Pubblico questa lettera di Alfredo Accatino che sta girando in rete. È la sintesi di quello che sto cercando di esprimere in questo blog da quasi un anno, per cui inutile aggiungere che ne condivido i contenuti così come le soluzioni.
Potete leggere la lettera originale e partecipare al dialogo su creativi.eu.
“Cari creativi,
vi chiedo di leggere questo post. Ci metterete 5’. Parla di voi. Dopo, sarete un po’ incazzati. Forse, più motivati. Magari saprete cosa fare. Altrimenti, postate una canzone.
Ora passo al tu. Se appartieni al 94% di chi “non” possiede o dirige un’azienda di successo, con i riconoscimenti che ne derivano, contratti o dividendi, prendi un foglio di carta e scrivi su quali forme di tutela puoi contare. Fatto?
Che prospettive ritieni di potere avere, superati i 50 anni, se non dovessi divenire titolare, dirigente, star acclamata? E se ti trovassi nella condizione di doverti ri-immettere sul mercato?
Oggi, su quali garanzie puoi contare sotto il profilo sanitario, pensionistico, in caso di malattia, disoccupazione, maternità Se invece sei un libero professionista o un free lance, che tutele hai su pagamenti e tempi? Quali spese scarichi? E gli utili corrispondono agli studi di settore?
Se hai un contratto a progetto, a chi ti puoi rivolgere per mutui o finanziamenti? