“ciao Donald,
sono un amico di un tuo amico e premetto che in questa mail sarò estremamente generico, il che non significa necessariamente impreciso.
Dopo averti seguito ho deciso di provare a contribuire a questo blog, una delle poche “idee” che ho visto fiorire nel nostro ambiente di ”creativi” sempre uguali a sè stessi.
Sono favorevole all’anonimato perchè concentra l’attenzione sulle idee, togliendo importanza a chi le dice. E’ un buon sistema per tenere lontano chi vive di esposizione mediatica e in genere non ha nulla da dire.
Se impieghi tutte le energie della tua vita a pensare a come vesitirti, e a come dire le cose come puoi avere qualcosa da dire? Tutto questo impegno a sembrare bravi, a travestirsi da creativi o da amministratori di sta cippa, ci ha portato qui, e i risultati non sono un punto di vista. La crisi è intellettuale prima che economica e culturale.
Cultura è anche conoscere tutte le scarpe da ginnastica, o aver ”letto” tutti i numeri di Archive. Il paese manca invece di intelletto-creatività, che è la capacità di elaborare le informazioni in modo nuovo, per costruire modelli nuovi.
Mai un’iniziativa soprendente. Mai un’idea di agenzia nuova. Nuova nel senso di giusta per il mercato attuale. E la mediocrità delle campagne è solo una conseguenza, di cui non vale nemmeno la pena parlare.
5 anni fa ho dovuto andare via dall’Italia per portare avanti una piccola novità che poi è diventata più grande. Un’idea imprenditoriale che nonostante il mio ruolo di direttore creativo, nelle agenzie nessuno ha mai voluto ascoltare nè tantomeno mettere in pratica.
Recentemente ho parlato dell’anomalia italiana con due direttori creativi internazionali, quelli che stanno sopra le teste dei DC italiani: ”Really?” ha commentato T.G. mentre ascoltava il mio racconto, che più o meno diceva questo: ”Non sono solo i nuovi e vecchi dirigenti ad avere interesse a mantenere le cose come stanno, sono anche i giovani che arrivano a frotte soprattutto dal sud Italia, affascinati dalle firme delle agenzie internazionali e non dal lavoro creativo in sè. E così diventano complici del proprio disastro. E il bello è che mentre vengono sfruttati a sangue, mentre rinunciano a tutto in cambio di niente, si sentono protagonisti.
Ed è così che l’inerzia del nostro sistema di comunicazione diventa cronica decadenza, al cui timone troviamo i più adatti a farla decadere: abbronzati, ben spettinati, aggressivi e determinati, insomma perfetti per un reality.
Pur documentandomi non ho assolutamente capito cosa hanno fatto questi signori per le agenzie. I risultati e i bilanci sono insondabili, complicati, parziali, interpretabili e possono essere letti in mille modi.
Quando non c’è chiarezza, prevalgono i personaggi autoritari e carismatici, e spariscono le persone dotate di intelletto, quelli che perdono tempo a capire e immaginare qualcosa di diverso rispetto all’esistente.
E così dalle agenzie in questi anni sono state trombate persone di un certo tipo: con tacchi più bassi, vestiti in modo normale, con una vita normale e magari una famiglia. Forse non sono tutti geni, ma sono quei direttori creativi che non hanno bisogno di leggere il tuo CV o guardare il portfolio per capire che sei bravo. Li ho incontrati quasi tutti alla presentazione di una nuova rivista a Milano.
La scusa per mandarli via è sempre la stessa: “Vogliamo gente che sputa sangue, che sta qui di notte (il che nelle agenzie di Londra e San Francisco vuol dire che sei incapace di fare il tuo lavoro di giorno), che non vuole essere pagata (aggiungo io). Insomma “Ti
mandiamo via perchè vogliamo gente che ci crede”.
Ma come si fa a credere a questa roba, a questo post berlusconismo greco?
E’ avvio che uno intelligente, capace di andare oltre i modelli esistentii, in questa merda non ci creda. E allora che dovrebbe fare? Lincenziarsi e portare avanti le proprie idee in un paese che celebra sempre di più coglioni e coglionate?
Coglioni e coglionate in cima. Persone di spessore, talvolta brillanti, sopportate come fastidiosa zavorra. L’intelletto è zavorra. Non viene acceso nelle agenzie, non è richiesto, anzi viene tagliato con le motivazioni più strane, fottendosene del diritto del lavoro.
La verità è che queste persone pensanti non vanno bene per il progetto decadente, un progetto che punta sempre di piu’ su personaggi aggressivi e su ragazzini che crescono nel mito del successo che non avranno mai.
Per fortuna questo processo di demeritocrazia che ha celebrato gli imbecilli e buttato fuori i migliori sta portando alla nascita di molte nuove piccole realtà che risultano già più efficienti e interessanti delle vecchie.
Niente di rivoluzionairo… durante la decadenza è già un successo sopravvivere facendo bene il proprio lavoro.
Per quanto ne so fuori dal nostro paesello iniziano a domandarsi se sia giusto continuare a lasciare le succursali italiane in mano a questi: “Parassiti dei grandi brand internazionali” come li ha definiti un mio amico.
Non so se queste riflessioni sui massimi e minimi sistemi aggiungano qualcosa alla tua iniziativa, sicuramente leggendo i tuoi post ho sentito il bisogno di condividere la mia esperienza. A presto”.
Un amico di un tuo amico.
Per me il più bel e giusto post da quando esiste questo blog.
Sono passati i bei tempi, quando i creativi erano fighi dentro. Che dici! I fighi ora siamo noi. Taci, io dico che che quelli fighi veramente in realtà non appaiono come i più fighi. Mantengono il profilo basso. Fermi tutti! I fighi torneranno. E vi incalzeranno. È scritto nel Grande Disegno Figo.
Se non c’è spazio per le vostre idee fighissime nell’ultimo fighissimo brainstorming per quel brand fico canalizzate la vostra creatività in altri spazi, canali, comparti, unicersi. Cacciate fuori nuove idee fighissime perchè, mentre vi tediate a vicenda, il pianeta si inabissa nella decadenza.
Mi è scesa una lacrima… Impietosa ma inconfutabile realtà.
Date un’altro giro al risvolto dei pantaloni, che la merda sale. Fighetti del cazzo.
Io già lo amo il Grande Disegno Figo.
Bellissimo post.
Duro…e vero. Grazie. “L’intelletto è zavorra”, troppo spesso dà fastidio a chi non lo ha e sta dove sta perché è solo uno yes man. Vero però è anche che di intelletto ben nutrito ce ne è sempre di meno. Io non sono un genio in nessun campo, pare che faccia bene il mio lavoro, ma ancora, sempre, ogni giorno, mi stupisco dell’ignoranza formale e non che c’è in giro.
La mia breve esperienza internazionale mi conferma quanto dice il post. I grandi direttori creativi di una grande agenzia a Londra, ad esempio, vedendo cosa si faceva da noi, non erano contenti. Ma qui inserisco anche un altro significativo protagonista: IL CLIENTE italiano. Troppo spesso le belle idee non escono perché i clienti sono troppo miopi o ignoranti, “pago – pretendo” è il loro motto, giovani managerini, che occupano una poltrona solo per poi arrivare a quella di un’altra azienda ancora, che devono solo portare dei piccoli risultati immediati, che non passano per le belle idee.
Tornando all’interno delle agenzie, i creativi (e in generale chi lavora in adv, quindi anche noi account e strategist) devono avere il tempo e la voglia di conoscere, sperimentare, farsi contaminare dalle realtà che sono anche fuori dall’agenzia. E certo che se fai le 10 tutte le sera a fare l’adattamento del piedone non hai neanche l tempo di vedere altro. Un tempo (e non parliamo degli anni 80, che io non ho vissuto) un’agenzia ci pagava i biglietti del cinema, dei musei e delle mostre proprio per incentivarci ad andare e a respirare cose nuove. E come dice il post, bisogna conoscere anche tutte le scarpe da ginnastica, sapere i colori che vanno, e quindi avere il tempo per andare in giro e rendersene conto. La vita non è solo sul web, anche se ci passa.
C’è poco da fare, io amo questa donna.
