: Andrea si chiede, e chiede a tutti noi, se sia sufficiente la capacità di comunicare per fare delle buone campagne digital o se siano indispensabili anche buone conoscenze informatiche.
È una cosa che mi chiedo spesso anch’io e che forse continueremo a chiederci tutti noi finché, finalmente, i creativi old style non si saranno accoppiati con i nerd dando vita alla prima vera generazione di creativi digital.
È una lettera che merita una riflessione da parte di tutti, per questo motivo la lascio come ultimo post dell’estate.
Ci rivediamo a settembre.
“Caro Donald,
seguo il tuo blog da qualche tempo e, anche se, alcune volte mi trovo in disaccordo con i contenuti ed i toni dei post e dei commenti, ne riconosco la grande utilità come stimolo alla riflessione.
Dato che sono di parte, ho l’impressione che ci sia un po’ troppo poco interesse nei confronti della galassia Digital e vorrei dare il mio piccolo contributo condividendo qualche pensiero.
In questo periodo si parla tanto di Integrazione e di approccio “olistico” alla comunicazione, in particolar modo per quello che riguarda i nuovi Media. Da qualche tempo mi continuo a chiedere: Li conosciamo veramente? Potrebbe essere che l’ecosistema stia diventando talmente complesso da non poter essere controllato?
Il nostro amico Steve è riuscito a ridurre la distanza tra uomo e macchina, con il suo approccio ha nascosto la complessità sulla quale si basa la tecnologia. Ha fatto un gioco di prestigio, una magia, un inganno, una mistificazione: ci ha fatto credere che la tecnologia sia semplice.
Per quelli che sono nella mia posizione, questa situazione ha qualche risvolto kafkiano: purtroppo l’inganno è così potente da colpire persone molto intelligenti, ma con conoscenze non adeguate in ambito tecnologico. Credo che la situazione sia dovuta in parte alla scarsa preparazione dei singoli, ed in parte all’oggettiva complessità della materia.
Le competenze Digitali si dovrebbero basare su una solida conoscenza dell’Informatica di base, soprattutto in un periodo che denota un cambio radicale di infrastruttura tecnologica ed un aumento tendenzialmente esponenziale della complessità, varietà e variabilità dell’ecosistema in cui operiamo.
Non vorrei che nessuno si sentisse offeso da queste considerazioni e spero che da queste parole possano scaturire riflessioni interessanti.
Viviamo in un periodo di continuo fermento, solo chi troverà gli strumenti adeguati per capire la situazione riuscirà ad aprire nuovi sentieri”.
Andrea Bordoni
“Together we stand, divided we fall”
Ma questo post è davvero datato 25/07/2012?
Me lo sarei aspettato 10 anni fa…
Hai perfettamente ragione, ma putroppo è dannatamente attuale.
In questo periodo mi sembra che gli stessi nativi digitali si siano persi e abbiano dimenticato quello che eravamo riusciti a costruire.
concordo in pieno. Già a sentir parlare di “galassia digital “mi sono invecchiata di dieci anni, figurati con la parola olistica. Chimera con la quale i vecchi pubblicitari fanno finta di essere ancora “up to date”…rido alla vista di agenzie che si piccano di essere olistica è poi fanno una miriade di banner che altro non sono che pessime declinazioni di campagne stampa. Lo so, è stata una triste sorpresa scoprire che essere creativi non è piu fare due scarabocchi o invertarsi un claim, ci vuole conoscenza, bisognava esserci al momento giusto (15 anni fa) ma che ci volete fare, dopo anni di lobby è anche ora che i matusa ADV attaccati alla loro poltrona (cosi come in parlamento anche nelle agenzie, che per avere una retribuzione decente devi SCHIUMARE 20 anni tra angherie e account figli/e di papà impreparatissimi/e ma già convinte di guidare il business.) facciamo largo a chi questi mezzi li usa con cognizione di causa.
Che parole useresti? Certe volte faccio veramente fatica ad esprimermi in termini comprensibili, soprattutto quando parlo di qualcosa che sto ancora cercando di capire.
Donald e il punto a croce ? Tricottare è davvero oggi un argomento trascurato colpevolmente dal tuo e da altri blog di settore, a quando un intervista al direttore di Rakam o Mani di Fata ?
Che commento intelligente e utile.
Ti ricordo che il digital fa parte del mondo dell’adv. Anzi ormai ne è l’unico ambito in crescita. E se te lo sei dimenticato caro mio hai già 2 piedi nella tomba.
Era difficile aggiungere banalità alla banalità, vuotezza alla vuotezza, ma per certe imprese c’è sempre qualcuno che sa osare là dove gli altri non osano.
Tranquillo, Marra: adesso di sicuro arriva corvojoe e tocca vette mai raggiunte da alcuna mente umana.
e quant’è vero caro mio.
Per fare digital ci vuole una doppia formazione: quella nei meccanismi della comunicazione e quella più tecnica, incentrata sui mezzi.
Molti pensano, però, che nessuna delle due debba essere approfondita: “basta sapere l’abc e si galleggia comunque.”
