Posta in gioco.

Si è appena conclusa la gara per Poste Italiane: due lotti in palio.

Il primo riguardava BancoPoste, con un budget da 3,4 milioni di euro in 3 anni, e il secondo Poste istituzionale, con un budget da 2 milioni di euro in 3 anni. All’aggiudicazione del primo lotto hanno partecipato Young&Rubicam e Ogilvy&Mather. Al secondo Ogilvy&Mather, Mc Cann, TBWA\Italia e Saatchi&Saatchi.

All’apertura della buste sono risultate vincitrici Young&Rubicam, che ha richiesto un fee del 3,9% e Mc Cann, che ha proposto un fee dell’1,95% e uno sconto sui listini del 12%.

L’esito ha scatenato polemiche nell’ambiente, tanto che Marco Fanfani di TBWA ha dichiarato: Un fee così basso è sinonimo di autolesionismo perché a fronte di quanto richiesto da Poste, e di quanto proposto da McCann e Saatchi, sarebbe impossibile non andare in perdita. Il team di lavoro richiesto è di 7 persone complessivamente coinvolte per un totale di 3,1 impiegate full time. Su un investimento inferiore ai 3 milioni è difficile pensare che da una remunerazione dell’1,9%, pari dunque a una remunerazione di circa 60 mila euro, l’agenzia possa ricavarne il minimo profitto. Avranno avuto i loro motivi per farlo ma alla categoria nuoce e questo rappresenta uno svilimento ulteriore per chi lavora in un’agenzia”.

Michele Sternai, CEO di Mc Cann, giorni fa ha invece commentato: “Mi rendo conto che perdere fa dispiacere. Non ho altro da aggiungere”.

Dato che Sternai è in silenzio, aggiungo qualcosa io.

Fanfani ha ragione: i 60.000 euro richiesti da Mc Cann non hanno senso, specie nella delicatissima situazione in cui si trova l’agenzia al momento. Perché un’agenzia come Mc Cann che sta perdendo soldi non dovrebbe trovare clienti che le fanno perdere altri soldi.

Il dumping è spesso figlio della disperazione e dell’ottusità.

In questo caso si tratta dell’ottusità di un’intera classe dirigente: la nostra. Perché se Sternai è un pessimo manager, lo è anche Caiazza di Saatchi&Saatchi che propone un fee dell’1,5% – equivalente a 30.000 euro. Queste sono cifre che danno un’idea di come i manager delle multinazionali intendono affrontare il futuro della comunicazione in Italia: sfruttando gente disposta a lavorare gratis, o per stipendi da fame, dequalificando la nostra professionalità e distruggendo le sigle che dirigono. Perché con un fee da 60.000 euro quante persone paghi? E che tipo di professionalità paghi?

Purtroppo non è più come un tempo che un cliente acquisito portava lustro all’agenzia e creava un effetto volano nel new business. Oggi un cliente non profittevole è solo un cancro che incuba all’interno costringendo le strutture a disinvestire sulle risorse e abbassare l’asticella qualitativa.

A breve si attende la risposta ufficiale di AssoComunicazione.

Massimo Costa ha vinto con la sua Young&Rubicam il lotto 1 con un dignitoso 3,9%, ma è facile tenere il fee più alto quando sei in gara con te stesso: sia Young&Rubicam sia Ogilvy appartengono a WPP, di cui Costa è CEO in Italia. Ecco quanto è evidente oggi il conflitto di interessi: Costa è CEO di Young&Rubicam, di WPP Italia e anche presidente di AssoComunicazione, l’associazione di agenzie pubblicitarie che mesi fa ha salutato il suo avvento come quello del messia ma che oggi si sta sfaldando per colpa della crisi, dell’inedia del nuovo consiglio e del comportamento poco virtuoso degli associati. Perché Mc Cann non farà più parte di AssoComunicazione ma Ogilvy sì, e anche se questa volta ha presentato un fee dignitoso non possiamo dimenticare che anni fa si era aggiudicata lo stesso incarico di Poste con un fee dello 0,8%.

Questi sono i numeri, crudi, che testimoniano che in Italia le grandi agenzie sono agonizzanti perché guidate da persone incapaci di fare business. Manager capaci di produrre profitto solo tagliando posti di lavoro e tenendo le retribuzioni al minimo. Ma il sistema è sempre più fragile perché si basa ormai sulla vanità di persone disposte a farsi sfruttare pur di avere una sigla di gente morta sul curriculum e sul biglietto da visita.

E queste persone sono sempre meno, e sempre meno qualificate.

Tanti saluti da Bad Avenue.

D. D.

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About Donald Draper

Mi piace l’adv, ma non mi piace come s’è ridotta. Sono un Super Eroe tornato dal passato per spazzare via il presente e dare un futuro ai pubblicitari italiani. Posto ogni notte a mezzanotte e dintorni, come un Marzullo qualsiasi, solo più cattivo.
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57 Responses to Posta in gioco.

  1. Stefano Tugnolo says:

    Come già scritto sul blog adci, l’unica cosa che mi viene in mente è una citazione di Enzo Jannacci: è rimasta solo “brutta musica fatta solamente con la batteria”.
    Che tristezza.