Quasi come amo l’amico di un amico di Donald, che ha scritto cose sacrosante e pienamente condivisibili. Tempo fa avevo postato anch’io qualcosa di simile, restato però a livello embrionale per paura di sembrare troppo cinico; invece, volevo solo essere realista.
Purtroppo anche la Cultura (la C maiuscola non è casuale) ha piegato la testa di fronte alle spettinature sapienti e al look total black di questi nuovi mostri. In cuor mio, spero che la crisi azzeri davvero questa classe dirigente che non dirige una benemerita cippa, e che ridimensioni le file dei tanti, troppi aspiranti fighetti che vedo in giro.
Quella però lettera mi consola, perché vedo che di gente sana per fortuna c’è n’è ancora in giro. Spero di incontrarla presto in qualche agenzia, possibilmente nella mia.
Ad maiora (e mai questo auspicio è stato più valido)
PS: Datemi pure della maestrina, ma quando vedo dei reply che contengono errori da seconda elementare, tipo apostrofare un articolo indeterminativo maschile, oppure quando ci si vanta di non leggere Archive (ottimamente e tempisticamente citato dall’amico dell’amico), capisco che il mio cinismo ha più di una ragione.
@Posalaquaglia dai, passami il refuso. Ero partito da “un’accorciata”.
Se cultura e’ conoscere tutti i di Archive stiamo freschi! Archive e’ un’accozzaglia di stampe stupide, la maggior parte delle quali si trovano su ads of the world e sicuramente non aiuta a generare “intelletto-creatività”.
come dicevo in un’altra risposta, “Forma è sostanza”, e saper scrivere almeno in italiano di base è il minimo sindacale. E fidati Posy, non scrivono male causa refuso o velocità come vogliono far credere, perché il tempo di un accento è il tempo di un apostrofo….
e sì, a me potete pure darmi della maestrina (che non sono) e della rompicoglioni (che sono!), tanto è primavera!
Spoon River e Posalaquaglia, “forma è sostanza” ma i refusi e le sviste sono sfuggite a tutti gli scrittori, compresi i più grandi, nonostante revisioni editoriali e giri di bozze. Figuriamoci online. Infatti, Spoon River, hai messo una maiuscola dove a rigore non avrebbe dovuto esserci, mentre non l’hai messa all’inizio del periodo
E allora?
La caccia al refuso per criticare un commento o un post è una pura perdita di tempo.
Gianni, non hai colto il senso del mio pensiero, ma credo che dormirai comunque benissimo
Gianni, tu ed io dobbiamo avere problemi di comunicazione e/o di decodifica e, dato il contesto, la cosa mi deprime.
Non parlo di refusi o sviste, ma di colpevoli errori da penna blu. Svarioni che i grandi scrittori non hanno mai neanche concepito; al contrario di molti che, gonfi di ignorante presunzione, qui vennero per cazziare e furono invece cazziati per essere caduti sui fondamentali (magari millantando l’alibi del presunto refuso).
La caccia al refuso sarà anche una perdita di tempo, ma se penso al tempo buttato via da molti sui banchi di scuola, mi viene una punta di orchite.
Ad maiora.
Posalaquaglia, tu hai problemi di comunicazione con te stesso. Avevi scritto: “ma quando vedo dei reply che contengono errori da seconda elementare, tipo apostrofare un articolo indeterminativo maschile”.
Scrivendo col computer, l’apostrofo che sfugge al posto sbagliato è un errore comunissimo, sia per “errore di sbaglio”, sia perché magari parti con una concordanza femminile, poi cambi aggettivo o nome e ti dimentichi di togliere l’apostrofo. Come nell’altro caso più sotto (“Ho dovuto andare/sono dovuto andare”), altro che errori da matita blu: più probabilmente siete voi che avuto maestre elementari un po’ dogmatiche in fatto di grammatica italiana.
Uscire, uscire, uscire. Sento solo questo. Ma è possibile che qui, in Italia non abbiamo proprio possibilità? Possibile che con la grande creatività che ci contraddistingue dobbiamo per forza andarcene? Possibile che non si riesca a riemergere da QUI? Si sguazza dal giorno alla notte nella mediocrità e nella superficialità e non abbiamo altra soluzione che quella di andarcene? Ma nessuno ha o ha avuto la forza di fare qualcosa di bello qui, da noi? E’ davvero tutta merda, la nostra?
Scusate il post/non post….ma è un venerdì che inizia male…
Edo, dai che domani è sabato
e cmq io non credo che la soluzione sia “uscire” dal nostro paese…se sei bravo e hai le palle (ce ne vogliono molte di più per restare!) rimani qui!
Tutto molto condivisibile. Sei inciampato sui giovani meridionali scrivendo una sciocchezza nella forma e nella sostanza, ma l’analisi mi sembra corretta. A parte emigrare, mi piacerebbe conoscere i possibili rimedi. Cosa si intende, in concreto, qualcosa di veramente nuovo? Che modello di agenzia (o di non agenzia) hai in mente?
Quando si cerca di fare di tutta l’erba un fascio, non si vede più la realtà ma la sua “media”.
Che non ci siano mai nuove ventate di energia/idee è troppo riduttivo. Cito un branco di esempi diversissimi tra loro: m&c saatchy per esempio, checchè se ne dica, mi sembra sia una bella realtà, e si e no ha spento 2 candeline. H-art ha dimostrato che si può stare anche lontano dai pm10 per essere ad alto livello. Chapeaux è una farm creativa che basta entrarci e si spiega da se. We Are Social? Forse è l’unica nel suo campo, ed è una realtà freschissima. Secondo me le idee/novità c’erano, ci sono e ci saranno. Il problema è la mungitura del creativo medio, che a me sembra inizi a perdere sangue dai capezzoli. Infatti ho apprezzato tantissimo l’iniziativa di guastini di promuovere l’informazione sui diritti di chi lavora in questo settore, solo mi chiedo. Per chi non era in streaming? Un riassunto della serata no?
Chapeaux legge, prende nota e ringrazia!
vorrei dire qualcosa, ma mi sembra non ci sia proprio nulla da aggiungere!
Ben detto.
Tutto talmente condivisibile e condiviso (da me, per esempio) che mi viene da vomitare.
Quando sono stata in agenzia (almeno in una delle due, ed erano tutte e due grosse, anzi, multinaizonali) ho avuto in effetti l’impressione di stare dentro un reality. Mi sembrava di essere tornata al liceo: c’erano quelli “popolari”, c’erano le feste, c’erano gli stessi abiti, gli stessi film, gli stessi punti di riferimento diciamo, pietosamente, “artistici”, gli stessi “amici”. Tutti si davano del tu, anche coi dirigenti, salvo poi pugnalarsi alle spalle alla prima occasione.
Insomma, una irriverente e soffocante realtà autoreferenziale in cui, anche solo per riuscire a lavorare senza che ti mettessero i bastoni fra le ruote (ma poi non si era parte della stessa squadra?!?), dovevi diventare amico di tutti, frequentare le loro feste (dopo le 22 ovviamente) e vestirti in quel certo modo.
E io che non ne avevo voglia? E io che i miei amici ce li avevo già fuori di lì e che di andare alle feste a tarda sera, dopo 27 anni di onorato servizio, non ne avevo più voglia? E io che, anche volendo, non avrei potuto acquistare quegli abiti con lo stipendio miserrimo che mi davano?
(e chi cavolo glieli dava a quella odiosa account di 25 anni, i soldi per comprarsi tutte quelle firme?!?!)
Un incubo. Come essere tornata ai miei 16 anni.
No grazie.
Ho pranzato da sola per un paio di mesi, poi per fortuna hanno dismesso il reparto. E il declino continua a tuttoggi, dopo 4 anni, in quella mastodontica agenzia di più di 6 piani….. Sarà un caso.
Ah! Per la cronaca, sono una PRRRRRRoducer
Silvia
grazie all’amico dell’amico di Donald, che mi farebbe piacere considerare anche un pochino amico mio.