Per chi invece crede molto nelle campagne online (e le vive come veri momenti di comunicazione, quanto un’affissione o uno spot), scontrarsi con certi clienti ignoranti in materia può essere distruttivo.
Ho scritto un post a riguardo, settimana scorsa:
http://lutileidiota.wordpress.com/2012/07/17/un-banner-un-culo/
Centra solo una parte di questo vasto argomento, ma penso sia abbastanza rappresentativo del mercato italiano ora.
“Andrea si chiede, e chiede a tutti noi, se sia sufficiente la capacità di comunicare per fare delle buone campagne digital o se siano indispensabili anche buone conoscenze informatiche.”
No.
è indispensabile conoscere il nuovo contesto sociale.
Questo si.
Il fatto che la nuova geografia sociale sia stata sostanzialmente ridisegnata da “nerd” non cambia nulla.
Il cambiamento che interessa è quello dell’infrastruttura sociale.
Il cambiamento dell’infrastruttura tecnologica probabilmente è la molla che lo ha permesso, ed è utile recepirla come tale e con la debita riconoscenza.
Ma a monte della competenza tecnologica c’è una necessità di ritornare ad essere competenti sulle persone.
I creative old style, i clienti old style, i governi old style dovrebbero dedicarsi prima alla materia sociale e poi a quella informatica.
Che poi l’informatica sia entrata o debba entrare nella cultura di massa nessuno lo nega. Siamo pieni di aggeggi.
I nuovi media sono principalmente uno strumento democratico. Questo è alla base del “social”.
E la democrazia okkio e croce è nata prima dell’informatica.
@Lutile Idiota
Il problema che poni tu è reale, ma è su un’altra scala.
Ti do atto che è probabilmente nel day by day è la scala più diffusa, ma non inquadra il problema di fondo.
Che poi ci sia bisogno di una competenza più tecnica e informatica per fare e finalizzare processi di comunicazione è chiaro.
Ma questo discorso vale per tutte le professioni.
Tutte.
“conoscere le persone”, come scrivi, mi sembrava fosse dato per scontato, visto anche il genere di blog su cui commentiamo… ma potrei sbagliarmi.
La seconda che hai detto.
Stefano, condivido quelle che dice Gio, il mio pensiero voleva essere molto più particolare.
“Il fatto che la nuova geografia sociale sia stata sostanzialmente ridisegnata da “nerd” non cambia nulla. Il cambiamento che interessa è quello dell’infrastruttura sociale.”
Non credo di avere gli strumenti per portare la discussione su questo livello. La mia intuizione è che il rapporto potrebbe essere abbastanza paritetico, in ogni caso prendere una posizione potrebbe rivelarsi un grande azzardo.
Prova a dare un’occhiata qui:
http://captology.stanford.edu/
Ciao Andrea,
comprendo la tua posizione di partenza, ma il tuo punto di vista rischia di essere troppo miope perché è inserito in un cambiamento molto più complesso. Sociale e di mercato.
L’errore è dare per scontato che questo cambiamento sia già digerito.
Non è una scelta fra soluzioni, ma fra priorità.
Affrontando la problematica che poni tu le campagne possono migliorare su certi aspetti ma non diventano necessariamente efficaci.
@? Hai ragione, Il mio è solo un tassello di un puzzle molto più complesso e che raffigura qualcosa che non conosco ancora così così bene.
Non vorrei insegnare a nessuno come si fa comunicazione e business, di sicuro ci sono persone molto più compententi in merito, posso solo mettere a disposizione il mio bagaglio di conoscenze sperando che possano essere utili.
(Ciao Andrea, “?” ero io ma da un altro computer)
Una premessa doverosa: per formazione sarei un designer della comunicazione, e pertanto invischiato anche nell’adv, ma al momento e nel prossimo futuro farò quasi esclusivamente
l’ultima ruta del carroil grafico (pack). Però sono abbastanza giovane (<30) e mi sono dedicato già parecchie volte alla realizzazione di "artefatti digitali" (sostanzialmente siti).Pur con la mia "breve" esperienza, ho maturato la convinzione che la conoscenza tecnica è d’aiuto alla creatività: se sai “come” fare qualcosa, hai più possibilità, e gli esempi sono moltissimi e ce li ho sotto gli occhi –immagino sia così per molti– tutti i giorni! sia in positivo che in negativo (conosco qualcuno vuole fare la newsletter, ma non ha idea della differenza tra una immagine con del testo e l’HTML). Ne cito solo un altro: c’era l’esigenza di mandare in stampa un PDF con 4 colori pantone, allora facciamo tutto in quadricromia e poi sostituiamo gli inchiostri solo in fase di stampa secondo la formula “colore primario —> pantone”.
Per cui mi viene da dire che sia assolutamente necessaria una conoscenza del lato “meno creativo”, anche in ambito digital.