  2. Maronna che sfacelo…

  3. Ma fatemi il piacere says:

    Ma chi…Sternai ?!?!?! Quello che va in giro per new business portandosi dietro Mortimer (col suo bel teschio in mano) e quell’altro che si crede il novello Steve Jobs (ma bello, però) a gridare ai quattro venti che loro sono la nuova Mccann e che ne rappresentano il radioso futuro…..avendo tagliato tutti i ponti con l’ingombrante, nefasto e maleodorante passato (sputtanando a più non posso la vecchia gestione, a cui ha leccato il culo per 20 anni) e reciso un bel po’ di rami secchi? Quello Sternai lì ? E’ proprio vero che si stava meglio quando si stava peggio.

  4. Matteo Bianchi says:

    Se la comunicazione ha ancora un luogo dove potersi salvare, forse sono le boutique creative INDIPENDENTI. Credo che si debba ripartire da lì per restituire dignità a questo mestiere.

  5. Sterpaio says:

    Semplicemente: se io fossi Enel o Findus (due clienti “paganti” di Saatchi e McCann) prenderei subito per le orecchie Caiazza e Sternai e gli direi: visto che praticate questi sconti da poveracci sugli altri clienti, da domani anche noi vi paghiamo una miseria.
    La Saatchi poi fa ancora più pena perché chiedere l’1,5% e poi non vincere nemmeno significa proprio che hai fatto cagare.

  6. Ciccio says:

    Matteo, in teoria ti darei ragione, ma in un mercato come quello Italiano in cui le grandi sigle si danno via gratis, come fa una Indipendente a far ragionare un cliente sul valore del proprio lavoro? Io credo che questo comportamento rovini tutti, indistintamente

  7. wiki says:

    Cosa significa esattamente sconto sui listini del 12%?

  8. la prossima gara la vincerà chi OFFRIRA’ di più al CLIENTE

  9. Ernesto Spinelli says:

    Bisognerebbe fissare per legge un limite al ribasso. Questa soluzione eviterebbe le derive del dumping. Che sono poi: sfruttamento del lavoro creativo e crisi. Non si capisce perché ancora non sia stato fatto.

    Dal punto di vista dei clienti, qualche domanda bisogna porla: come è possibile pagare milioni di euro una pianificazione media (che non produce nulla ed è nè più nè meno di un affitto di spazi, vale a dire rendita) e poi investire solo qualche decina di migliaia di euro in impresa e lavoro? Che senso ha spendere tanto in spazi pubblicitari, per farsi poi vedere dagli spettatori con una campagna per necessità di cose risicata, come un vestito di rara bruttezza?

    Sono d’accordo con chi dice che questo stato di cose è il risultato, oramai predetto, detto e stradetto, della gestione di alcuni dirigenti, magari molto bravi nei giochi finanziari a breve termine, ma sempre più grotteschi oggi davanti al loro giocattolo rotto. Queste persone, che hanno guadagnato (e sfruttato) tanto, dovrebbero andare via il prima possibile ed essere sostituite da persone di riconosciuto spessore e chiara onestà con una lunga esperienza di lavoro creativo. Questo è il punto: i creativi, oltre a pensare, devono gestire gli affari con i clienti.

    Matteo ha scritto in un post precedente che il futuro è nelle boutique creative INDIPENDENTI. Sono d’accordo, ma con una premesse importante. Il futuro può nascere solo da un nuovo rapporto con i clienti. Un rapporto basato sui contenuti della marca. In questo senso, gruppi più piccoli di creativi possono raccogliere più facilmente persone oneste, capaci e competenti.

  10. jiiink says:

    da qualche parte un po’ di tempo fa leggevo “Mai più morti di fame”, sintesi del non essere più disposti ad accettare lavori per poco o niente, per non svilire la propria professionalità. Poi vedi che i “grandi” del business sono pronti a calare le braghe con un dumping di questo tipo. Che poi dico, se fossi nel CdA di queste aziende, con i costi e i problemi che ci sono, prendere a calci in culo chi mi porta a casa un contratto con questi ribassi (che i Saatchi e McCann con 60k euro nn ci pagano manco le bollette della luce)

  11. Alfonso Luigi Marra says:

    Donald, come fanno le agenzie a sopravvivere con un fee così basso ? La risposta è semplice:
    gonfiano i preventivi dei fornitori ( fotografi, illustratori ) e della produzione ( ritocco, definitivi,
    edizione, montaggio, rimontaggio ) sperando così di arrivare a pari e strozzando ancora di più l’indotto. Soprattutto quando si tratta di clienti romani ( Poste, Enel, ecc… ) le agenzie hanno buon
    gioco a rifilare a clienti inconsapevoli ( ma fino a quando ), tarriffe e prezzi milanesi…Una pratica questa tra cui si distinguono alcune delle agenzie da te citate nella corsa al ribasso.

    • Sterpaio says:

      Sì ma bene che ti va, su una gara/commissione come quella di Poste arrivi a 100 mila euro. Non di più.

    • Posalaquaglia says:

      La verità è che certe cosiddette “grandi sigle” hanno interesse ad accattarsi in tutti i modi i cosiddetti “grandi clienti” solo per poter vantare cosiddetti “grandi nomi” nel loro portfolio.
      Sperano cioè che questi grandi nomi facciano da specchietto per allodole, con lo scopo di incrementare il new business. E il bello è che qualche clente ci casca: non allodola ma pollo.