Vogliamo parlare del dress code di art e copy? Fa davvero ridere. Una sera sono stato ad una delle mostre organizzate da tbwa. Beh, ho iniziato a fare attenzione alle persone, ai movimenti e al loro modo di porsi. È un circo di poveretti. Riconoscevi gli art dalle orribili t-shirt finto vintage (ma costosissime chiaramente) con scollo a V fino alla cintura, immancabile sciarpettina grigia lasciata molle, cardigan (nero), jeans attillati e scarpetta a punta, occhiali con montatura nera grossa. Ah dimenticavo, aria da appena svegli, spettinati e con la barba. I copy? uguali. Ma con aria leggermente più intellettuale. Una mandria che cercava l’attenzione del direttore creativo supremo non appena questo usciva correndo da una porta (senza cagare nessuno). Uno spettacolo pietoso. Mancava solamente la “moda del pubblicitario” a rendere questo mestiere ancora più in declino.
si uno spettacolo osceno. ma la cosa più triste è che si credono pure fighi e geni di livello mondiale. che piccole vite.
ottimo Goz
Non mi piace fare polemica e non avrei mai voluto scrivere, ma mi fate proprio girare le bolas
.
Cosa cavolo c’entra l’essere vestiti in un modo con l’effettiva bravura di un lavoratore?
Se vogliono vestirsi così, anche se seguono un gregge, ma chi se ne frega?
ciao,
la questione dei ragazzi che vengono al nord vuole descrivere una tendenza che ho riscontrato durante la mia esperienza nelle agenzie italiane: più lontani sono, maggiormente subiscono il fascino della stella decadente, di cui arrivano solo i luccichii superficiali.
Quando sopravvivono all’impatto con la realtà, i non milanesi diventano più bravi e smaliziati e motivati, anche se talvolta la motivazione è cieca e persegue l’obiettivo poco chiaro del “successo”. E in questo modello nord centro sud e isole sono molto simili.
I pochi che negli ultimi anni ce l’hanno fatta, ce l’hanno fatta nelle agenzie, diventando i più bravi a far decadere il sistema. Credo che i creativi debbano mettersi d’accordo su cosa sia il successo:
se il successo è diventare “famosi”, allora Bin Laden è stato uno di successo che ha fatto cose di successo. Oppure il successo è farsi intervistare dai giornaletti di settore dicendo cose banalissime, stile calciatore. Io ho iniziato a fare interviste quando avevo qualcosa di diverso da dire o una proposta da fare.
Lo ripeto: per me oggi la vera opportunità per un creativo è quello di dimostrare applicare la sua scienza non solo alla campagna da premio (io dopo 10 premi mi sono stufato, anche perchè le tartine del catering sono peggiorate) ma ripensare un modello più “utile” che magari può uscire dai confini pubblicitari, per tornare a produrre qualcosa di utile.
Tornare a produrre contenuti vuol dire guardare sotto la sovrastruttura e sbirciare le origini del mestiere, quando non erano i professionisti usciti delle scuole a fare le campagne, ma giornalisti, disegnatori e sceneggiatori del cinema, gente che sapeva e doveva fare contenuti interessanti, se no rimaneva a casa. Ricordo che Carosello era un format di intrattenimento, che la gente guardava spontaneamente e non una sequenza di filmetti ipocriti di cui nessuno verifica la reale l’efficacia.
Quando sono arrivati tanti soldi, non abbiamo resistito e abbiamo inventato il “mestiere del publbicitario”, creando nuovi spazi e riempiendoli con “professionisti” junior e senior.
Questi impiegati della creatività (è un ossimoro?) con e senza fringe benfit, hanno lentamente e inesorabilmente coperto e fatto dimenticare la matrice qualitativa di questo mestiere che ormai si alimenta solo di sé stesso, e non mette mai il naso fuori:
Nella retorica del lavoro pubblicitario le persone stanno 24 ore in agenzia, si sbattono, corrono. Tutta questa de-efficienza cosa produce? Riunioni. Chiacchiere. Campagne banalissime frutto di mille compromessi, di cui è impossibile verificare l’efficacacia.
Forse è per questo che i clienti tra un ibrido creativo e un’offerta sparata preferiscono far uscire il secondo. Oppure un contenuto che sia un vero contenuto. Le due cose insieme si ostacolano inevitabilmente, soprattutto in un contesto sensoriale affollato che ci costringe a selezionare solo ciò che è molto chiaro (chiarezza=poca fatica di decodifica) o molto utile.
Detto questo mi piacerebbe aprire in Italia, anche se non sono sicuro di essere capace di creare contenuti chiari e utili in un paese, dove sono famosi gli Sfighettii e i premi nobel sono sconosciuti. Grazie per avermi letto fin qui.
Carissimo,vorrei aggiungere una cosa: chi non lavora nei grossi network e prova a fare qualcosa di diverso, non in grosse città, non con soci che hanno i Contatti, fa una gran fatica. I clienti, si incuriosiscono ma poi continuano con le agenzie che hanno sempre avuto o semplicemente cambiano network per spuntare un preventivo più basso. Cosa dovrebbero fare quelli che ci provano? Oltre a credere nel Karma intendo… Quanto tempo ci si deve dare? Magari sono domande stupide o forse ho solo bisogno di un incoraggiamento. L’impressione è che, proprio come nella politica, ci sia un sistema costituito che impedisce il salto da piccolo studio creativo ad agenzia di comunicazione.
Bel post, Donald. Anche alcuni commenti. Checchè ne dicano, come te non c’è nessuno.
Per favore, lasciamo perdere il look. Che cazzo c’entra? Siete come quelli che odiano Berlusconi per la parrucca. Il problema non sono i finto hipster nelle agenzie, sono quelli che li stanno a criticare, come fosse quello il problema della pubblicità in Italia. Sveglia perdio.
Meglio il finto hipster o il finto manager che non sa come garantirvi un futuro ma si vende benissimo come guru della comunicazione?
E allora, cazzo.
più che altro….ma cosa me ne frega a me come si veste uno???? Mi vuole comunicare delle cose con il suo look, embè? Criticare la gente per questo mi sembra qualunquismo e miopia!
Ora, sinceramente nemmeno a me interessa come si veste uno e OVVIAMENTE non è questo il problema della pubblicità in Italia. Il mio pensiero è stato un po’ più vasto: se X persone iniziano a seguire o credere in un modo si apparire, inevitabilmente credono che quel modo di vestire sia il modo corretto per far parte di un tipo di società (quella dei pubblicitari) che in realtà non esiste. Ecco, forse usando altre parole è come se continuassero a portare avanti l’osceno convincimento che fare i pubblicitari sia elitario o in qualche modo “a parte”. Più continua questo convincimento, meno persone potranno trovare lavoro, perché élite chiama élite, e chi non è amico di nessuno resta fuori. Che non sia l’unico problema lo sappiamo tutti purtroppo. Era solo un pensiero che ho voluto condividere..
c’è puzza di fighetta…
la forma (spesso) è sostanza. Ma sì, il problema non è quello.
sia chiaro,l’atteggiarsi (t shirt scarpette ecc.) al 99% maschera mancanza di sostanza.Imitare chi si ritiene figo senza avere un decimo del suo talento è squallore.Se mi vesto da “David Droga” NON divento David Droga.Prendete dieci fighetta impaginati allo stesso modo e avrete dieci book molto simili,farciti di fake che,ed è gravissino,pur senza clienti rompipalle,ricerche ecc. fanno cagare e non andrebbero in shortlist nemmeno a Castrocaro.Il look non è il problema,ma ne è un sintomo lampante.Come la febbre per un’infiammazione.Infatti costoro sono ascessi che rendono ancor più penoso il panorama.
oooh finalmente
stavo pensando di scrivere praticamente le stesse cose
condivido al 95%
il look non è certamente il problema
(e permane il diritto garantito dalla costituzione di conciarti come ti pare)
ma è un sintomo lampante
garantito al limone
esattamente come per berlusconi
sissignore cialtrometer
il problema non è la parrucca
ma come fai a fidarti di uno che passa la vita a mentire col suo aspetto
a sè stesso e all’elettorato?
poi quando ti dice che la crisi non c’è e che puoi stare tranquillo
che fai gli credi?
di che cosa è sintomo vestirsi tutti eguali come si suppone che tu ti debba vestire?
ho bisogno di spiegartelo cialtrometer?