Poi c’è anche tutta la questione della cultura del cliente, accennata da Lutile Idiota (vedasi il sito “amoilweb” a tal proposito
che andrebbe ulteriormente approfondita, e qui per me conta molto l’ “educazione” del cliente, ma è un altro discorso…
In conclusione, appoggio l’idea dell’accoppiamento tra nerd e creativi, con un nota bene: dato che solo la madre è certa, chi “lo prende” dovrebbe essere il creativo “old style”.
La conoscenza informatica non conta una sega nel pensiero creativo digitale. Contano le idee, come sempre. Le belle idee possibilmente. E avere un reparto al completo, con tutte le figurine che servono al posto giusto. Creativi, account e tecnici di vario tipo e livello. Sono loro la parte informatica e quelli svegli suggeriscono sempre nuove soluzioni ai creativi. Non andate quindi da loro a chiedere cose tecniche, fate ridere, siete ridicoli e ridicolizzati dal reparto. I creativi digital sono copy e art che spesso, vedi credits Saatchi per Enel “Milioni di attimi”, lo danno in culo ai blasonati old style.
Tremate quando vi parlano di un 300×250? Una fake page? Un masthead? Muovete un pochino il culo pesante e inutilmente strapagato, scoprirete che non ci vuole un master al M.I.T.
I copy sudano freddo al pensiero del SEM e del SEO? Idem.
E parlo non a caso di alcuni aspetti solo apparentemente più tecnici. E’ tecnico sapere che se un annuncio stampa è per una doppia pagina (vi piacerebbe se ne facessero ancora, eh? romanticoni), voi dovrete regolarvi di conseguenza? No. Così nel digital. Caro Bordoni, non ti conosco, ma parli da tecnico. Sembri uno di quei producer sprezzanti con gli stessi creativi digital che ovviamente non sanno di informatica. Alla coppia che ha pensato questo semplicissimo quanto brillante lavoro (premiato a Cannes questo anno):
http://www.551121615600.com/awards/2012/fake_ad_case/eng/
non serviva sapere COME farlo. Loro hanno avuto l’idea e l’hanno pensata sapendo che su un iPad sarebbe stata vincente. Perché basta conoscere un minimo di meccanica del mezzo, sapere che esiste (perché ci sono creativi ATL che non lo sanno, ve lo giuro) non come cazzo si programma.
Ciao.
Anonimo, non voglio essere critico, ci mancherebbe! ma non (sempre n.d.a.) serve sapere “come” farlo. Come scrivi giustamente! Così come anche non sempre chi ha una buona idea è un Creativo (o meglio, “creativi” lo sono tutti gli uomini per loro natura, mentre qualcuno si arroga il diritto di esserlo solo lui e gli altri sono solo dipendenti). Basta conoscere un minimo di meccanica, o logica, o potete dirlo in mille altre maniere, fate voi, ma questo vuol dire almeno sporcarsi la mano con tale mezzo; anche solo “sapere che esiste” vuol dire relazionarcisi con il mezzo in questione, che nel caso del digitale non è solo il vociferato iPad che conoscono tutti gli “old style” solo perché oggigiorno “Apple fa figo”, ma anche le basi di come funzionano i link o che una animazione la puoi fare anche solo con i CSS senza per forza ricorrere a Flash. Questo vuol dire sporcarsi le mani con il mezzo: magari non sai guidare come Senna, ma conosci le potenzialità delle varie macchine. Il punto è che spesso certi blasonati creatini (non è un errore di battitura) di cui sopra non hanno più la voglia di giocarsi. Ed è un peccato…
Questa è la risposta giusta.
Questa è la riposta gusta. Non quella di Gio. Questa. Ho sbagliato a commentare.
Parlo da tecnico perchè lo sono
Non è mi è ben chiaro quale sia il punto della questione, ma l’esempio che hai fatto calza a pennello.
L’idea è il pilastro di un pensiero umano degno di nota, mi sembra innegabile.
Avevo già visto quel video e credo che sia geniale, ma qui non stiamo parlando in termini platonici. Putroppo il producer deve implementarla e tenerne sotto controlli i costi. Mi piacerebbe tanto essere assunto da un magnate che si diverte a fare ADV e ci paga per speculare, ma il mercato in questo momento non mi sembra così clemente.
Io sono il vostro Mago Merlino e voi Creativi siete il mio Re Artù. Prometto di essere sempre leale ed onesto, a patto che non vogliate insegnarmi come faccio i miei incantesimi.
Putroppo non viviamo in una favola, un’idea percorribile è una idea buona, un’astrazione fine a se stessa potrebbe rivelarsi un suicidio.
Dobbiamo stare tutti molto attenti, io per primo.
L’esempio che porti è sicuramente interessante, ma non centra perfettamente il punto della questione (IMHO ovviamente).
Se parliamo di comunicazione digitale, le cose si fanno lievemente più complesse di così.
Quello di cui parli (300×250, masthead e quant’altro) dovrebbe essere conoscenza comune in ogni reparto creativo che si occupi anche solo lontanamente di digital. Anche se, ogni tanto, si vedono ancora passare DEM a 6000×4000 disegnate in Illustrator.