  12. Kosodesign says:

    Un modello di New business impareggiabile!

  13. giovanni pagano says:

    ringrazio donald per avermi tolto dall’imbarazzo
    ovviamente stavo scrivendo un pezzo su questa triste storia
    ovviamente mi aspettavo che qualche brillante idiota banalizzasse
    “pagano ce l’ha come sempre con la mccann”

    è falso
    pagano ce l’ha con gli idioti e con i disonesti
    e nel caso in questione non sa bene a quale categoria attribuire i personaggini
    e parlo adesso di mccann saatchi&saatchi e ai tempi di ogilvy e il suo misero 0,7%
    e parlo di tutti i clienti come poste che sono convinti che sia una gran furbata
    fare lavorare le agenzie a questi fee ridicoli

    il conto stupidamente brevimirante che si fanno questi geni a capo di queste agenzie
    è disarmante
    “posto che per un cliente che mi chiede un impegno di 7 persone in più rispetto ad adesso
    io non assumerò una sola persona in più
    (pur essendo già adesso sottostaffati)
    e non pagherò mai un solo minuto di straordinari
    ogni euro dei miseri 60.000 che entrerà sarà comunque tutto grasso che cola”

    con le conseguenze evidenti a tutti in termini di depauperamento di risorse senior
    e sfruttamento midollare dei giovani pagati con elemosine

    ma chi custodisce i custodi?
    com’è possibile che i network non spulcino i resoconti annuali
    e non si rendano conto che i risultati patetici raggiunti ogni anno dalle sedi italiane
    siano ottenuti con modalità straccione e viziate?
    la sensazione è che sull’italia i network si siano ormai arresi
    che abbiano accettato che la classe dirigente nel nostro paese possa essere scadente
    anzi forse che debba essere scadente per sopravvivere in un mercato scaduto

    il treno è lanciato a tutta manetta
    ma il macchinista non c’è
    o meglio c’è qualche bambinetto inconsapevole
    si salvi chi può

    giovanni pagano

    • Lorro says:

      Avendo lavorato in una multinazionale (in altro settore) proprio questo mi chiedo: com’è possibile che le sedi centrali dei network non si facciano delle domande sulla gestione delle relative sedi italiane?
      E’ possibile che accettino questo modello di business?

      • Zio says:

        Perche’ l’Italia nell’advertising per loro e’ come l’Azerbaijan, o l’Uzbekistan.
        Bene o male non fa alcuna differenza.
        La partita si gioca sulle gare dei grandi clienti worldwide. Quelli a cui l’Italia non partecipa mai ma poi si ritrova a “vincere” adattamenti, vantandosene pure magari.

        Non ne sono sicuro, ma penso fortemente che persino le grande aziende italiane (Barilla, Ferrero, moda, lusso ecc.) investano piu’ in comunicazione all’estero che in Italia. Penseranno: “tanto qui bastan due tette in TV e siamo apposto”. Mentre all’estero si devono fare il culo, tra digital, mobile, social, activation e balle varie.

    • Mr. J says:

      Interessante spunto Giovanni.
      I grandi network – ma anche quelli medio-piccoli, da quanto ho visto – solitamente sanno poco di un mercato piccolo e poco significativo come quello italiano. Se ne lavano le mani, sostanzialmente: e questo spiegherebbe come mai personaggi incredibili possono ancora oggi (anzi, soprattutto oggi) guidare delle agenzie dal passato se non proprio glorioso, almeno serio.
      C’è un però da aggiungere alle tue osservazioni:
      tu scrivi: “ma chi custodisce i custodi?
      com’è possibile che i network non spulcino i resoconti annuali
      e non si rendano conto che i risultati patetici raggiunti ogni anno dalle sedi italiane
      siano ottenuti con modalità straccione e viziate?”
      Ti assicuro che spulciando tra i resoconti annuali (io faccio parte di un board), la cosa che fa male è vedere gli stipendi ancora anni ’80 di CEO, direttori creativi (non tutti), direttori clienti, spesso anche account che sono lì a fare la muffa da molti anni. Le giovani leve sottopagate vanno benissimo ai grandi network, fintantoché permetteranno di fare profitti.
      Quindi questo non si smuove.
      In verità se oggi un “custode” internazionale volesse fare pulizia, prenderebbe la sua bella agenzia italiana e taglierebbe una serie di figure ormai obsolete e superavate, retaggio dei vecchi tempi. E tu ora potresti dirmi: sarebbe ora!
      Ma poi, ti assicuro, su questo stesso blog assisteremmo a un’ondata di indignazione crescente: “nell’agenzia XY hanno fatto fuori 15 persone!”. A cui sarebbe vano e inutile rispondere: “Sì, ma sono figure che la affossavano, vecchie di un millennio!”.
      Tanto quello che esce è che la agenzia tal dei tali ha fatto fuori tot persone.

      Allora io dico: è criminale e offensivo chiedere commissioni di questo genere su gare pubbliche importanti. Se io fossi non dico il CEO Worldwide di McCann o Saatchi, ma anche solo Assocomunicazione, chiederei l’allontanamento di personaggi che CON QUESTI COMPORTAMENTI (non altri) hanno definitivamente rovinato questa professione. E la gente deve saperlo. E i clienti DEVONO saperlo, che la loro agenzia lavorerà male su quel cliente perché sottostaffata.