suggerisco non di personalità forte ed indipendente
e non di creatività ed originalità
ma porto una testimonianza personale
io ho insegnato a lungo in accademia di comunicazione
a un certo punto insegnavo storia della pubblicità al primo anno
art direction al secondo
e creatività al terzo
uno dei motivi per cui alla fine ho mollato è stata la parabola di ‘sti ragazzi
sempre la stessa storia annichilente
il primo anno erano uno diverso dall’altro
intendo dire quanto a vestiti e testa
con molta più voglia di cultura pubblicitaria generale
gli parlavi di bernbach e si entusiasmavano
e facevano le domande più disparate
il secondo anno a un certo punto le cose cominciavano a cambiare
non ho mai capito quale fosse il fattore inquinante
temo qualcuno dei miei colleghi prof
io me ne accorgevo un giorno ben preciso
quando commentando una campagna uno di loro saltava sù a dire snobbettino
“ma così si capisce troppo”
era l’inizio della fine
e non c’era più niente da fare
io cercavo di trattarli da adulti e di metterli in guardia
“non fatevi imporre modelli
continuate a fare di testa vostra
cercate di diventare creativi fighi
non fighetti
badate che c’è una differenza sostanziale”
ma sapevo già che li stavo perdendo
al terzo anno era tutta una gara a chi desaturava di più le foto
e si passavano inebetiti sottovoce i nomi delle agenzie fighette
per entrare nelle quali si appiattivano totalmente su modalità trite
poi parliamone pure
sui finti manager italiani che stanno rovinando le agenzie ho già scritto
ma per carità non difendetemi i fighetti in fotocopia
quelli che per dimostrare qualcosa devono vestirsi in un certo modo
sono anche loro un bell’aspetto inquietante della pubblicità italiota
buon week end a tutti
giovanni pagano
Buongiorno.
Sono sempre quella che non fa il vostro mestiere ma ogni tanto vi legge. Perchè non organizzate un incontro/convegno di una giornata dove i Topics sono gli argomenti che più hanno creato discussione su questo blog? Non però uno dei soliti incontri accademici dove c’è il benvenuto del Presidente e la moderazione di qualche membro del consiglio direttivo di una delle vostre associazioni di categoria. Insomma niente di istituzionale.
Io, volentieri, vi do una mano per la parte organizzativa (è il mio mestiere) gratis amore dei.
P.S Potete venire vestiti come più vi piace
Francesca
Cara Francesa,
il tuo mesteriore è dare amore gratis?
Bene, io mi metto in fila: sarò il primo della lista.
ps si fa per sdrammatizzare un po’.
Gentile Anonymous,
l’Amore arriva sempre gratis. E’ lungo il percorso che poi può costare caro.
p.s Bisogna sempre sdrammatizzare :*
Carssimo Anonymous,
l’Amore arriva sempre gratis. E’ lungo il percorso che poi può presentare il conto.
P.S Bisogna sempre sdrammatizzare :*
Concordo al 100% con l’autore del post. Molto acuto e lucido. E forse ti ho anche conosciuto. Sei A. S.?
Non avevo mai pensato alla questione dei giovani pubblicitari rampanti che vengono dal sud, ma la riconosco vera. (Sono pugliese)
Anche se bisogna dire che a Roma l’ambiente è sempre stato un po’ diverso da Milano, fino a qualche anno fa almeno. Adesso la crisi ci ha milanesizzati e si vedono un sacco di fighetti pseudonewyorkesi anche qui.
Parlando invece di contenuti.
La discussione è interessante, forse la standardizzazione dei processi formativi dei creativi è stata controproducente. In effetti tutta la gente tosta che conosco non ha fatto le scuole pubblicitarie, ha studiato all’università, si è laureata o meno, ha vissuto, letto, scritto. (Mi riferisco ai copy, ovviamente, perché gli art per forza di cose devono passare da una scuola tipo IED).
La differenza di spessore è notevole.
Il problema attuale per me però è un altro: la totale cecità dei metodi e dell’offerta. Le agenzie e gli account ancora ragionano su cosa possono vendere a un cliente: un annuncio, un film, una brochure, un virale.
L’anno scorso ho provato da freelance a introdurre con il cliente superistituzionale che seguivo un discorso di comunicazione per progetti. Non pensare al pezzo fisico da produrre ma a una campagna in grado di applicare un concetto posizionante nella maniera più ampia possibile, promuovendo delle attività socialmente utili (piantare degli alberi, finanziare un asilo, ripulire un quartiere, raccogliere la memoria storica degli anziani). In modo da aggirare la diffusa percezione della pubblicità come cosa inutile, inquinante, non richiesta; e spendere i soldi in qualcosa di duraturo, con una ricaduta positiva per tutti.
Non hanno neanche capito cosa intendevo dire. Anzi, peggio, hanno detto di sì e poi hanno fatto una bella brochure, un posterino e un annuncio stampa.
La rivoluzione prima di tutto deve essere culturale. E non intendo con questo che devono farla i giovani, che di solito si fanno facilmente impressionare da qualche trucco da quattro soldi.
La rivoluzione la devono fare i professionisti con esperienza e capacità. Soprattutto quei professionisti che in questo ultimo periodo sono stati allontanati dalle agenzie, e che hanno ancora il cervello, la cultura, l’esperienza per farsi ascoltare dai clienti, per tracciare una nuova rotta. Quei professionisti che non credono alla balla di essere dei residuati bellici e che si sentono ancora la cazzimma dentro, quella necessaria per lasciare un segno.
Questa e’ la nuova pubblicità che serve. Non mollare!!!
Io sono un figo.
Anzi, il piu figo di tutti! Talmente tanto fighetto da lasciare l’italia e vivere in una capitale o forse, la capitale per eccellenza.
Parlando di eccellenza di dico: Continuate a fare i fighetti a Milano o Roma e lasciate pure decadere il mio paese e la nostra professione fighetta che rende l’ ego del protagonista così tanto spropositato da non accorgersi nemmeno di quanto in Italia siamo ridicoli agli occhi estranei e non autoctoni.
Siamo bellissimi in Italia con le nostre feste cool e il nostro design made in Italy, con le nostre ore piccole in agenzia perchè ci crediamo e perchè fa figo rimanervi fino le 2am senza poi produrre niente di sensato o che valga davvero.
E se il problema dell’ italia fossimo proprio noi? non noi giovani ma noi italiani.
E se non vi fosse piu spazio all’interno delle grandi agenzie internazionali per la mentalità italiana?
Dico a voi, che vi definite grandi creativi italiani, senza rendevi realmente conto che ormai il tricolore è diventato complice del proprio disastro.
Io vengo dal sud e vivo a nord perchè sono stato affascinato dalla firma di un’agenzia internazionale.
Ma quando una bella campagna pizza e mandolino magari facendo le 2 di notte in un’ agenzia che non ti procura nemmeno un contratto da stagista?
Ora, sono imbarazzato da queste parole che vi suoneranno rozze, scontate, stupide e “fuori dall’ambiente”… ma l’idea che in fondo sia tutto una macchina del sistema che fa sistema e si incricca quando si incricca il sistema? Poi certo c’è la specificità italiana… ma io vi vedo solo servi di un’antica nemica: la merce, il vampiro del capitalismo moderno e post.
Sono d’accordo con te: c’è qualcosa di vampiresco nelle merci inutili, nella stimolazione di desideri nevrotici, nella cultura dell’imperfezione e della compensazione tramite acquisto.
Però ci sono anche oggetti utili, servizi che risolvono problemi, progressi da comunicare.
La pubblicità non è tutta demoniaca. Una buona parte sì.
Condivido. Inoltre la pubblicità si basa sulla trasmissione e sull’interconnessione mentale. Se lo stesso impegno profuso nel tentativo di convincere all’acquisto fosse convogliato in divulgazione di altre modalità di relazione (non esistiamo solo per consumare)…
Beh, uno dei posto migliori degli ultimi tempi…
Mi faccio delle domande però riguardo a un paio di questioni che hai sollevato:
“La scusa per mandarli via è sempre la stessa: “Vogliamo gente che sputa sangue, che sta qui di notte (il che nelle agenzie di Londra e San Francisco vuol dire che sei incapace di fare il tuo lavoro di giorno), che non vuole essere pagata (aggiungo io). Insomma “Ti
mandiamo via perché vogliamo gente che ci crede”.