Però chiedo (e non è una domanda retorica: è la mia esperienza ad essere limitata), quando è stata l’ultima volta che avete lavorato con un Information Architect degno di questo nome? O con un consulente SEO – che in genere non è un copy, a meno che il copy in questione non sia anche un esperto di semantica, e che si smazzi giornate intere a verificare le quantità di queries per determinate keywords? L’ultima volta che avete parlato di MVT o di interventi di ottimizzazione con il cliente?
Il vostro reparto creativo è in grado di lavorare in base ad eventuali requisiti funzionali o di compatibilità imposti dal cliente? è famigliare con i concetti di gerarchia/mappa concettuale/diagramma di flusso/conversion funnel?
Queste cose, non sono “cose tecniche”. Così come non è “tecnico” vedere uscire dal reparto creativo un minisito a pagina singola e pensare “hey, forse è il caso di implementare il tracciamento dell’evento scroll in modo da calcolare un bounce rate più realistico”. Mica lo devi implementare tu, devi solo sapere che si può fare.
Queste cose dovrebbero far parte della quotidianità*.
invece, la quotidianità -sempre dalla mia esperienza!- è fatta da litigi continui con il reparto creativo, che propone idee infattibili (tecnicamente, legalmente o in relazione ai tempi e costi del progetto), che smonta delle IA frutto di giornate di lavoro con un “secondo me”, che ritiene che gli elementi standard di navigazione abbiano bisogno di un “twist creativo”, che ignora qualunque raccomandazione lato SEO o UX.
E dall’altro lato ci si scontra con la mancanza di preparazione del cliente, che valuta le campagne in base al numero di impression, ritiene che gli interventi di ottimizzazione siano “una scusa per non rifare la creatività”, parla degli investimenti digital come di qualcosa “che mio nipote dice che va fatto”, si offende addirittura quando parli di testare le performance, perchè “se voi siete gli esperti, dovevate farlo giusto dall’inizio”.
ho già scritto un muro di testo, ma potrei portare esempi pratici per ciascuno di questi casi. Ed è questa mancanza di competenze, da entrambi i lati della barricata, a generare “ecomostri digitali” o mandare del tutto in vacca i progetti.
non voglio sminuire l’importanza dell’idea o del processo creativo, che rimane (giustamente!) fondamentale. Serve “e questo e quello”. Perchè se a un creativo è richiesto di sapere le specifiche per una doppia pagina, tanto più dovrebbe conoscere la composizione dello scenario browser nel target di riferimento e le implicazioni delle modifiche all’algoritmo di ricerca di Google. Perlomeno per non cascare dalle nuvole quando il lavoro gli torna indietro.
*poi, se per qualcuno di voi tutto ciò dovesse fare parte della quotidianità, ditemi dove lavorate che vi mando il cv
Caro Asdrubale, non ti conosco, ma parli da account. Preparato. E questo mi piace assai. Ma il tuo post va rivolto a quel 90% di account digital e non che tutte le cose che scrivi dovrebbero padroneggiarle. E non lo fanno.
Quoto tutto, ma proprio tutto, riga per riga. Il problema è che per colmare il gap che separa i creativi e i clienti dalla conoscenza di tutte le “specifiche di scenario” di cui parli – quelle che consentirebbero finalmente di avere delle creatività digitali 100% – è richiesto un bel po’ di studio, che spesso richiede competenze e attitudini che non rientrano nel radar antropologico di queste persone / questi ruoli. Quindi come si fa?
Chiaro e preciso. Non c’è nulla che si possa aggiungere. Mi chiedo solo se i capi nelle agenzie si sono lasciati sedurre da una supposta competenza dei “tecnici”.
Non ho capito cosa c’entra la campagna Enel “milioni di attimi”.
Non ho capito cosa c’entra la campagna Enel “milioni di attimi.
il discorso è talmente frammentato che non c’è una regola. A volte basta l’idea, a volte serve sapere come farla. Cmq sto blog è pieno di frustrati. ma fatevi una risata
Se il 90 % dei pubblicitari italiani ha fatto il liceo artistico o al massimo è lauraeta in scienze della comunicazione ha ancora senso parlare di persone di cultura o di intelligenza in pubblicità?
Sul lavoro, come nella vita, è la curiosità che ti insegna. Tutto ciò che stiamo dicendo è vero, ci sono creativi che non conoscono i new media e digitali che non conoscono i meccanismi della comunicazione, ma in attesa che veda la luce questa nuova figura professionale che unisca le due anime bisognerebbe tagliare la testa al toro: alla genesi creativa partecipino sia la coppia creativa offline che l’esperto di digital. In questo modo si arriverà (prima) all’idea e ciascuno avrà avuto modo di imparare qualcosa. Un passo per volta.
E’ quello che penso da tempo e credo sia una strada percorribile.
Proviamoci, o quantomeno cerchiamo di guardare le cose da angolature differenti, magari facendolo insieme.
Sono curiosa di sapere cosa ne pensano i tuoi colleghi creativi.
Sarebbe interessante fare una sorta di censimento.