      Di recente ho partecipato a una gara (non pubblica) in cui la mia agenzia ha chiesto il doppio di una che ha perso. E quella che ha perso, ha perso perché ha chiesto troppo poco. Incredibile? Mica tanto: oggi un cliente illuminato e saggio dovrebbe farsi due conti e capire che se una certa agenzia dovrà svolgere un lavoro di una certa entità e difficoltà e chiede due soldi di remunerazione, il lavoro non verrà bene.

      Se devo costruire una casa da zero, e un preventivo mi chiede 300k, mentre un altro scende a 100, non è detto che io sceglierò il secondo. Visto che nella casa ci dovrò vivere, e se il tetto crolla sono guai.

      Un caro saluto,
      Mr J.

      • giovanni pagano says:

        nel nostro piccolo siamo qui per questo
        mr j
        per farlo sapere

        questo sepolcro è andato avanti per troppo tempo a forza di imbiancature
        che nascondevano il marcio sempre più esteso
        l’informazione è la base di un sistema sano
        la gente non ne può più di re che vanno in giro nudi
        anzi non ne può proprio più di re

        e a questo proposito fai bene a sottolineare un altro elemento gravissimo
        l’ottusa pretesa di ceo dircreat e dirclient di mantenere intatti i propri guadagni
        mentre tutto sta crollando questi imbecilli vogliono salvare l’argenteria
        contribuendo con ciò a velocizzare la fine

        tanti piccoli ibrahimovich che non gliene frega un cazzo
        non c’è più lavoro e la gente viene licenziata
        ma il loro malloppo non glielo deve toccare nessuno
        e che diamine
        questo è il loro momento e pazienza se è arrivato in una congiuntura storta
        non saranno certo loro a rimetterci
        gli altri sì loro no

        nel nostro piccolo siamo qui per questo
        una presenza
        un punto d’incontro
        una resistenza
        e spero l’inizio di una coscienza

        giovanni pagano

  14. philip kotler says:

    prima o poi arriveremo al punto di scoprire che le agenzie delocalizzano la creatività in Cina per sfuttare i ”bambini creativi”: costano meno e lavorano anche nei week end.

    • DR says:

      Peccato che in Cina gli stipendi dei creativi sono piu’ alti dei corrispettivi in Italia (con affitti e costo della vita piu’ basso). E raramente accettano di passare un week end in agenzia. Tanto meno lavorare gratis, quello e’ proprio inconcepibile. Piuttosto fanno altro.

      • la pubblicitä e piena di finti comunisti says:

        allora vuol dire che i cinesi siamo noi…questo paese di merda mi fa ancora piü schifo…e giusto che ci trattino come un paese del terzo mondo perche e quello che siamo, torniamo a fare la pasta e altre cose che la pubblicitä non siamo capaci.

  15. gianni says:

    che ci sia gente che lavora a gratis ormai è un fatto. succede sia nelle grandi agenzie che nelle piccole che trai cosiddetti freelance (spesso eufemismo che sta per “disoccupato” o per “esuberato” o per “sempre meglio che lavorare”). i motivi? non ce n’è uno ma un mix: crisi economica, tracollo culturale del settore, Fattore Italia (corruzione + nepotismo + provincialismo) . queste le cause. adesso chiediamoci quali sono le conseguenze. chi è in grado di lavorare gratis? chi non ha bisogno di lavorare. ovvero chi ha già abbastanza soldi o potere. negli uffici creativi delle agenzie in italia la metà delle persone che conosco sono nate con la camicia , o sono figli d’arte o figli di papà o figli di buona mamma. è vero che ci sono anche gli altri ma nei periodo di crisi sono i primi a fare la differenza. la biologia insegna: un corpo che non si alimenta comincia a bruciare gli zuccheri e i grassi… e in Italia di ciccia ce n’è ancora molta. la biologia ci insegna anche che un corpo così funziona male. ma questo, in fondo, a chi interessa?

    • Dada says:

      In effetti così e’, quella del chi lavOra gratis e’ un’altra questione rilevante. C’e’ da dire che dato l’impoverimento generale della classe media, sono sempre di meno quelli che possono sentirsi con le spalle parate. La Cina, come faceva notare qlc sopra, e’ vicina anche per loro. Quello che arriva sara’ un’altro anno fondamentale per capire veramente come vanno le cose. Dico veramente perché per ora ho amcora la sensazione che, che nonostante i tempi di eldorado siano ormai solo un ricordo, la maggior parte delle persone voglia allontanare l’idea dell’effettivo declino che stiamo vivendo facendo finta di niente

  16. VENI VIDI ENI says:

    Ma Fanfani chi?
    Quello che ha appena vinto la gara Snam sbragando sul prezzo in modo indecente e vincendo così una gara che aveva ampiamente perso sul piano delle proposte creative?

  17. Silvia says:

    Mi ci è voluto un po’, ma poi l’ho capito. Qui in Italia non si può lavorare dignitosamente in un ambiente come questo. A meno di svendersi.
    No grazie.

    E grazie sempre e comunque di esistere a questo blog: per lo meno la soddisfazione di vederli sputtanati. Per lo meno la soddisfazione di sapere che, che il Re è nudo, non lo vedi solo tu povera pazza…

  18. ? says:

    Quale è stato il fee di Saatchi su gara Enel?