Ecco. Come può un creativo che è alle prime armi dire al proprio DC “No, io stasera non rimango in agenzia. No, io stasera ho un impegno. No, io il week end non lavoro. No, mi date troppo poco perché io stia qui fino alle 2am per fare layout”. Ritengo che i DC abbiano il coltello dalla parte del manico, loro possono tranquillamente dirti: “Di gente che vuole stare fino alle 2am ne trovo a frotte, quella è la porta”.
Come si può iniziare a fare una rivoluzione se alla fine hai le mani legate e da solo non ti ascolta nessuno? Ho fatto un sacco di colloqui in agenzie grandi/medie dove, nella maggior parte dei casi, mi sono sentito dire “dimenticati la vita privata, qui si lavora anche di notte”.
Sono d’accordo con te nell’affermare che chi lavora di notte non sa lavorare di giorno; ma come puoi dire di no? Se qualcuno lo sa mi risponda, userò quella tecnica.
Altra cosa: i capi. Con capi intendo tutti quelli che stanno al di sopra di te (parlo da giovane che ha iniziato da un annetto). Peggio se sono agè e quindi un po anni ’80. Loro decidono tutto, e la maggior parte delle idee che possono essere innovative, “fighe” o semplicemente “belle” vengono tagliate perchè magari loro non sono molto al passo con i tempi. Come si fa a “incazzarsi” e “imporsi” senza che loro ti diano un calcio in culo?
Questo penso che sia un altro dei problemi che afflige i giovani. Il fatto che abbiamo troppa paura (fondata) di essere sostituiti appena la si pensa diversamente da uno dei propri capi. Guai andare contro loro per sentirsi dire la solita manfrina “che ne sai te? hai la mia esperienza? lascia fare ai vecchi”… e ti zittiscono. Non sono i giovani il problema, sono gli altri.
Io la penso così.
ciao ciao
Guardate… io penso che nonostante tutto qualcosa stia cambiando. Lentamente, grazie al progresso di nuovi media, nuove tempistiche, nuovi modi di comunicare, stiamo uscendo da quel periodo storico che definirei Post-Vigorellismo. Gli eredi del Vigorellismo che ora sono quasi tutti DC in grandi agenzie (meritandoselo proprio grazie alla corrente di pensiero solo lavoro, no vita che premiava nel decennio scorso) o stanno cambiando lentamente visione o stanno scontrandosi con un fermento che presto li taglierà fuori. Parlando qua e là, non è un mistero che siano tra i più odiati dell’ambiente (dai giovani dipendenti). Ormai è quasi da sfigati essere hipster per forza, fare le notti “convinti” (perché c’è anche chi pensa che sia cosa buona e giusta) fare e andare alle mostre e vernissage che sinceramente, nel 70% dei casi, hanno una rilevanza artistica quantomeno dubbia.
Quindi non temete, fate quello che ritenete giusto, perché la fila fuori dalla porta è sempre meno numerosa, e sta aumentando la gente che se ne va perché si è rotta i coglione e ha capito che il lavoro e la creatività non è un parametro che si misura dalla festa di Natale con mignotte o dal dj set dell’aperitivo.
Quindi tenete duro, una nuova era è in arrivo. Esistono creativi bravissimi (oddio molti di questi hanno espatriato) che sono umanamente e professionalmente ammirevoli: lavoro extra solo se necessario, modestia, relazione chiara e limpida, è solo questione di tempo.
“Persone di spessore, talvolta brillanti, sopportate come fastidiosa zavorra. L’intelletto è zavorra. Non viene acceso nelle agenzie, non è richiesto”
Grazie per avermi descritta così bene senza conoscermi. Ora mi sento meno sola, ma più frustrata. Per aspera, ad astra.
Ciao Giovanni, ti assicuro che la penso esattamente come te e l’ultima parte dell’intervento del Santo mi trova in totale sintonia.
Sono cresciuto professionalmente credendo nell’assioma “grande mente creativa=aspetto semplicissimo”. E ci credo ancora.
Ma giudicare dalle apparenze con quel tipo di astio che viene fuori da certi commenti, no. Non mi piace. Mi puzza. Ho avuto junior molto talentuosi con gli occhiali a montatura grossa, la camicia a quadri e lo scollo a V. Guarda gli Young Lions, non ti sembrano un filo hipster? A me sì, ma io ho guardato le idee. Erano buone.
E questo voglio dire. Giudichiamo i cervelli, non le Vans sdrucite. Sono cazzi loro.
Esatto, per me Cialtrometer ha ragione. In fondo ogni “tribù urbana”, ogni età, tante categorie professionali e certe volte anche i quartieri hanno sempre avuto le loro “divise”. Spesso senza che ce ne rendessimo conto. Quindi, guardiamo al cervello. Continuo sempre a sostenete che “forma è sostanza”, che è un filo diverso da “l’abito non fa il monaco” (anche se…). Buongiorno a tutti!!!
caro cialtrometer
se ammetti che l’esempio di berlusconi è stato infelice
andiamo quasi d’accordo
ma io non provo astio per questi ragazzi
cui adoravo cercare di trasmettere qualcosa
provo rabbia
perchè questo post si intitola “giovani complici del loro disastro”
e purtroppo è proprio così
ti racconto un’altra storia dei tempi di accademia
naturalmente ogni anno ti accorgi che qualcuno spicca sugli altri
(ed eccola la cosa più grave
che anche i più svegli
quelli che dovrebbero cominciare a coltivare la loro particolarità
si lasciano schiacciare dagli stereotipi
bisognerebbe costruirgli una riserva per cautelarli
altro che ammassargli il cervello)
un anno ce n’era una proprio sveglia
insolitamente indipendente e anche matura per la sua età
le sue proposte non erano mai banali
i suoi commenti sulle campagne sempre acuti
insomma una su cui mettere la mano sul fuoco
siccome non era difficile accorgersene
quando esce viene presa da un’agenzia “fighetta”
(non dico quale perchè il punto non è questo
so che le altre si comportano allo stesso modo)
ora io non so cosa le hanno detto al colloquio d’assunzione
so che lei riteneva suo dovere passare tutte le nottate lì
il giorno che ho affrontato di petto la questione
e le ho detto
“da qui a un mese dimmi quando possiamo farci una pizza la sera”
lei ha ammesso che non poteva prendere appuntamenti
perchè se all’ultimo c’era da lavorare lei doveva restare lì
(e far saltare un appuntamento preso un mese prima)
“perchè quando ho accettato sapevo che sarebbe stato così”
quel giorno l’ho mandata a cagare
ora
perchè lo sfruttamento del talento deve implicarne lo spegnimento?
e perchè questi ragazzi lo accettano?
per rispondere a “giovane non più giovane”
ok sono stronzi i direttori creativi che ordinano “non avere vita privata”
ma saranno coglioni o no i ragazzini che rispondono “agli ordini”
dopo che magari sfrangiano i coglioni ad amici e parenti
perchè la loro indipendenza non deve essere intaccata?
non dico che è facile farlo
dico che bisogna difendere la propria dignità
e più in generale la propria personalità
giovanni pagano
Eddai Giovanni, apri gli occhi e guarda l’amara verità:
la squinzia ti ha dato un due di picche formato poster.
E sta ancora ridendo alle spalle del docente credulone
che ha abboccato alla storiella delle notti di lavoro,
mentre ruzzola nel letto con il suo ganzo griffatissimo.
Mica per niente era sveglia, indipendente e acuta.
eh si mi sa amche ame che al giovanni è andata così, ma ciò non toglie che il suo discorso di fondo è verissimo, ormai universale perchè visto l’andazzo ormai non solo le agenzie fighette ti chiedono ste cose ma anche le agenzie di merda.
eddai posalaquaglia
se vuoi che testimoni alle tue nozze con spoon river
un minimo di serietà
perchè secondo me il problema è serio
“perchè lo sfruttamento del talento deve implicarne lo spegnimento?
e perchè questi ragazzi lo accettano?”
quanto alla squinzia se proprio vuoi saperlo
non ce l’ha fatta a reggere il ritmo
o preferisco pensare che la dignità abbia infine preso il sopravvento
e dopo due anni è tornata al paesello beata lei
dove credo che la qualità di vita sia molto superiore che nei sepolcri fighetti
secondo me questo è un lieto fine
giovanni pagano
Caro Pagano, cercherò di essere serio, (anche se mi costa fatica.
