“La frustrazione con cui si può reagire alle attuali condizioni di lavoro offerte dal mercato della pubblicità può essere controproducente. Credi nelle tue idee e nel tuo talento? Allora prova a visualizzare il problema senza illusioni e senza rassegnazione, per mettere a frutto le potenzialità che esistono sul campo. Il sistema attuale crea molti disagi, soprattutto per le nuove generazioni, malredistribuisce le risorse e pesa sui clienti che investono. E’ inutile fare polemiche e menare pugni a vuoto. Hai le idee dalla tua parte.
Guarda i fatti. I mezzi di produzione della pubblicità non sono più solo nelle mani delle agenzie, delle grandi case di produzione e di postproduzione. Sono nella disponibilità di tutti. La tua immaginazione non è semplice forza lavoro. Con un Mac, pochi software e una rete affidabile di professionisti si può rispondere a tutte le richieste di un reparto marketing, dalla creatività alla consegna materiali. Cosa potrebbe succedere se i clienti iniziassero a rivolgersi a te e si rendessero conto che è più semplice, più veloce e più efficace lavorare con una rete organizzata e affidabile di nuovi professionisti? Saresti pronto?
Vorrei raccontarti un episodio apparentemente insignificante della mia vita. Nel 2005 ero a Copenhagen in vacanza. Una sera sono andato a cena in un piccolissimo ristorante giapponese in periferia. Prezzi bassi e poca confusione. Pensavo a tutto, tranne al mio lavoro. Quando il cameriere mi ha portato il menu, ho sgranato gli occhi. Era una brochure perfetta. Art direction e copywriting erano pregevoli. Avevo visto materiali BTL molto peggiori ricevere premi italiani e internazionali. Durante la cena ho notato che tutta la grafica del ristorante (che non faceva parte di una catena) era coordinata. Alla fine eravamo rimasti in pochi nella sala. Ho chiesto in inglese alla proprietaria chi avesse realizzato la brochure. Ha risposto di essersi rivolta a un piccolo studio sulla stessa strada. Le ho chiesto anche quanto avesse speso. Aveva speso circa 5000 euro e ha concluso il discorso dicendo: “Dovevamo rifare l’intonaco alle pareti e abbiamo pensato di rinnovare anche i menu e tutti i materiali di comunicazione.” Sono tornato in albergo con una domanda molto disbanded, come direbbe Francesco Taddeucci. Perché migliaia di negozi, macellerie, ristoranti, pescherie italiane non spendono in comunicazione quando rifanno l’intonaco alle pareti? Visto che ero in vacanza e desideravo al più presto tornare banded together, ho dato la prima risposta che mi veniva in mente: i creativi italiani sono o snob o rassegnati.
Alza gli occhi. Soprattutto nelle due città italiane più grandi, Roma e Milano. Le strade, i cartelloni, i negozi, i ristoranti, in media sono brutti. Per non parlare della televisione. Non comunicano. Ora che scrivo sono in treno. Faccio caso ai graffiti. Sono pochi i writer notevoli. La maggior parte delle firme e dei disegni sono scarabocchi inguardabili. L’origine della bruttezza nel nostro paese, mi sembra l’abbia spiegata bene Leonardo Sciascia quando dice: “Il vizio peggiore dell’Italia (corsivo mio) è quello di non credere nelle idee. Di credere cioè che la realtà non possa essere diversa da quella che è.” E’ la stessa ragione che spiega la frustrazione di molti creativi davanti alle loro attuali condizioni di lavoro: pensare che la realtà non possa essere diversa da quella che è. E quindi non fare niente per cambiarla.