  19. Permettete un’osservazione.
    Leggo questo blog da un bel pò, non sono del settore ma avevo il mito del mondo pubblicitario e avrei voluto entrarci fino a quando…ho conosciuto Bad Avenue.
    Sono stata anche alla premiazione degli ADCI Awards 2012, rappresentavo propriamente Bad Avenue e quello che ho visto mi ha veramente intristito: giovani affamati al buffet e alcune vecchie glorie di cui, alcune in un angolo a bearsi del loro passato e a tirarsela come una frigida zitella ed altre accartocciate su se stesse con un’energia, un’entusiasmo e un carisma paragonabili a un bradipo in coma.

    Perchè dico questo?
    Perchè mi chiedevo leggendo i posts, è veramente solo colpa dei manager inetti?

    Non è forse anche colpa dell’orda incredibile di “creativi” che escono da tremila scuole (molte fondate dalla vecchia guardia) che di estro, genialità, inventiva, intuizione non ne capiscano una cippa lippa ma…pur di dire “Cioè, io so’ creativo lavoro nella pubblicità (pardon! Advertising, che fa più figo)” si fanno mettere a 90°?

    Non sarà anche un pò colpa di tutta la vecchia guardia che non è stata capace di rispondere ad un cambiamento che era prevedibile?

    Non sarà anche un pò responsabilità di chi ha deciso di uscire dal coro ma non ha avuto l’umiltà di cominciare veramente dal basso per ricreare una vera cultura pubblicitaria e qualcosa di creativamente rilevante?

    Non sarà anche un pò colpa di tutti gli art director che non hanno le palle di dire in faccia ai 3289 candidati per un posto di creativo, “figlio mio cambia mestiere! Non fa per te.”

    Insomma, gli sciacalli ci sono stati, ci sono e ci saranno sempre. Le difficoltà ci sono state ci sono e ci saranno sempre…puntare il dito sulle congiunzioni astrali avverse, non farsi un esamino di coscienza e…perdersi nella vana gloria del passato non credo porti a grandi cambiamenti!

  20. Anonymous says:

    Ma fa figo lavorare nella pubblicità ?? Ma dove ?? Ma quando ??

  21. Laura Grazioli says:

    So di non contare tanto nel panorama nazionale, lavorando in un’agenzia di provincia. Ma sono testimone di partecipazioni a gare diciamo trans-regionali sostanzialmente trasparenti, spesso di enti pubblici. Sono testimone di ribassi delle offerte economiche imbarazzanti, irreali, insostenibili. Ribassi che hanno portato alla vincita di quelle gare, nonostante una creatività non all’altezza. I meccanismi di aggiudicazione sono così: somme matematiche. Ho visto clienti vittime di questi meccanismi che li portano, poi, a lavorare con team insoddisfacenti, non preparati, poco professionali ma che, somme matematiche alla mano, hanno acquisito il diritto di gestire quel budget. Sono testimone infine di tentativi da parte di agenzie indipendenti, spesso le solite presenti a questo tipo di gare, di tentare un dialogo fra di loro, per fermare questo massacro nel quale ci rimettono tutti: loro stesse, il cliente, i consumatore. Ma c’è sempre qualcuno che si tira fuori, che alla fine si fa i cazzi suoi. Eppure si continua così, perché di budget non ce ne sono tanti e tirare avanti è dura. Poi c’è Pomilio, ma questa è un’altra storia.

    • Ernesto Spinelli says:

      Il punto è fare un riforma seria e consapevole del sistema delle gare d’appalto. Per evitare il dumping e la miseria culturale attraverso il principio del miglior rapporto qualità prezzo. Sono regole che tutte le associazioni di categoria, con i referenti istituzionali, dovrebbero riscrivere, avendo uno sguardo al futuro e alla crescita. Dopo aver affrontato per mesi il tema dei fake, questa potrebbe essere una battaglia molto utile al nostro mercato del lavoro, da fare tutti insieme qui su Bad Avenue e in ogni sede possibile. E’ una battaglia dura perché, nonostante il sistema attuale abbia creato parecchi danni, ancora non si vede nelle persone attualmente al potere la concreta volontà di cambiare le cose.

      • Spoon River says:

        Giusto… il dumping lo fanno le agenzie, ed è vergognoso. Vergognosi erano dei grandi clienti “istituzionali” con le solite grandi agenzie dei network, ma il dumping lo fanno anche i singoli, lo fa chi accetta di lavorare in agenzia a 1.000 euro al mese dopo 5 anni di lavoro. Se nessuno accettasse queste condizioni assurde, forse un minimo ci risolleveremmo. Non ti offrono una cifra decente? Io dico che ti offrono quello che mostri di valere. E non sempre – attenzione – quello che vali. Se ne approfittano perché tanto qualche junior che smazza il letame con un compenso da fame, lo trovano. Se tutti dicessero di no, la musica cambierebbe! Resti senza lavoro per questo motivo? Inventatelo il lavoro!
        Per quanto riguarda il dumping delle agenzie, non mi è chiaro perché le associazioni di categoria non fanno nulla in proposito.