).
Credo anch’io che la fuga della fanciulla verso i patri lidi sia un lieto fine, anche se – sinceramente – di situazioni limite come quella che citi ne ho viste ben poche. Se questo è l’andazzo, bene fanno i giovani a ribellarsi e a fuggire.
Occhio però a non confondere per verità certe altre situazioni.
Ossia esperienze riferite da pischelli convinti che gli esordi – in qualunque tipo di lavoro – siano pappa fatta e cuscini imbottiti.
Di questi personaggi sì che ne ho visti: chiedi loro un minimo sforzo aggiuntivo e si mettono a frignare. Nota bene: non si trattava certo di notti insonni o di settimane prenotate sacrificando la vita privata, ma di normali quanto imprevedibili urgenze, smazzate tutti insieme senza favoritismi nè accanimenti.
Ci siamo passati tutti, più o meno: ma, stranamente, quelli che hanno accettato senza traumi queste contingenze sono tutti ancora al loro posto. Sarà un caso?
PS: Il testimone di nozze no, grazie. Ma un quarto a briscola di notte mentre gli stagisti si fanno il mazzo, ogni tanto mi servirebbe: considerati convocato.
Giovanni certo, il problema è serio, ma i ragazzi accettano certe condizioni per lo stesso motivo per cui accettano certi tipi di (non) contratto, certi (non)stipendi da fame che non ci pagano neanche una stanza di periferia in condivisione… Torniamo ad una questione qui già dibattuta, che però non mi sento di dire, in tutta onestà, che è solo questione di avere le palle. E’ facile parlare per chi come me non si è dovuta muovere dalla sua città, non ha mutuo, non ha prole, non ha pensieri. Certo, quello stronzo di P.D. l’ho mandato a cagare, per dignità umana e professionale ci ho rimesso il posto e lo rifarei altre mille volte, ma forse se fossi stata madre di famiglia o proveniente dal paesello senza avere dietro genitori che mi mantenevano, non lo so. O meglio, io sarei andata a fare la cameriera, perché al contrario del proverbio mi spezzo ma NON MI PIEGO, ma non posso condannare chi sta zitto e subisce. Come li possiamo aiutare?
o cavolo, scopro così sul web che Posy non vuol far di me una donna onesta! Soffro!
Adoro le donne che s’offrono.
allora mi straccio le vesti e i capelli, m’abbatto
Ecco: le straccione che battono, un po’ meno.
no vabbè….. tutto ciò è quanto di più lontano da me….
mi rifacevo alla tipica manifestazione di dolore delle donne nella Grecia classica, ahimè.
A volte, è come parlare allo specchio. Bello. Hai troppo ragione, Giovanni.
eh caro giovanni, secodno me invece non è affatto un lieto fine. mi speigo meglio: si fanno scuole costosissime con magari sacrifici per famiglie “modeste” si è bravi si ha talento e cisi investe la vita.
Poi si torna a casa perchè non è come i lsogno che ci avevano venduto e si rimane con l’amaro in bocca. No, giovanni, non è un lieto fine. Anzi è una triste fine.
dipende a quale storia ti riferisci
bad boy
se ti riferisci al sogno iniziale
può sembrare che non sia un lieto fine
ma se pensi a come il sogno si fosse rivelato un incubo
il fatto di essere riuscita ad evaderne è un lieto fine
se la realtà non è impegno dedizione e soddisfazioni
ma sfruttamento brutale senza riconoscimento della propria dimensione umana
avere recuperato una soddisfacente qualità di vita è un grande successo
sei dispiaciuto perchè hansel e gretel sono riusciti a farla franca?
eppure era così bella quella casetta tutta di biscotti e cioccolato
però adesso hansel e gretel hanno messo su famiglia
conducono una vita normale e serena
e quando ne hanno voglia si comprano una tavoletta di cioccolato
è vero che nella vita capita di dover affrontare delle difficoltà
a volte anche immani
ma vendergli a ‘sti ragazzi che
se vogliono avere successo
devono pagare 5 anni di tassa di sfruttamento
e l’annichilimento di qualsiasi forma d’indipendenza mentale
ecco questo lo trovo stronzo criminale e stupido
giovanni pagano
ma purtroppo è così. il ternine criminale è giustissimo, perchè si parla di azioni criminali di schiavismo e mobbing ( se vogliamo essere sincerie chiamare le cose come vanno chiamate.
ma stupido non lo è, perchè dal punto di vista dell’azienda e dei carrieristi dirigenti creativi, sono soldi guadagnati. sono meno spese ecc… ecc…
ecco il tuo termine criminale mi piace. dovreebreo arestare un paio di ad ed ecd e magari le cose cambierebbero.
caro boy
(scusa ma non mi sembri tanto bad)
e invece è anche stupido
non ho usato a caso l’aggettivo
perchè la ghettizzazione e l’ammasso dei giovani talenti finisce con lo spegnerli
e io trovo stupido guadagnare qualche euro di sottostipendi elargiti
e castrare talenti che potrebbero portarti maggiore e vera ricchezza
sotto tutti i punti di vista
e bada che la stupidità è davvero la dote principale dei nostri adv-manager
l’orizzonte esclusivamente tattico del risparmio immediato
e la totale assenza di investimenti strategici ad ampio respiro
hanno portato la pubblicità italiana allo sfacelo attuale
o qualcuno può contraddirmi?
non abbiamo amministratori delegati e direttori creativi in italia
abbiamo amministratori di condominio
in qualche caso disonesti
good luck
giovanni pagano
In questa polemica se sia giusto o sbagliato essere fichi, cool, hipster o come si dice oggi, no ci voglio nemmeno entrare. E’ una questione di struttura della personalità. O sei in quel modo o in un altro. Possono esistere delle eccezioni, certo, ma sono statisticamente irrilevanti.
I fighetti pensano che quello che ti metti addosso ti racconta al mondo.
Le persone normali sanno che è solo roba, non sono concetti.
Luther,
purtroppo le persone non la vedono così…ieri ero qui in centro (a Roma) e è passato un tipo vestito iperfirmato dalla testa ai piedi.
Non sembrava un pubblicitario. Almeno quelli secondo me, o meglio quelli che qui sono stati criticati e definiti fighetti, un minimo di personalità la dimostrano.
Lui si sentiva figo, a modo suo.
Io lo trovavo burino, e un poveraccio che spende lo stipendio per comprare un sogno o un mondo che mai gli apparterrà (Dior, Gucci, Fendi erano alcuni dei loghi che ho visto) ma che invece usa i senza stile e i senza personalità per far soldi.
Non era fighetto, mi faceva pure un po’ pena.
Lui con quella robetta addosso si sentiva maschio forse…il problema è questo. I brand del lusso lo hanno capito e sfruttano l’ondata degli scemi o dei vari “sottoboschi” del vorrei ma non posso. E se la ridono.
Io quando ci sono i saldi continuo a vedere le file fuori da Gucci, manco regalassero le cose. E penso che sono tutti un branco di pecore, sfruttate e inconsapevoli, che si sentono invece protagoniste di chissà cosa.
Perché la moda è una cosa, lo stile è altro. E’ veramente altro.
Quindi cosa uno indossa non è sempre solo “roba”…è anche concetto di chi sta dietro quel vestito, perché ha scelto quella cosa, da dove viene, in che mondo è cresciuto, dove vorrebbe essere. E’ molto di più.
Torniamo a “forma è sostanza”, che però va letto in questo senso, e non in modo riduttivo e superficiale.
tutto tremendamente vero. ma il problema resta e non si risolverà se non andrà in crack il settore. infatti mi auguro che chiudano tutte le filiali, dopo voglio vedre tutti questi geni dove andranno a rubare!
Anzitutto mi scuso per essere off topic rispetto alla questione moda.
Devo ammettere che l’idea di giovani come complici del proprio disastro,
decisamente mi spiazza.