Perché la comunità dei creativi non invade le strade italiane di idee e di bellezza? Provo a farti una proposta: creare un brand partecipato. Un network indipendente. Aperto al mercato. Una firma, un marchio unico e centinaia di giovani creativi indipendenti, attivi nelle loro città, con singoli portfolio on line, disponibili su uno stesso spazio web. Un network organizzato e autogestito in modo trasparente, secondo criteri di eccellenza creativa. Capace di fare new business sul territorio e di condividere le proprie esperienze. Dove i junior possono confrontarsi liberamente con i senior se ne hanno bisogno. E clienti grandi o piccoli – aziende, riviste o ristoranti giapponesi – possono andarsi a cercare i talenti che vogliono, direttamente, quando vogliono. Ci si potrebbe lavorare insieme, qui, subito. Ideare un nome e creare un marchio libero. E’ soltanto un’idea. Ci si può credere o no. Si può realizzarla bene o male. E’ chiaro, però, che il futuro del lavoro creativo dipende solo da chi lo fa. Anzi. Da chi lo fa bene”.
Ernesto Spinelli
Probabilmente mi sfugge qualcosa, ma non mi sembra niente di originale… vuoi crearti una rete di professionisti? C’è linkedin. Vuoi mettere il tuo portfolio online? C’è behance. Vuoi trovare lavori da freelance? Ci sono lavoricreativi, twago, elance, guru, ecc…
Il vero problema è che in Italia per rifare l’immagine coordinata il ristorante ti paga 500 euro quando va bene, e non vedo come la piattaforma degli amici creativi possa risolverlo… ah sì, con lo studente di Hdemia che poi ti soffia il lavoro facendolo per 200 euro, molto utile…
Ernesto mi chiedo se usi internet e ti rendi conto di quello che offre, il problema è culturale ed economico, in Italia il ristoratore non lo va neanche a cercare il freelance su internet o dove vuoi, preferisce risparmiare sull’intonaco, sul cibo e sull’immagine coordinata.
Parole sante, ma parole.
Io mi sono reso conto che il vero problema dell’Italia e’ questo: tanti dicono (anche cose spesso intelligentissime) nessuno fa.
Anche questo e’ il caso. Hai una buona intuizione Ernesto, perche’ non la stai costruendo tu?
Non voglio essere gratuitamente polemico eh, solo che tante volte ho sentito idee di startup, di app, di progetti che iniziano tutti con “si potrebbe fare…” e nessuno con “stiamo facendo…”
Scusate gli apostrofi ma scrivo dall’estero.
Per citare Jovanotti bisognerebbe “smettere di lamentarsi” e iniziare a fare.
cit
viene voglia di svegliarsi e di alzarsi
smettere di lamentarsi
che l’unico pericolo che senti veramente
è quello di non riuscire più a sentire niente
Il vero declino è di questo blog
sono 4 anni che provo a cambiare insegne e menù dei ristoranti, non mi hanno pagato mai più di 200€. I locali sono in crisi e non ci pensano per niente a investire 5000€ per un’immagine coordinata. Inoltre per quel prezzo ormai le agenzie si propongono.
La penso essattamente in questo modo. I ristoranti non spendono perché sono in crisi o, se non sentono la crisi, perché non gli importa niente. Per ignoranza, presumo.
sin. crowdsourcing
Provo a rispondere brevemente a tutti. Mi sembra che sia sfuggito ai commenti il punto principale della lettera. Devo senz’altro evidenziarlo meglio. Il punto è creare un’agenzia partecipata: un’identità collettiva.
Behance è un ottimo sito. Ma non è un’identità collettiva. Nessuno, almeno in Italia, entra da un potenziale cliente e si presenta come Behance. Anonymous, non parlarmi invece di Linked-in e dei tanti stucchevoli siti per dare/avere lavori. Sarai d’accordo con me, sono poco più che musei delle cere.
Dalla mia proposta vorrei emergesse l’idea di una realtà viva, fatta di persone, attiva sul territorio, capace di fare new business indipendenti con un’identità comune e con due soli criteri: autogestione ed eccellenza creativa. Anche se non si occupava di pubblicità, Luther Blisset ai suoi tempi era un’identità collettiva. La mia proposta potrei descriverla meglio così, con un’analogia con Luther Blisset.
Chiaramente fuori strada è lo sbrigativo commento: “sin. crownsourcing”.