Se ne parla tanto, ma quali sono i nomi dei creativi di estrazione digital di alto livello in Italia?
alleluja alleluja alleluja! bravo Nome, questa è una delle cose che mi fanno incazzare come uno gnu. ci sono stormi di “creativi” digital che per difendere le loro posizioni ci mostrano questa e quella case history, una più bella dell’altra, meravigliose e sono io il primo a dirlo, come quella dell’auto che va a sbattere contro la parete dell’iPad. ma cari creativi new style, mi fate vedere uno straccio di idea VOSTRA? perché io potrei mostrarvi il film di nike di Inarritu e milioni di altre cose atl. ma non le ho fatte io.
Non ti sei nemmeno guardato le case degli ADCI Awards. Ma con te che cazzo parliamo a fare.
dimmelo tu anonymus, visto che prima hai citato un esempio straniero, quali sono le case degli adci rilevanti, io sono un pover’uomo col quale non vale la pena parlare. magari cambio idea e mi accorgo che tutti i digital che hanno preso posto su alcune delle poltrone più importanti delle agenzie italiane in effetti lo meritavano. magari.
Visto che non te ne sei nemmeno accorto, il Gran Prix lo ha vinto, ovviamente, un progetto digital. Sveglia.
E’ semplice, gli unici creativi che da anni dominano il digital in Italia sono letteralmente 4 gatti. Basta vedersi i credits dell’adci degli ultimi 5 anni. E il mercato non sembra sbagliarsi più di tanto, visto che sono tutti DC digital nelle rispettive agenzie.
Boscacci, Musilli, Sordi, Longo.
oddio sordi no…triste personaggia, squallidi i lavori, lavora perchè lecca il culo a teddy.
si verooooo! poi ADCI=tristezza infinita ma che sono lavori quelli? Vi sembra seria un associazione che ti tampina per venderti la stampa del premio che hai vinto su altri network o sugli annual?
Voi non avete capito un cazzo. L’unico genio digitale sono io. Altro che Gianni Lombardi. Vi segnalo il mio ultimo Haiku, “ppiccolo prequel”, intimamente autoreferenziale: http://ppiccola.wordpress.com/2012/07/27/haiku-12-ppiccolo-prequel/
Come tutto quello che affermo. Perché io mi piaccio e chi mi segue su facebook lo sa.
Ciao,
il digital in Italia è ancora un mistero per la maggior parte dei clienti, creativi, account e soprattutto della classe dirigente che se ne sta seduta sulle sue belle poltrone da 500 anni proclamando che il digital è il futuro. Ma loro sanno di cosa stanno parlando, o son bravi solo a parole?
Sono bravi a vendere al cliente il SEO,SEM, PPC..CTR..CCT..FKG perchè hanno l’acqua alla gola con i mezzi tradizionali e non sanno come andare avanti cosi, quando il cliente firma, affascinato da queste parole nuove (perchè ancora si hanno dubbi sulla differenza tra una campagna banner, tv o virale) l’ agenzia si improvvisa la nuova agenzia digital del millennio.
No ma dico. Ho visto cose da brividi.
E ho la sensazione di doverne vedere ancora per molto tempo.
http://www.techeconomy.it/2012/07/23/shell-pensavamo-fosse-un-epicfail-invece-e-un-epicwin/
Appunto.
Il nostro problema nel digital è che siamo arretrati di almeno 6 anni ma rapportandoci col cliente pensiamo di essere i costudi del futuro digitale. Poi vengono fuori cagate colossali.
Poi un’altra cosa rivolta a tutti: creativi, quelli che scrivono le case history, le riviste di settore, tutti. Smettete di chiamare VIRAL qualsiasi video mettiate su youtube. Quelli sono web video, viral lo diventano (molto forse) dopo. E’ come chiamare un figlio Mario prima di sapere se è maschio o femmina o prima ancora di essere incinta. Quando vedo comunicati tipo “l’agenzia xxx lancia un viral per xxx” rabbrividisco. Poi fanno si e no 300 views, quello non è un viral (ripeto) è un web video (brutto probabilmente).
e no! è qui che sbagli. tutto perfetto il discorso sul viral che non è viral se fa 300 views, ma la conclusione che probabilmente è brutto perché non ha fatto views non la sposo. da quando una cosa più vista è più bella di altre? da quando un libro più letto è più bello? da quando una canzone più ascoltata è migliore delle altre? d’accordo, noi dobbiamo vendere, e allora mi puoi dire che una cosa più cliccata funzioni di più ( e non è detto). ma più bella no, altrimenti i gatti che fanno le capriole, che inseguono uno sparo di luce, che si leccano il buco del culo sarebbero tutti a capo della droga5.
viral vuol dire che si diffonde come un virus. non c’entra la qualità. infatti, i video virali sono o eccezionalmente belli o tremendamente brutti. la via di mezzo non è viral.
Minchia che pignolo.
Non riesco a capire perché ti sei focalizzato su un punto che non è il mio discorso: una parentesi che era una mezza battuta conclusiva).