Un giovane appena uscito da una scuola di comunicazione, o anche con uno
o due anni di esperienza, dove dovrebbe voler andare per imparare il mestiere
dell’art o del copy?
A mio avviso, nel panorama italiano, sono solo le agenzie con dimensioni almeno discrete
a poter offrire ad uno stagista, o ad un junior, la possibilità di imparare allo stesso tempo
da art e copy senior, da art e copy interactive senior, da account senior, da media senior e da DC.
Le grandi agenzie poi presentano anche più persone per ogni figura professionale.
Tra un “adesso no” e un “nun me rompe li cojoni”, l’ultimo arrivato riesce a rubare
in diversi settori quei piccoli pezzi di know-how che gli permetteranno di crescere e,
un domani, di aprire insieme ad altre persone una struttura migliore.
In Italia, il numero di strutture fresche e che possono promettere lavori di qualità è troppo esiguo e comunque riguarda quasi solo il web.
Da quello che ho visto io finora, gran parte delle persone che lasciano, volontariamente o meno, l’agenzia o diventano freelance, o consulenti, o si affiliano ad un gruppo che si occupa di comunicazione in senso lato, o entrano in un’azienda per occuparsi della comunicazione di questa, o cambiano mestiere, o vanno “via dall’Italia per portare avanti una piccola novità che poi è diventata più grande”.
Escludendo il caso oltre confine, per tutti questi professionisti proporre l’iniziativa sorprendente al cliente italico diventa un sforzo ancora più disumano.
Insomma, agli occhi dei giovani la pubblicità italiana è nella merda, ma le agenzie ancora un po’ galleggiano.
il titolo dice tutto ed è tutto vero.
Un mio piccolo contributo alla discussione:
Grazie mille Corvo Joe. Ti perdono per tutte le stronzate che hai detto prima. Questo video ti riabilita completamente.
(E mi fa sentire così fortunata di vivere nella periferia di una città così lontana dall’impero angloamericano).
Guarda che le stronzate che ho detto le rivendico. Perche’ in questo mestiere o vali e ti fai valere o non vali e ti fai le notti e vieni pagato uno merda! Quello che sei lo decidi tu…tutto il resto e’ noia!
A dispetto della mia botta di buonismo di ieri, oggi vorrei però porre l’accento su una cosa già detta (ca va sans dire) da Posalaquaglia, ovvero: non mi pare di vedere, nei momenti in cui bisogna correre davvero, qualcuno, specialmente tra le nuove leve, che di sua sponte, salta la pausa pranzo, la pausa caffè, la pausa sigaretta, la pausa telefonata interminabile con il fidanzato/a, etc.
In teoria non dovrei neanche chiedertelo, di saltare la tua pausa. Hai il sacrosanto diritto di farla, ma in alcune situazioni ti dovrebbe venire spontaneo pensare che forse il tuo cazzo di layout ha la priorità, altrimenti che significa, che non ti senti responsabile del tuo lavoro?
si il problema delle pause infinite, colazioni ad ogni ora, merendem fughe aperitivi e poi rientrare in agenzia… non si fa perchè tutto si allunga, epoi si fanno le noti come costante. ma sai, i capi vedono che sei inagenzia fino alle 10 sempre e pensano: cazzo questo si impegna quando fino alle 5 del pomeriggio ha cazzeggiato alla grande. ma capisco anche il loro punto di vista: anche se nn faccio pause e arrivo alle 8 di mattina fino alle 10 mi fan fermare cmq, tatno vale prendermela comoda e cazzeggiare.
da questo le agenzie tedesche hanno, per esperienza, moolto da insegnarci. e guarda il caso fanno anche lavori migliori e son pagati il doppio.
infatti è un problema di senso del dovere individuale, di senso di responsabilità e, secondo me, anche di dignità. Non siamo pronti per la democrazia.
Spoon River, basta così. Dai. Te lo chiedo per favore. Definire questo intervento offensivo è un eufemismo. Ruba cinque minuti al tuo quotidiano commentare su questo blog – probabilmente mentre lo stagista fa il “TUO cazzo di layout” – e prova a riflettere su questo: come può una persona che lavora in media 10 ore al giorno, spesso su idee non sue, senza uno straccio di contratto a sentirsi responsabile del proprio lavoro? E prima che tu mi risponda che chi fuma una sigaretta di troppo, o chi alle 13 inizia ad aver fame, non merita contratti: un contratto regolare non è un premio da dare ai bravi bambini, è il PRESUPPOSTO di ogni rapporto di lavoro. E se un ragazzo in stage o con un contratto a progetto si ferma fino alle 18, c’è solo da ringraziarlo, visto che legalmente non sarebbe nemmeno tenuto alla presenza quotidiana in agenzia. Affermazioni come “Non siamo pronti per la democrazia” magari teniamocele per altri contesti. Anche se l’unico che mi viene in mente è una riunione di canuti al bar, probabilmente dopo il terzo bianchino.
ok, torno buonista
non ti risponderei mai che chi fuma una sigaretta di troppo o alle 13 ha fame non merita un contratto, non mettermi in bocca cose che non ho detto e che neanche penso. Dico però che se lavori, lo devi fare bene, a prescindere dal contratto o dallo stipendio. E non per il tuo datore di lavoro, ma per la tua personale dignità. Non mi piace chi fa bene il lavoro, e quando serve fa anche sacrifici, solo perché ha un contratto o guadagna bene. Se ha una sua serietà e dignità lo fa bene anche in stage o sottopagato (non siamo tutti sottopagati, alla fine?) per amor proprio.
Io ringrazio ogni giorno chi resta dopo le 18.30 se si è presentato alle 9.30 in agenzia. Se però arrivi alle 11 di mattina e prima che inizi a lavorare è mezzogiorno, allora resti finché non hai finito. Se ti va. Altrimenti capisco che sei poco serio. Non ho mai sopportato i “non sono pagato per fare questo” e i “non è mia competenza”.
Professionalmente ti devo rispondere così, poi umanamente è un’altra cosa perché chiunque riuscirebbe ad intenerirmi il cuore (e infatti mi reputano comprensiva e buona), altro che canuta al bar!
Vedo della carenza d’affetto.
ahahahah!
Tranquilla, prima o poi arrivo.
sai come si dice a Roma? di come è morto tranquillo?
Credo di sì, …e non so se sia morto tanto meglio di chi viveva sperando.
(Tanto come potrei contattarti? Siamo tristemente anonimi…)
nooooo, io sono un’ottimista inconvertibile!
Ok, allora componi un 335 a caso: se il tuo ottimismo è verace, rispondo io.
ahahah, ho riso 2 ore!
proposito di riso…ho un po’ di fame…vado al bar, io sì che posso permettermi di fare delle pause quando voglio. ahahahahah
Eheheheh.
Che tempismo.
Scusa si è troncato il msg mentre digitavo.
Ti ho scritto mezz’ora fa.
Grazie degli auguri, che ricambio.
5 anni fa SONO dovuto andare via dall’Italia…
Minchia, è vero, non se n’era accorto nessuno?
Per quanto apprezzi i contenuti dell’articolo e molti dei commenti, non prestare attenzione a un errore blu del genere è sintomo di qualcosa che si ricollega proprio al discorso fatto (mancanza di strategia, di progettualità, insomma di pensiero).
Il che non vuol dire che l’autore del post sia un illetterato, o che lo siano tutti coloro che hanno letto – magari frettolosamente e cursoriamente – l’intervento.
Ma non la liquiderei come una questione marginale.
è giusto scrivere: “Sono dovuto andare”.
Appunto. Nel post c’è scritto “Ho dovuto”.
Un altro caso di pippa della “Caccia al refuso” di maestrine presuntuose (compresi, probabilmente, gli insegnanti di italiano di max power) che non verificano prima di enunciare le loro dogmatiche sentenze.
Scrive il linguista Aldo Gabrielli:
‘Sovente avviene questo: essendo i verbi dovere potere e volere per natura transitivi, e richiedendo pertanto l’ausiliare avere quando sono usati come indipendenti, avviene che chi parla o scrive sia portato ad usarli in ogni caso con l’ausiliare avere anche quando sono in funzione di servili. Sempre più frequenti perciò si incontrano, anche presso ottimi scrittori, frasi come “ho voluto andare”, “ho dovuto restare” (…). Questo accade quando parlando o scrivendo si sente il bisogno di sottolineare il concetto di di dovere, di possibilità, di volontà espresso dal verbo.