Usciamo dall’idea che tutto è un gioco al ribasso, tutto è uno schifo, tutto è acqua calda. A maggior ragione, liberiamoci dalla paranoia: “ci deve essere qualcosa di marcio sotto, mi vogliono fregare.” Cosa c’è? Voi volete fregare qualcuno? Vi/ci conviene pensare in questo modo? Da quanto tempo non lavorate con entusiasmo su un’idea?
E’ giusta la domanda: “Hai una buona intuizione Ernesto, perche’ non la stai costruendo tu?” Rispondo: perché in questa fase la mia è una proposta, fatta d’accordo con Donald Draper. “Stiamo facendo” la cosa più importante: abbiamo iniziato un percorso collettivo sulla base di un’idea. Ma come tutti i percorsi collettivi puntiamo sul dialogo e sul confronto aperto. Che è quello che “stiamo facendo” ora. Mi sembra la strada giusta per fare bene qualcosa.
Il tuo post è interessante e coraggioso. Ma in alcuni punti hai già scritto le risposte che cerchi.
Una per tutte, la constatazione che tra tante cose che vedi in giro – siano esse le tag dei graffitari o le insegne di qualche ristogiap – sono davvero poche quelle che si salvano.
Perché?
A questa domanda c’è una semplice risposta, che è poi quella che azzera ogni discussione: perché non c’è cultura, o peggio ancora, perché c’è in giro una pseudocultura fatta di spocchia, presunzione e mancanza di umiltà.
Se la nostra categoria è anche troppo sputtanata agli occhi dei cosiddetti “clienti” e se questo sputtanamento è causa obbligata di una svalutazione del nostro lavoro e dei nostri compensi, la colpa è dei tanti, dei troppi che spacciano per cioccolata quella che in realtà è cacca. L’esempio del piccolo capolavoro di BTL danese è un’eccezione illuminante, ma guardati in giro: molto di ciò che vedi è – appunto – cacca.
Cacata da incapaci, rimestata da spocchiosi, venduta da ignoranti.
L’ho già scritto in passato su questo blog e qui lo riscrivo, a costo di passare per cinico e spietato: ben venga la crisi, se questa serve a scremare gli incapaci e gli improvvisati.
Occhio perciò al percorso collettivo e alla comune e indistinta identità: correre insieme è una bella cosa, ma se deve servire a trascinare anche i pesi morti e le zavorre non mi va più bene.
Si inizi con una sana rifondazione, con una selezione meritocratica e una vera valorizzazione della professionalità.
Mi dirai: chi la attua, chi la controlla, chi la valorizza? Ecco la mia impressione: non certo i club e le parrocchiette, ma il mercato e la libera concorrenza.
Quando usciremo dal guano della cosiddetta “crisi”, ossia quando il mercato potrà finalmente compiere una selezione sana e qualitativa, spero che sopravviva solo chi ha voglia e – specialmente – capacità e umiltà di fare le cose. Non i writers de noantri, il cui unico sforzo è andare a comperare le bombolette al Bricocenter, senza sapere nemmeno chi era Keith Haring.
E ora ti lascio, mi attendono a un congresso dove sono relatore con un’interessante esposizione su vita e opere del dottor Mengele.
(Mirate al petto, salvate il volto, please.)
100% d’accordo.
Non a caso ho parlato di due criteri: autogestione ed eccellenza creativa. E’ chiaro in questo senso che chi non crede nelle idee, forse non ha idee in cui credere.