      • Ernesto Spinelli says:

        E’ un po’ ingiusta l’accusa di dumping ai lavoratori che accettano un contratto al ribasso. Ma solo perché gli viene imposto dall’alto e perché le leggi dello Stato favoriscono lo sfruttamento. Il dumping è un caso molto diverso, nel quale le agenzie per loro inspiegabile masochismo giocano all’offerta minore con il cliente. Questa pratica andrebbe regolata per legge. Il caso a cui ti riferisci tu è il crumiraggio. E allo stato attuale è molto diffuso. Praticamente oggi lavorano nelle agenzie solo persone che non hanno bisogno di lavorare e che, visti i compensi, evidentemente lo fanno per hobby.

        I creativi devono confrontarsi direttamente con i clienti. Anche dal punto di vista finanziario. E’ finita l’epoca del creativo con la puzza sotto il naso che si chiude in stanza e pensa. Mette i brividi vedere vecchi stereotipi replicati sulle facce di molti junior (replicanti). Nelle agenzie dei grandi network, nelle agenzie indipendenti e nel lavoro free lance, i creativi devono riprendere il contatto con la realtà dei clienti e far emergere una nuova cultura della creatività (le idee hanno un valore che va giustamente retribuito). Cosa che manca totalmente all’attuale classe dirigente.

      • Spoon River says:

        Non è un’accusa, è un dato di fatto. la gente accetta qualsiasi compenso, e così ci rimettiamo tutti. Non è corretto. Non è giusto. Certo, non è giusto neanche che vengano offerte cifre ridicole, ma – ripeto – se la gente accetta significa che pensa di valere tot. Punto. Ci vogliamo svegliare????

      • Ernesto Spinelli says:

        Un problema che non emerge sufficientemente è quello della gestione finanziaria dei grandi network. Ad alcuni dirigenti non frega nulla del lavoro creativo. Hanno degli obiettivi da raggiungere e su quegli obiettivi hanno delle percentuali. Questa organizzazione del lavoro è controproducente e va cambiata. I clienti dalle agenzie acquistano creatività ed è alla creatività che bisogna dare compensi. Per questo continuo a dire che la soluzione è nel rapporto diretto fra creativi professionisti e clienti. Azzerando il pizzo pagato a giochi finanziari e posizioni di rendita.

        Da questo punto di vista, con le leggi attuali non ci sono molti margini di contrattazione. Battere i pugni sul tavolo e dire “io valgo di più” è giusto, ma credo cambi poco con questa classe dirigente.

  22. Woodhouse says:

    E rimarcherei come “poste ITALIANE” non abbia, in questo momento di recessione, consultato aziende italiane, sane, magari non quotate in borsa e piene di talenti vivi e attivi…

  23. Secondo me in ultra-sintesi:
    - il mercato creativo è abbandonato a se stesso, non ci sono regole, tutele e troppo spesso poca qualità.
    - le agenzie creative per mille ragioni sbagliate sottopagano lo staff, e svendono il lavoro creativo per “sopravvivere”
    - il supporto legislativo a tutela del lavoratore creativo e il rispettio della qualità non al ribasso nei bandi pubblici è assente o bypassata.
    - Finche esistono master a 12/15 mila euro che vendono un posto di lavoro creativo, direi che siamo totalmente fuori strada.
    Sono contenta di leggervi, vedere che esiste una critica al sistema.
    Leggendo blog esteri siamo spesso criticati per la scarsa inventiva e qualità nel realizzare campagne ADV. Questo dovrebbe essere maggiormente condiviso e risaputo tra i clienti.
    Urge una svolta, e senza dignità non si va da nessuna parte.

  24. Puzzo molto says:

    Questa commissione così bassa la possono chiedere solo agenzie molto in crisi.
    Un’agenzia in salute non si abbassa le mutande fino a quota 1,5%, perché sa che avrebbe solo un problema. Un’agenzia in crisi invece è talmente in crisi che è costretta a fare vedere che la fuga di clienti si è arrestata (come no…) e che ancora può dire la sua.
    Quindi con questa gara la McCann di sternai e la S&S di Caiazza/Caprara è come se ci avessero mandato un grande segnale di fumo con scritto “SIAMO MORIBONDE!”. Peccato che così trascinino nella cacca anche gli altri.

  25. Alex says:

    Sorrido nel vedere questi commenti e queste conclusioni che in parte condivido. E come non condividere….
    Ma Vivendo in Grecia ho gia visto questo film volete che vi racconti la fine? Bene allora non e’ vero che i network internazionali non si accorgono di quello che succede in Italia, si diceva anche qui “ma tanto chi vuoi che se ne accorga”… SBAGLIATO!!! Una mattina di primavera di un anno fa sono arrivati I NETWORK!!! delle facce cattive e incazzate e tutti insieme!!
    Risultato?? Leo Burnett CHIUSA!! Publicis DIMEZZATA DEL 65% del personale, jwt LICENZIAMENTO IMMEDIATO DEL CEO (sono sbarcati alle 9 alle 10 avevano gia’ pronta la lettera di licenziamento di questo tizio che ha firmato senza battere ciglio),BBDO dimezzata del 45%. E naturalmente sono state tagliate anche tante auto aziendali tipo porsche, mercedes, hammer, relativi stipendi etc etc insomma una Waterloo. Se ne accorgeranno quando meno se lo aspettano e credetemi sara’ un vero massacro… o forse una liberazione??? ai posteri l’ardua sentenza.