Lo stesso Manzoni trasgredì, per questo fine, la regola generale. Eccone due esempi: “Essa ha dovuto partir di nascosto dal suo paese”; “Ho voluto venire anch’io a veder e i fatti miei”.’
Insomma, più che un errore da “matita blu”, al massimo un errorino modesto e tutt’altro che grave (sempre ammesso poi che le innumerevoli eccezioni alla regola grammaticale debbano essere per forza considerati errori).
Che poi, se “dare la caccia al refuso è una pura perdita di tempo” (cit.), dare la caccia al post che dà la caccia al refuso che cosa sarebbe, di grazia?
Posalaquaglia: ovviamente anche dare la caccia al commento che dà la caccia al refuso è una perdita di tempo
In ogni caso le questioni grammaticali mi appassionano, anche perché quasi sempre succede che c’è qualcuno dogmaticamente certo dell’errore da matita viola, e poi – non sempre ma spesso – indagando si scopre che in realtà “si può dire in entrambi i modi, l’uso è tollerato, si tratta di un arcaismo legittimo, si tratta di un uso colloquiale, dialettale o gergale, o comunque tre dizionari registrano il modo ‘A’ e due dizionari registrano il modo ‘B’”
One reply fits all: liberissimo tu di pensare bene, e quindi di credere che un apostrofo buttato lì con la vanga sia una svista.

Io penserò male ma credo (e quello dell’apostrofo è solo un esempio a caso, sul quale non mi accanisco più di tanto) che quelli che ti sembrano refusi in realtà nella maggior parte non siano affatto tali.
Quando lavoravi con Pasqualino, sono certo che ti avrà più volte fatto un mazzo tanto su queste cosette…
E ora, se permetti, passo e chiudo, mi sto annoiando da solo.
‘sera.
Gianni, non sono d’accordo. Capisco la foga dell’argomentazione e “il bisogno di sottolineare il concetto di di dovere”, ma non è un caso che gli esempi tratti da Manzoni si riferiscano entrambi a brani di discorso diretto, dove si tenta di riprodurre la grammatica del parlato.
Ora, è evidente che non è un errore come questo a pregiudicare la validità di un discorso (per il quale ho già espresso, comunque, il mio apprezzamento). Ma non ritengo una pedanteria far notare che si è discusso per giorni sull’impoverimento del livello culturale (in tutti i sensi) della comunicazione italiana senza accorgersi di un solecismo abbastanza palese.
Nel mio commento – e questo forse non era chiaro – c’era più stupore, appunto, che riprovazione (e più verso i tanti commentatori, me compreso, che verso l’autore del post).
Tragicamente condivido la tua opinione.
“E’ avvio che uno intelligente, capace di andare oltre i modelli esistentii, in questa merda non ci creda. E allora che dovrebbe fare? Lincenziarsi e portare avanti le proprie idee in un paese che celebra sempre di più coglioni e coglionate?”
Creativi! in questo mondo che si trascina la demeritocrazia da molti anni e in tutti i settori NON MOLLATE! andate all’estero tornate e riandate, E COSì ANCORA, ma raccogliete le esperienze e fatene una vostra personale selezione in quanto la singolarità delle idee e la loro convinzione vi ripagherà. Forse sembra retoricamente tritata questa frase e forse non tutti ne raccoglieranno i furtti ma è la sola strada da seguire per difendere la qualità della vera professionalità. Il mondo sta cambiando più velocemente rispetto agli anni passati e sarà inevitabile che le mezze calzette verranno emarginate e mi riferisco sia a coloro che si definiscono creativi solo perchè fanno un disegnino sia a quei manager che assurgono al loro fasullo diritto tuttologico. Costoro, appena i grandi Brand si renderanno conto della imbecillità li abbandoneranno come un cencio sporco e non avranno più la possibilità di introdursi nuovamente e con quella maniera che hanno utilizzato in modo politico-clientelare per ottenere quelle posizioni. Ciò del resto è frutto proprio della Non meritocrazia che ha avantaggiato figure inqualificabili ma politicamente appoggiate. Fine di quell’epoca! Continuate la vostra strada e insistete ad essere CREATIVI . Tutti i settori che vogliono lo sviluppo hanno bisogno di questo e non di fumo! Lasciate che l’aria fritta sia l’unico elemento nutrizionale per quelle scarse figure da quattro soldi.
CREATIVITA’ = SVILUPPO ….mostratela e dimostratela!
Pingback: Perfetti per un reality « Onice Design
Sposo anche io l’anonimato per valorizzare il mio pensiero. Sono una di quelle piccole giovani realtà indipendenti, nate prima del grande freddo. Dopo 6 max 9 mesi dall’inizio del tuo grande sogno, capisci subito che la cosa più importante per continuare a sognare e, a mangiare, non è partorire grandi idee creative, ciò che conta è chi conosci e quanti ne conosci. Quanti più amici degli amici hai quanto più sarai una realtà di successo. Tutto il resto sono balle, grossissime balle, ps: non è una polemica, io mangio bene.
Siamo gestiti da persone che credono di poter lavorare come si lavorava nei tempi d’oro. La qualità si abbassa per dare la possibilità ai dirigenti di guadagnare come prima. Il desiderio di vincere i premi sono il nuovo stipendio e i clienti internazionali fanno campagne solo per guadagnare sui fondi europei. La creatività e le idee non risiedono piu solo in agenzie “pazze”, ora risiedono nella volontà di singoli talenti che lavorano con meno burocrazia e piu flessibilità. Le agenzie grandi moriranno facendo adattamenti e brochure per clienti paganti. In bocca al lupo.
Ti ringrazio. Leggendo il tuo post ho rivissuto la mia esperienza, e ora mi sento meglio.
Pingback: UN ARTICOLO DA LEGGERE. : Blografico
Milano Milano Milano Milano, Roma Milano Roma Milano Roma Milano Milano Torino Milano Roma Milano Bologna Roma Milano Milano Milano Firenze Milano Milano Milano Roma.
Bene. Sappiate che in Italia esistono più di 100 città. Che in ogni città ci sono agenzie più o meno grandi, più o meno strutturate, ma grazie a Dio in quasi tutte le altre città rispetto le solite Milano e (a volte) Roma, i creativi o sedicenti tali vivono molto meglio e probabilmente lavorano meglio. Non sono quasi mai dipendenti ma autonomi, lavorano in network, non si fanno la guerra e imparano molto.
Ci sono città piccole con agenzie piccole e clienti grandi. Perchè la aziende Italiane non stanno solo a Milano e Roma. Stanno anche a Verona, a Padova, a Cremona, a Trento, a Forlì, a Imperia, a Treviso, a Vicenza. E queste aziende spesso immense nel patrimonio e nella storia si rivolgono alle agenzie della loro città, perchè pretendono di essere conosciute dai creativi e da chi in agenzia deve lavorarci.
Tanto la tv è romanocentrica e racconta solo se stessa, tanto la pubblicità pensa che esista solo Milano.
Io, che lavoro in pubblicità come voi ma non solo, non sono mai andato ad una festa di pubblicitari. Indosso la camicia, il maglioncino blu e le Clarks e non mi prende per il culo nessuno.
Non ho un’auto strana e non faccio meeting ma riunioni. E per dirla tutta ho un Nokia comprato usato al mercatino da un cingalese per 8 euro che funziona benissimo e non manda mail o foto. E ho ancora la stessa pettinatura da quando avevo 9 anni. Eppure ci vivo di comunicazione, e per fortuna bene. Lavoro molto, certo, ma non gratis.
Ultimo dato. Una decina di amici coetanei lavorano in pubblicità. 7 a Milano, 3 nella mia piccola città di provincia. Bene, ai 7 di Milano va molto peggio che agli altri, ma allo stesso tempo gli ho sempre visti meno appassionati al lavoro e molto più alla “carta” del pubblicitario, alla milanesità, all’essere cool! sarà un caso?
Buona notte.