Ciao ernesto, siamo un gruppetto che sta lavorando ad un progetto affine.
se ti va possiamo sentirci : franz@franzandfriendz.com
ciao
Ok Franz. Ti scrivo molto volentieri. Così iniziamo a confrontarci. Metto DD in copia.
ahahahah aaahahah un ristorante in italia che ti da 5000 euro per l’iimmagine coordinato o il menù? ahahahah al massimo ti propongono un cambiomerce con una tagliata. guarda che qua pi che i creativi è da rifondare la Mentalità: io nn mi sognerai mai di chiedere ad un mio amico idraulic di cambiarmi la doccia gratis, però il mio amico idraulico mi chiede il logo gratis . è questa la mentalità da cambiare nei piccoli commercianti eartiginai
Nota bene: nella lettera c’è scritto che il ristorante ha speso circa 5000 euro per produrre brochure menu, + bacchette, + cappelli dei cuochi e altri materiali. Non c’è scritto che il ristorante ha dato 5000 euro a una coppia di free lance come fee creativo. La creatività era una delle voci comprese in quei 5000 euro complessivi. Da questo punto di vista, il testo della lettera è chiaro.
D’accordo che bisogna cambiare Mentalità. Ma è importante dire che la Mentalità dei clienti riflette la nostra. Devono essere i creativi a saper interagire con il mercato. Il risultato peggiore di anni e anni di gestione aziendale della creatività in Italia mi sembra proprio quello di aver trasformato il lavoro creativo in un ufficio timbri. Non può essere così. Altrimenti i clienti ti tratteranno da ufficio timbri. Bisogna credere nelle idee. I clienti, grandi multinazionali o piccole realtà sul territorio, rispecchiano l’approccio dei creativi al mercato.
Un esempio che sembra non c’entrare nulla, ma spiega forse anche perché siamo così indietro. Qualche mese fa ho dovuto tirare su un muro per dividere un appartamento in due.
Costo del muro: 1.000 euro.
Tasse e costi amministrativi: 2.000 euro.
E’ un appartamento che ho ricevuto in eredità. Per entrare in possesso dell’eredità sono dovuto andare dal notaio. TRE VOLTE. Non una. Tre volte. Da tre notai diversi.
Lo dico non per giustificare l’arretratezza degli esercenti italiani (il discorso infatti andrebbe esteso al commercio in generale; mi ricordo quando il mio direttore creativo tornato dal Regno Unito più di VENTI ANNI FA fa disse a proposito delle insegne a Londra: “Non sbagliano un lettering”…) ma per inquadrare il fenomeno nel suo reale contesto. Non è solo lo Stato italiano che ruba e taglieggia. Ci sono anche i Comuni, le Regioni, le Province.
ecco esatto. Mi sembra che von Hayek abbia spiegato bene di molte cose che non vanno. La mia ragazza è psicoterapeuta. Al primo appuntamento con il paziente, definito “di conoscenza”, mette in conto la seduta come qualsiasi altra seduta. Se alla fine della seduta si rende conto che non ci sono le condizioni di sviluppare una psicoterapia, allora lo dice, ma si piglia 60 euro per la seduta di 45 minuti. Ed è tra le più economiche. E non pensate che il paziente possa andare da uno studente di psicologia a farsi fare la stessa seduta. Se dovesse accadere questo si beccherebbe una denuncia perchè non titolato e non iscritto all’ordine. I creativi potrebbero fare così? No, ma i creativi non hanno un ordine professionale che li protegga. Il nostro è un paese strano. E’ il paese che ha inventato gli ordini, ma questi esistono solo per alcune professioni. Io sono contrario agli ordini professionali, penso debba essere il mercato a stabilire molte cose, ma allo stesso tempo dico che se esiste l’ordine per una professione allora potrebbe esistere per tutte. Ma ciò non avviene. L’esempio dell’idraulico e della doccia è perfetto. Ora , dove sta il problema. Nei creativi che non hanno un ordine o in chi invece l’ordine ce l’ha? Forse proprio il fatto che non ci sia una regola generale per il lavoro. Vi sono categorie autoreferenziali e altre in balia altrui. Ora vado, devo fare un progetto che per l’ennesima volta mi verrà rifiutato da un imprenditore, per poi scoprire tra un anno che l’avranno fatto uguale sfruttando la mia idea e non guadagnando nulla.
“Si inizi con una sana rifondazione, con una selezione meritocratica e una vera valorizzazione della professionalità.