    P.s. Se prima ci voltavamo e tiravamo un sospiro di sollievo perche’ c’era qualcuno dietro a pararci il culo adesso siamo gli ultimi. la fila e’ finita!!

    • Ernesto Spinelli says:

      Sarebbe bello, Alex, se le cose si riuscissero a cambiare dal basso. Per iniziativa di chi questo lavoro lo fa tutti i giorni e non ha più intenzione di farsi schiacciare dalla crisi e dalla cattiva gestione dei dirigenti.

      Lo strumento principale che stiamo adottando su Bad Avenue è la denuncia e il dibattito pubblico. In futuro sarebbero utili anche azioni concrete e pacifiche. Ideare attività di “guerriglia” con l’obiettivo di smascherare la cattiva gestione del nostro lavoro, coinvolgendo i media, potrebbe accelerare il cambiamento.

      Subire delle soluzioni dall’alto (chi meglio di te in Grecia può capirlo?) non è mai un orgoglio. Quella che descrivi, infatti, non è una vittoria del lavoro creativo. Non ci vedo le basi per una crescita del settore. E’ una Waterloo per tutti.

  26. Giorgio says:

    Michele Sternai, CEO di Mc Cann, giorni fa ha invece commentato: “Mi rendo conto che perdere fa dispiacere. Non ho altro da aggiungere”.

    STERNAI, SEI UN POVERACCIO!!

  27. Gianni Lombardi says:

    Un’ipotesi di spiegazione la formula Hans Suter qui: http://blog.adci.it/?p=4513#comment-3694

    Aggiungo anche che in passato (e probabilmente anche oggi) molti grandi budget pubblicitari pubblici e privati sono serviti anche per creare fondi neri e trasferire denaro all’estero, a beneficio dell’azienda, dell’agenzia e di qualche dirigente. Anche i dirigenti amministrativi sono molto creativi. Ai tempi di Mani Pulite i giudici si erano stupiti dell’ingegnosità dimostrata nelle agenzie indagate per creare false fatturazioni.

  28. Bruno Banone says:

    La situazione che qui leggo promette scenari futuri davvero desolanti. Altro che ripresa.

    Vi invito a osservare che TUTTE le agenzie che negli ultimi 5 anni hanno vinto grossi new business applicando fee da miseria, entro la fine del contratto vinto hanno licenziato fino a metà dei lavoratori, mettendo sulla strada le loro famiglie e quasi affossando del tutto l’agenzia. Controllate pure i dati, a partire da Ogilvy se volete, visto che Donald ha citato il fee più basso nella storia della gara qui in oggetto.

    A onor del vero, va detto che vincendo gare del genere per poi licenziare a raffica, il top management di tutte le agenzie dumping oriented continua così a salvare poltrona e fringe benefit, garantendo al network ancora per un altro semestre lo + X %, prospettato e applaudito all’assemblea degli azionisti. Gli altri, che mangino brioches.

    Dice un antico proverbio: “Chi pecora si fa, il lupo se la mangia.”
    In tempi moderni si aggiungerebbe “… si, ma prima, un po’ di bungabunga.”
    Inizio con un sorriso, perché a fine di questo post non ne avrò più voglia, perché amaramente devo riconoscere che la colpa non è tutta del lupo. Lui fa il suo mestiere, che oggi è anche più piacevole perché le pecore si mettono in fila da sole ai bungabunga, sperando di salvare se non l’onore almeno la vita. Ma è noto che dopo il bungabunga al lupo viene un certo appetito.

    Non predetemi per un nostalgico ma non posso esimermi dal ricordare che, almeno fino al 1990, i dipendenti delle grandi agenzie erano organizzati e con la coscienza sveglia e attenta, come i lavoratori di qualsiasi altro settore. Non per questo le agenzie erano politicizzate più di tanto: semplicemente era chiaro a tutti che il lavoro in sé andava difeso e che le pecorelle disorganizzate o trovate da sole, il lupo se le mangiava (e allora le mangiava solamente).

    Per esempio, nel 1988, quando passai dalla Eurocom HCM, allora considerata un’agenzia di piccole dimensioni, per essere assunto in Ayer, che allora invece contava 250 dipendenti, fui iscritto automaticamente ai sindacati direttamente dall’Ufficio del Personale, perché era obbligatorio. Potevo scegliere tra diverse sigle da segnare come preferenza sul modulo di assunzione. La tessera CGIL mi fu cosegnata dall’Ufficio Amministrazione nella stessa busta con il primo stipendio. Era così per tutti, anche per i dirigenti, che dovevano essere iscritti obbligatoriamente al loro sindacato.

    Vista oggi sembra fantascienza, ma allora mi parve la cosa più normale del mondo. Allora in tutte le grandi agenzie si tenevano regolari assemblee dei lavoratori e se qualche scelta del management appariva incongrua o incompetente e minaccava di mettere in crisi la dignità o la crescita dell’agenzia e quindi i posti di lavoro, era subito discussa con la direzione. Allora erano le grandi agenzie, noblesse oblige, a dare l’esempio e, insieme all’ASSAP, a dettare le linee guida di tutto il sistema, oltre che ad essere all’avanguadia per qualità e livello professionale, anche in termini di diritti del lavoro. Il resto del mercato fatto di piccole e medie agenzie si adeguava di conseguenza (a parte il sottobosco che è sempre esistito).