Intendevo brutto come banale, inutile, non virale. In ogni caso di sicuro qualcosa diventa Viral dopo essere stata vista non prima come ci ostentiamo a definire noi ogni cosa mettiamo su internet. Questo che volevo dire. Viral è una conseguenza non una categoria.
Secondo me in pubblicità non esiste il bello se non funziona dal punto di vista della diffusione di massa. Il nostro mestiere è veicolare messaggi ed emozioni alle masse, più o meno ristrette (target). Il bello è un concetto estetico legato all’arte che non ha per definizione nessuno scopo, quindi non mi sembra in nessun caso un metro di giudizio valido per una pubblicità. Cosa che tra l’altro si cerca di spiegare tutti i giorni ai clienti (ma evidentemente i creativi per primi non l’hanno capito).
In pubblicità lo scopo c’è sempre, e se non lo raggiungiamo, la pubblicità fallisce. Giudicarla come un oggetto artistico mi sembra un’operazione sterile e infantile.
“Non ha funzionato, però è davvero fica” è la sentenza che decreta il provincialismo e la fighetteria del mondo pubblicitario italiano. Avanti così, verso il baratro
Noto con piacere che prima o poi i nodi vengono al pettine, e mi fa piacere che vengano al pettine “sul nuovo”, così non si può essere tacciati di vecchia mentalità.
La domanda è sempre la stessa: che e quanta competenza “tecnica” serve per essere un buon creativo?
Econ la parola “tecnica” si intende tutta la tecnica realizzativa relativa a qualsiasi media.
Si può fare il creativo senza avere basi di fotografia, regia, montaggio, pittura, tecnica del colore, 3d, lettering, etc etc? (e come basi non intendo un modulo di 6 ore alla scuola privata…)
Negli ultimi anni la risposta è sempre stata: No! Basta avere buone idee!
E in questo modo si sentivano discorsi fatti a fotografi, editor, ritocatori, fatti con una terminologia da asilo infantile…
“Uno zic in più”, “Lo voglio un po’ più blu” etc etc sono divetate battute anche divertenti, ma la verità è che le frasii giuste, molti creativi di ultima generazione non le sanno proprio.
Quando incontri un art che ha una conoscenza tecnica decente, sembra subito mandrake…
Se la domanda fosse “serve sapere la grammatica e l’otografia per fare il copywriter?” penso che pochi risponderebbero “No, sierve solo lidea!”…
Purtroppo, però, la “selezione all’entrata” si fa su una sola Bid Idea, quella di essere disponibile a lavorare molto senza guadagnare un cazzo… e quest’idea basta…
Caro Ex-Gargantua,
vorrei scrivere “quoto” ma il termine mi fa proprio schifetto.
“Mi hai tolto le parole di bocca” invece sì, lo posso dire:
stavo per scrivere, bene o male – più bene che male -, le stesse cose.
Buona estate e buon tutto.
B.
Ma ci può essere un modo per farle andare melgio?
Sto dicendo veramente così tante cazzate? Può essere
Se il 90 % dei pubblicitari italiani ha fatto il liceo artistico o al massimo è laureata in scienze della comunicazione ha ancora senso parlare di persone di cultura o di intelligenza in pubblicità?
Anche se la definizione di Henri Poincaré è forse la più completa, mi sono limitato a cercarne una semplice semplice su wikipedia.
Non per fare polemica ma solo per capire se a volte sia veramente creatività o solo presunzione.
cit. http://it.wikipedia.org/wiki/Creatività
(…) L’atto del creare è stato a lungo percepito come attributo esclusivo della divinità: Catullo, Dante, Leonardo, infatti, non avrebbero mai definito se stessi dei creativi. Propri dell’uomo erano invenzione, genio e, dal 1700, progresso e innovazione. La parola creatività entra nel lessico italiano solo negli anni cinquanta (…)
New media! Oddio! New media! Ho sentito qualcuno dire New media. Nel 2012. Molto divertente.
Non ho capito il punto di questa lettera. Non si capisce niente e si può capire tutto.
Si Fabio. Un “new media” che esiste da 15 anni.
Mi sono cadute le palle, scusate.
Anche a me “new media” suona generico, ma anche voi state generalizzando internet considerandolo vecchio di 15 anni. Cosa non vera poiché con una frequenza allarmante muore e rinasce come ridiventando “new”. Non sono forse pinterest, instagram, html5 abbastanza new? per non parlare di facebook, twitter, android market, apple store, tutte cose che sì cominciano ad avere la loro età ma che in italia fino sono diventate rilevanti (intendo in termini di massa) da si e no due anni (facebook escluso).
E se criticherete questi esempi dicendomi: tutto quello che citi come esempio è già roba vecchia, mi starete dando ragione perché quello che sto dicendo è che
chiamare internet new media non è del tutto sbagliato proprio perché si evolve e rinasce frequentemente rinnovandosi.
Non penso si stia parlando di gif animate e di collegamenti hypertext quando si parla di new media.
Potrebbe essere un’infrastruttura che si evolve e che cambia forma, come dice Mr Who.