Mi dirai: chi la attua, chi la controlla, chi la valorizza? Ecco la mia impressione: non certo i club e le parrocchiette, ma il mercato e la libera concorrenza.”
Senza voler fare polemica, ma il libero mercato in Italia in questo settore c’è da sempre.
Non mi risulta che i clienti siano obbligati a lavorare con questa o quella agenzia, con questo o quel creativo.
I club hanno la funzione di esprimere il punto di vista che i creativi hanno intorno a che cosa è una comunicazione di livello. A prescindere se lo fanno bene o male, si tratta di un impegno che, se capito e apprezzato dai clienti, andrebbe a tutto a loro vantaggio.
Mi permetto di ricordare che molti clienti sono costretti a lavorare con questa o quella agenzia. Le grandi aziende il cui centrale ha un contratto quadro con un’agenzia (che solitamente fa parte di una holding con sedi dappertutto) deve lavorare in ogni paese con quell’agenzia. Non ha scelta, anche se è scontento. Ma cmq sono clienti che in Italia, quasi sempre, adattano l’adv centrale, e con vincoli sempre più restrittivi.
Grazie Spoony, hai centrato il problema: strano anzi che qualcuno non ne fosse al corrente.
In quanto al “libero mercato esistente da sempre” che evoca Von Hayek, chiedo a quest’ultimo:
a) sicurosicuro che sia tanto libero? (ti ha risposto Spoony…)
b) è sempre il presunto “libero mercato” a qualificare certi creativi oppure – ad esempio – lo fanno spesso premiucci, clubini e persino certi blog?
Io le risposte le so…
Anche i clienti fanno parte di società di capitale e gruppi finanziari. Dunque non sono obbligate ma usufruiscono di un’agenzia o dell’altra funzionalmente. Il mercato vero intercorre solo tra grandi gruppi, quelli in gradO di sopportarne le regole supportate dal capitale, il resto e’ di passaggio. Sul valore della creatività all’interno di questo contesto alzo le mani.
Posalaquaglia, dunque:
a) Del mercato ti ha risposto con precisione. Aggiungo che la maggior parte dei clienti transnazionali che scelgono questa o quella agenzia a livello internazionale centralizzato sono americani o di cultura anglosassone, cioè la patria del liberismo a cui anche noi paesi europei siamo obbligati ad uniformarci. Il settore della pubblicità, per vicinanza culturale agli Usa, pratica da sempre la flessibilità spinta, cioè il licenziamento per far quadrare i conti, ben prima che tale pratica diventasse corrente come sta accadendo in questi ultimi anni. Forse a te non sta bene e vorresti che gli Usa fossero ancora più liberisti…
b) se i premiucci premiano chi non merita e i clienti abboccano, peggio per i clienti. Il libero mercato non rende tutti intelligenti e non impedisce di fare pirlate.
Come siete buffi con la vostra ricerca di armonia celeste, della Regola Universale:
o è libero mercato al cento per cento, o sono tutti rozzi al cento per cento.
La realtà è variegata.
Ci sono creativi, tipo me, che lavorano bene con clienti che non rientrano in queste due categorie.
Scommetto anche che, in un paese industrializzato, di 59 milioni di abitanti, ce ne saranno altri.
E che in Danimarca e Inghilterra ci sono ristoranti con menu orrendi, certo meno che da noi.
La verità, nuda e cruda, è che in questo settore non c’è abbastanza lavoro per tutti. Le scuole di comunicazione sfornano ogni anno troppi aspiranti creativi. Carne da macello disposta a passare da uno stage all’altro, per poi approdare, se va bene a un contratto precario sottopagato. Quello che tu proponi di fatto già esiste, sono le piattaforme di condivisione creativa, che sicuramente non sono la soluzione per ridare dignità a questo mestiere. La tua visione è bella, positiva, ma mi sembra molto ingenua. Questo è un mondo ultracompetitivo. Non aspettarti che un senior ti aiuti. Certo può capitare. Ma non è la prassi. Ognuno in fondo pensa a se stesso, soprattutto ora che il mercato si è così incattivito. Piuttosto cercati due soci che consideri in gamba, con i quali hai identità di vedute e prova a vedere se riesci a fare qualcosa di tuo…mettiti alla prova…
In bocca al lupo
Storico
In realtà, io non avrei una vita da risolvere. Ho 38 anni e lavoro da quasi 10 anni come libero professionista per grandi aziende, come regista e come copywriter. Per fortuna non faccio solo pubblicità. Se scrivo e mi confronto ogni tanto qui su Bad Avenue è perché penso che la strategia “ognuno pensi per sé” sia sbagliata. Se anche tu scrivi qui, forse la pensi come me.