    Stiamo parlando di tempi non così lontani, quando i lavoratori delle agenzie sapevano che per quanto bello fosse il lavoro, era lavoro e non un passatempo feticista e che andava pagato con uno stipendio dignitoso, dall’Apprendista al Presidente. Sapevano che uno stipendio dignitoso permette una vita dignitosa per sé e per la propria famiglia e che quindi chi, per vanagloria o incompetenza, fà macelleria del business e della professionalità mette in pericolo la dignità dei lavoratori e delle loro famiglie. Per questo gli Indipendenti evitavano di farsi pecora, ma anche chi per carattere pecora si faceva, per lo meno sapeva che solo stando compatta col gregge, poteva vivere al scuro.

    Quanti licenziamenti servono ancora per capire? Certo che alla fine il gioco si rompe e che saltano anche i top manager. Però intanto finché si vince si gioca e poi si passa a un’altro gioco. Si, perché quando il top management salta, se ne va galleggiando su una barca di soldi e normalmente si ricicla in un altro settore. Tanto ormai funzionano tutti con gli stessi meccanismi finanziari. E non sperateci, non si prendono pecorelle a bordo, neppure le più affezionate e disponibili.

    Ora come allora è nelle grandi agenzia che si scrivono le regole che valgono per il mercato nel suo complesso, sia quelle giuste che quelle sbagliate. È lì che agli inizi degli ani ’90 è nato il problema, con i primi clamorosi dumping di pochi furbetti, per guadagnare qualche cliente in più. Invece di isolarli, tutti li hanno publlicamente condannati, ma sottobanco gli sono andati dietro, preferendo il piccolo vantaggio tattico al bene più grande strategico, non capendo che se in un gioco sono tutti furbi, tutti sono polli.

    Il problema è nato nelle grandi agenzie, quindi è lì che c’è anche la soluzione.

    Ma c’è da lavorare per recuperare la coscienza che questo è un lavoro vero e che le aziende torneranno a rispettarlo quando torneremo a rispettarlo noi per primi, lavorando solo a fronte di un compenso equo e chiedendo pubblicamente ragione al proprio management delle manovre poco ortodosse, fatte a vantaggio di pochi sulla pelle dei molti.

    Daltronde, secondo le attuali Leggi, per una qualsiasi azienda o lavoratore autonomo di cui vengono segnalati o rilevati strani introiti non congrui con le spese, normalmente scattano i controlli dell’Ufficio delle Entrate e dell’INPS e in casi particolare anche dell’Antimafia. Nessuna azienda può lavorare senza farsi pagare o facendosi pagare in modo palesemente incongruo. Se lo fa c’è qualcosa che non funziona e a pagarla poi saranno comunque solo i lavoratori.

    Credo che nelle agenzie grandi o piccole sia ora di tornare a ritrovarsi regolarmente nella sala riunioni per parlare di cose concrete, non solo del perché a Cannes l’Italia ha fatto più o meno pena, ma che si parli apertamente tutti insieme a tutti i livelli accordandosi sulle linee da seguire, assumendo ognuno la propria parte di responsabilità, insieme al top management. Non serve la politica, ha già fatto abbastanza danni, basta la professionalità e la buona volontà di tutti. Come si comporta la propria agenzia sul mercato è affare che interessa tutti i dipendenti ad ogni livello ed è giusto poterne parlare e partecipare alle decisioni di cui si condivideranno comunque le conseguenze. Ma non sperate che ciò verrà motu proprio dall’alto.

    Dite che presentare le proprie istanze in agenzia, non protetti da un nickname, poi si corre il rischio di venire licenziati? Tranquilli, se si continua a lasciar fare poi succede lo stesso.
    Ma prima, almeno niente bungabunga.

    Bruno Banone

    • Dada says:

      Tripla A con outlook positivo.

    • Ernesto Spinelli says:

      Aggiungerei un punto importante all’analisi di Bruno Banone. Il top management attuale -visti i risultati sarebbe meglio chiamarlo bottom management – ha imposto una gestione finanziaria alle imprese del settore pubblicità. Ha cancellato qualsiasi amore / passione per questo mestiere, sostituendo all’entusiasmo per la creatività la miseria culturale di una strategia rigidamente numerica. Una rigidità mortale. E’ proprio questa rigidità che va superata. A dirigere le imprese che fanno pubblicità e comunicazione non devono più essere mercanti del più e del meno. I migliori creativi, quelli con maggiore esperienza e credibilità, possono e devono prendere il timone della barca. E’ necessaria una percentuale minima di passione per far ripartire la nave. E il bottom management che vada a fare la cresta al mercato della frutta.

      A proposito di lupi e di pecore. Nelle agenzie per anni sono stati proprio i direttori creativi a dare l’esempio su come ci si comporta con gli amministratori. Molti direttori creativi dovrebbero farsi un esame di coscienza e rendersi conto di quanto abbiano danneggiato la categoria, per salvaguardare un proprio interesse.

  29. Pingback: Lettera aperta ai Grandi Manager della Pubblicità Italiana. | Donald Draper

  30. lifered says:

    Reblogged this on lifered and commented:
    Autolesionismo Vergognoso

  31. lifered says:

    autolesionismo… vergognoso…

  32. jacopo says:

    Ottimo, articolo davvero interessante, era proprio quello che cercavo! Grazie per lo spunto!

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