Parte delle considerazioni di questa mia lettera sono dovute a queste slide:
http://www.slideshare.net/yiibu/reset-the-web
A te cadono le palle, giustamente, io mi sento un po’ come il pazzo sulla collina, e forse lo sono veramente.
Dove sono le persone così?
http://yiibu.com/
Alla neuro in una stanza imbottita, credo.
@Mah
Sento già le sirene! !
Il seme della follia sta attecchendo
http://www.thinkwithgoogle.com/insights/featured/agile-creativity/
Lo spunto è interessante e attualissimo e dalla mia prospettiva non si ferma solo alla questione di quanto un creativo debba essere tecnico, ma a come un’agenzia di comunicazione dovrebbe integrare il know-how digitale e come debba essere organizzata e strutturata.
Concordo sul postulato di base che la forza dell’idea debba, o possa, essere trainante, e forse dominante, rispetto al processo di sviluppo e produzione, anche se poi ci scontriamo quotidianamente, almeno in Italia, con una serie di variabili con cui fare inevitabili compromessi, budget, marginalità, tempi, coraggio e competenze dei clienti. Elementi che successivamente mutuano, anche profondamente, un’idea brillante levandole parecchia lucentezza…
Alla base del nostro lavoro, però, e considerando la direzione sempre più digital che tutti i progetti stanno prendendo, sono convinto che, almeno per quanto riguarda i creativi (art e copy) appartenenti alla comunicazione “tradizionale” o offline, come la vogliamo intendere, abbiano ormai una data di scadenza. Non abbiatene, c’entra anche una mia deformazione personale e professionale.
A meno che non vogliano, e capiscano, che la conoscenza “tecnica”, sia assolutamente imprescindibile.
Non posso pensare ad Art che sappiano disegnare interfacce, ma NON sappiano poi come queste debbano e possano essere tradotte in codice. Non sapendo magari che un piccolo elemento, ininfluente per l’utente, possa costare ore di programmazione in più, facilmente evitabili.
O che all’utente si propinino esperienze di navigazione folli, senza un reale motivo, obbligandolo a imparare un nuovo modo di navigare un’ambiente, quando ormai si può fare affidamento su consuetudini, anche innovative. Volevo riportare un cattivo esempio, era un sito di fiat, forse della 500, con un metodo di navigazione allucinante, bellissimo eh, però una fatica pazzesca per orientarsi e capire come raggiungere i contenuti. Non lo trovo più, forse l’hanno ucciso. Un buon esempio? Eccolo, di dimensioni ridotte forse, ma semplice, efficace e di impatto: http://www.globaltv.com/bombgirls/index.html
Non posso pensare a Copy che abbiano delle soluzioni meravigliose a livello di posizionamento per un brand, ma che non sappiano come muoversi con i testi di un sito, considerandolo in un’ottica SEO, o che non siano in grado di gestire in autonomia una fan page di facebook o un account twitter.
Magari semplicemente perchè vedono queste attività meno nobili e quindi… non si fanno o cmq spetta al collega digital “smazzarsi” quel lavoro.
Ed è un peccato. Perchè questi signori se facessero il passo, avrebbero certamente molte più cartucce rispetto agli attuali web designer, interface developer, content manager, social manager, etc… Perchè pensano al brand in modo diverso. Ma queste figure sono merce rarissima… E spesso, nel digital, i secondi vincono alla grande.
E poi… Non si pensa mai che dietro una bella idea e una bella grafica, si possa aspirare ad avere anche un bel codice? Che anche l’indentatura di una pagina possa avere un fascino estetico e un vantaggio per altri colleghi che ci metteranno le mani o banalmente perchè più facilmente metabolizzabile per i motori di ricerca?
Oggi si delineano nuove figure, l’ultima è quella dell’Hybrid designer, di cui riporto un link [http://drupalwatchdog.com/2/1/hybrid-designer]. Vi invito a cercare in Google altre referenze per approfondire il tema. Parliamo di creativi/designer che si mettono a scrivere codice, anche di programmazione.
Vade retro satana!
Ho visto in un link di un precedente commento, un’idea a suo modo geniale, considerando anche il posizionamento della campagna. Quello di una marca dell’automotive sull’iPad. Dietro quell’idea c’è sicuramente qualcuno che ha compreso perfettamente l’utilizzo di un mezzo e ha giocato in modo furbo, in accezione positiva, e intelligente con la tecnologia. Perchè a livello tecnologico non ha grande profondità, ma proprio perchè è semplice e immediata è sicuramente vincente. Non voglio sminuirla, però dal mio punto di vista è un “giochino”.
In ogni caso, la tecnologia bisogna conoscerla. E ci sono milioni di possibilità e opportunità se vogliamo piegare la tecnologia e il codice alle nostre idee. Però dobbiamo possederla davvero.
Per esempio, quanto spesso vediamo all’estero progetti in AR interessanti e in Italia vediamo robette? Non è che ancora non è stato compreso appieno il funzionamento e le opportunità potenziali? Mi riferisco sia alle agenzie che ai clienti, ovviamente.