Insomma io avrei già pensato per me. Ma il mondo del lavoro creativo non solo non mi piace (questo sarebbe il minimo). Così com’è rischia l’implosione. A danno del lavoro creativo e della passione per le idee. Per questo provo disinteressatamente (ripeto: provo / disinteressatamente) a lanciare una sfida: crederci nelle idee. E di conseguenza provare creare un brand, un’agenzia partecipata. Un’identità collettiva, condivisa da tanti giovani creativi indipendenti. Attiva sul territorio italiano, aperta a tutto il mercato, soprattutto quello delle piccole aziende. Prova a pensare a un mondo della pubblicità, dove la comunicazione della ditta idraulica di un paesino o di una nuova pescheria o di una macelleria sul corso, grazie alla forza delle idee, è migliore delle campagne nazionali dei grandi investitori. Prova a immaginare un annual fatto di panifici, edicole, tipografie, fiere. Non sarebbe male, eh?
Ma ancora non l’avete capito che è finita? La comunicazione (come la intendiamo noi) è finita.
Così come finiranno i saldi diventando couponing, così come altre cose sono cambiate, ma dato che non ci toccano le ignoriamo. Invece che cercare soluzioni per tornare ad avere una comunicazione come “una volta”, spremete le vostre menti creative per cambiare la comunicazione. Pensare di cambiare il mercato è insano e a mio parere, anche inutile.
Ormai è così, è un dato di fatto. Per fare un menù, pagano massimo 200 €? Trovate un modo per far si che sia redditizio, altrimenti cari creativi (me compreso) facciamo un lavoro che non vale nulla e pretendere che il mercato gli dia nuovamente valore “associandoci” mi sembra un pochino utopico….
Ma veramente credete che all’estero sia diverso? (si un pochino lo è, ma non poi così tanto).
Cerco di fare un esempio più concreto. All’inizio per fare un sito internet, ci volevano gli “esperti”.
E proprio agli esperti ci si rivolgeva, pagandoli quello che volevano, perché non c’erano alternative. Poi gli esperti aumentarono e addirittura arrivarono i templates! Siti belli, a portata di tutti! Ora, la conclusione è che, o si propone qualche cosa che i templates non possono proporre, oppure certo non si possono chiedere migliaia di euro per un sito che costa qualche dollaro.
Poi ci sono i furbi, che vendono cari agli sprovveduti dei templates adattandoli.
La conclusione è che io, un normale sito, non tornerò mai e poi mai a pagarlo migliaia di euro e non credo che ci sia un errore in questo.
Il mercato, la società cambia signori, adattiamoci (in modo intelligente) ma non pretendiamo di adattare il mercato. Ho iniziato questo lavoro, vedendo fare scatti fotografici per milioni di lire (oltre i 50!) ma ora mica posso stare a perdere tempo a lamentarmi perché il cliente non vuole spendere per le foto o perché ci sono i vari shutterstock, ma posso cercare di adattarmi e continuare a fare questo lavoro in modo decente, altrimenti meglio cambiarlo, ma i modi per adattarci ci sono!
baci
Sparapalle. Non spari palle. Ma al tuo post, manca una cosa fondamentale per valutare il nostro lavoro: il valore aggiunto delle idee, messe a servizio dei clienti e della loro attività. Posso anche fare un sito web a 50 euro. Ma se quel sito non ha idee è un sito come un’altro. Non c’è lavoro creativo dietro. Questo non è più il mercato del lavoro creativo. E’ già un’altra cosa. Il nostro lavoro si fa con le idee. Chi non ne ha, fa già un altro mestiere.
Caro Ernesto, esatto io non giudico il nostro lavoro. Premetto che credo che l’idea sia uno “strumento per” e non l’essenza del lavoro creativo (non siamo mica artisti).
Non giudico il nostro lavoro, perché non avrebbe senso. Metaforando proprio gli artisti, tu non credi che ogni pittore veda nei propri quadri grande arte? Il problema è che è il mercato a giudicarlo, non gli artisti.
Se il nostro mercato, quello dei consumi, non giudica più performanti le nostre “idee” o non da valore al nostro lavoro, ci sarà pure un motivo, non credi?
Io che conosco il valore del nostro lavoro, delle nostre idee se preferisci, ti assicuro che non pagherei 5000 € il menù. È questo perché ritengo che alla società (quindi ai miei potenziali clienti) non interessi.
Siamo ormai da anni nell’era dello sconto. Inseguiamo lo sconto, il low cost. Abbiamo fatto una scelta. Low cost, non può portare qualità, ma ci sta bene comunque.
Perché il ristorare che prende i voli low cost, compre le offerte sui vari deals dovrebbe spendere 5000 € per rifare il proprio menù?
La realtà penso sia questa, ma non è ne amara ne dolce, è un dato di fatto verso il quale dobbiamo rimboccarci le maniche e lavorare, ma non cercando o sperando che la società o l’intero sistema cambi.
Anche quando si parla di stipendi nelle agenzie, ma perché mai, dovrebbero ricominciare a pagare bene i creativi? Forse avverrà quando la benzina diminuirà….
Più sopra avevo già evidenziato, ma nella lettera era abbastanza chiaro, che il ristorante giapponese aveva speso 5000 euro per rifare tutti i materiali di comunicazioni e l’immagine coordinata. Dalle bacchette, al cappellino del cuoco, al menu. In quel budget di produzione era compreso il costo della creatività e della stampa.
Ernesto, scrivevo menù per sintetizzare e non fare l’elenco, ho letto bene il tuo post.
Ma anche se avessero dato in omaggio al ristorante uno shooting fotografico, la situazione non cambia. Quello che facciamo, vale per quanto il mercato è disposto a pagarcelo e il cattivo di turno non è il mercato.
Il punto debole del mercato e’ che non può svincolarsi dal meccanismo del consumo. costruendo al di fuori di questo meccanismo e’ possibile tutto anche l’ annual di panetterie e macellerie. Grande soddisfazione ieri alla notizia del meno 9,6% di consumi carburante da inizio anno.
Sempre più gente acquista ai gas e guarda al consumo in maniera critica. Continua a crescere l’esigenza di sviluppare una vita alternativa a quella imposta e naturalizzata dal sistema consumo. E se la comunità fautrice della cultura del desiderio si interroga in merito, beh qualcosa si muove.
Se cade il sistema del consumo, cade il sistema della comunicazione…che ahimè, già vacilla
La produZione di soggettività, cioè la creatività , e per sua natura fuori dal sistema consumo. Siete dei resistenti e non lo sapete.
sì, ma se produci creatività fuori dal consumo non guadagni, quindi sarai pure creativo ma poi fai la fame. Tanto vale andare a fare il “madonnaro” a piazza Navona, almeno nessuno vincola la tua preziosa creatività.
Ciao a tutti, vi segnalo un progetto in linea con quanto discusso in questa lettera. Il sito è in costruzione http://isotype.org/2011/
Sono graditi commenti, ma soprattutto critiche
A presto
Grazie Lorenzo. Per ora in bocca a lupo per il vostro progetto. E’ importante avere più feedback possibili e confrontare tutte le esperienze di partecipazione che si stanno attivando nel lavoro creativo.