E’ vero che Jobs ci ha fatto credere che la tecnologia sia semplice e sono d’accordo con Andrea Bordoni, ma c’è anche da dire che Jobs, aveva in ogni caso una base tecnica, ma soprattutto aveva i fondi per far sì che l’hardware fosse implementato e si adattasse al design, alla creatività. Quanti se lo possono permettere? E’ fondamentale quindi capire il funzionamento e la tecnologia per trovare la corretta economia di scala e il rispetto dei tempi e dei budget.
A me piacerebbe molto che si parlasse anche di quanto un progetto vincente e creativo sia costato all’agenzia e al cliente. Scopriremmo, credo, che a parte qualche eccezione o è costata moltissimo a entrambi, o è costata poco al cliente, ma cmq molto all’agenzia che ci ha investito per poter candidare l’idea.
C’è una ulteriore considerazione che riguarda il digital ed è a monte della nostra quotidianità, perché riguarda l’organizzazione e la struttura delle agenzie.
Un’agenzia di comunicazione offline lavora benissimo con un reparto account e un reparto creativo di art e copy, diviso tra senior e junior, grosso modo.
Generalmente queste agenzie hanno un’organigramma piuttosto piatto, non sono necessari altri profili, al limite qualcuno che si possa occupare internamente degli esecutivi e di strategic planner, quando non viene fatto dai direttori creativi o da pseudo account. Il resto va fuori verso stampatori e case di produzione.
Un’agenzia digitale ha una struttura molto più profonda. Perché ha bisogno di web account e di project manager, quando non sono la stessa persona, di information architect, di webdesigner, di copy, di programmatori, di sistemisti, di esperti nel social, nel media e nel webmarketing, rivolto ad attività anche di reportistica.
Sono strutture che hanno inevitabilmente processi di lavoro molto differenti.
In questi anni quasi tutte le agenzie hanno tentato di integrare il digital. Ma possiamo dirlo? Con quale successo? E non parlo del lavoro in sè presentato al mercato, non voglio farne una questione di qualità creativa. E’ che fuori si parla sempre di agenzia integrata, ma poi internamente le risorse sono divise, fanno capo a responsabili diversi, sono in uffici diversi, e tipicamente il digital si attiene a quanto viene deciso altrove, c’è competizione feroce, quando non c’è addirittura mal sopportazione. Si parlano anche linguaggi diversi. E spesso il digital è una realtà in outsourcing.
Il punto è che oggi un’agenzia offline per com’è strutturata NON può integrare in modo efficace il digital.
Un’agenzia offline non potrà MAI internamente produrre progetti web dall’a alla zeta come invece fa per l’alt e btl, controllando al 100% il progetto.
Ma. Un’agenzia digital può fare il contrario. Può nella sua struttura integrare risorse e processi che possano sviluppare atl e btl. Non parlo di qualità, quella poi dipende dalla capacità delle risorse che si riescono a integrare. Ma a mero livello di processi produttivi può farlo.
Allora quando un’agenzia offline deciderà di modificare completamente il proprio DNA, anche a livello culturale, diventando davvero digital, con un enorme sforzo, o quando un’agenzia web deciderà di aprirsi anche all’atl e al btl, con uno sforzo minimo, allora forse ci saranno le condizioni per pensare davvero ad una comunicazione creativa ed efficace, non integrata, non più digital o offline, dove la conoscenza anche tecnologica possa esser più fluida ed estesa, dove non si percepiscano le attività dell’altro più o meno nobili delle proprie e dove l’output sui diversi mezzi sfrutti pienamente i vantaggi di ciascuno e non siano accrocchi, mere declinazioni e adattamenti. Il resto insomma sarà una semplice conseguenza.
Grazie a chiunque sia arrivato sin qui.
Mi fai una traduzione (magari riassunta) in italiano, per favore?
Non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere.
ecco un esempio di agenzia digital che comincia a muoversi anche sull’offline… http://hagakure.it/blog/hagakure-news/la-gummyfication-della-stazione-di-cadorna
@Assoftheworld
“L’acqua si scalda lentamente e bolle all’improvviso”
Koan Zen
Mammamia!
Che sta succedendo?
Faccio un salto sul sito dell’Adci, e trovo dei morti che parlano e discettano se bisogna scrivere mail o e-mail, se va declinato/a al maschile o al femminile. Insomma, una situazione (quasi) normale.
Allora vengo qua in cerca di un po’ di vita e vedo che l’attività, siamo gentili, langue.
Ragazzi, ripigliatevi.
Capisco che può prendere lo sconforto a riprendere in un contesto di tale depressione economica.
Ma non lasciateci soli con illustri pubblicitari dal pingue conto in banca che si appassionano al destino di una vocale.
Suvvia, illustre: non sono peggio di un altro morto (di fame) che si appassiona al destino di un blog in via di estinzione.
Se è per questo, io sono morto da vent’anni.
Ma le mie idee sono ancora vive, anzi, sprizzano salute.
Purtroppo per voi.
oh, mentre donald riposa, l’adci esce con un post ATTUALE. lol
ABBANDONATE LA NAVE!