Per quanto riguarda la mia lettera a un giovane creativo, vediamo i futuri sviluppi. Se puoi inviarmi a ernestospinelli@hotmail.com un tuo indirizzo email, ti scrivo.
Caro Lorenzo, lo vedi che poi alla fin fine….
Se nelle prime righe c’è scritto in bold “alta qualità a prezzi competitivi”. siamo punto e a capo. Qui non se ne esce.
Competitivi non significa necessariamente essere sottopagati… semplicemente un network di liberi professionisti ha minori costi di gestione rispetto a una società.
I nostri prezzi non sono bassi. Solo alcune soluzioni che non richiedono una progettazione su tutti i livelli, in quanto rispondenti a richieste standard, ci permettono di abbassare i preventivi.
Focalizzare sui preventivi non permette di cogliere i punti fondamentali della questione. Vale a dire, riorganizzazione e redistribuzione.
I grandi network finanziari del lavoro creativo producono sfruttamento, insoddisfazione, ambizioni frustrate, presenzialismo (mi verrebbe da dire “aperitivismo”), ansia di prestazione.
La situazione è da tempo sotto gli occhi di tutti. La logica del profitto e della rendita prende senza dare niente in cambio. E’ un dato di fatto che il mercato della pubblicità si sta lentamente prosciugando.
C’è poco da nascondersi dietro i soldi guadagnati all’ombra della logica del profitto: i grandi direttori creativi del passato, le alte personalità della comunicazione, le giurie, non stanno facendo nulla o stanno facendo troppo poco per evitare la deriva del lavoro creativo per i più giovani, che non hanno futuro se visto dall’alto, a partire dagli altri. Hanno un futuro se visto dal basso, a partire da se stessi.
Sarebbe già un grande risultato se la mia “lettera a un giovane creativo” e la discussione che ne è seguìta permettessero di diffondere più stabilmente e di parlare con maggiore consapevolezza di alcuni concetti: riorganizzazione, partecipazione, eccellenza creativa, autogestione, redistribuzione.
Spinelli cita Sciascia, io cito Tabucchi:
“Silva lo guardò e posò la forchetta. Stai bene a sentire, Pereira, disse Silva, tu credi ancora nell’opinione pubblica?, ebbene, l’opinione pubblica è un trucco che hanno inventato gli anglosassoni, gli inglesi e gli americani, sono loro che ci stanno smerdando, scusa la parola, con questa idea dell’opinione pubblica, noi non abbiamo mai avuto il loro sistema politico, non abbiamo le loro tradizioni, non sappiamo cosa sono le trade unions, noi siamo gente del Sud, Pereira, e ubbidiamo a chi grida di più, a chi comanda. Noi non siamo gente del Sud, obiettò Pereira, abbiamo sangue celta. Ma viviamo nel Sud, disse Silva, il clima non favorisce le nostre idee poiltiche, laissez faire, laissez passer, è così che siamo fatti [...]” Antonio Tabucchi, “Sostiene Pereira”, 1994.
Noi siamo gente del sud, abbiamo bisogno di chi ci comandi, per potercene anche lamentare, e per poter dire che “tanto qui le cose non cambiano mai”.
Bhè, chi è fatto così non potrà mai essere parte di un network, di una agenzia partecipata, di una realtà nuova e al passo con un mercato che cambia, così come la prospetta Spinelli nella sua interessante lettera.
Ma non siamo tutti così, c’è chi è andato in vacanza a Copenhagen (metaforicamente parlando) e ha visto che il mondo può anche essere diverso, tutto quanto. C’è chi condivide questa visione, c’è chi ha capito che non serve ora incassare fee altissimi, è meglio incassarne tanti. In quest’epoca il fine non può più essere quello di arricchirsi, che oltre che arido, è anche irrealistico. Il fine è quello di andare avanti facendo ciò che amiamo, magari di cambiare, e restituire al futuro un mercato diverso.
Migliore, possibilmente.
Grazie Ernesto, ora ti scrivo in privato.
S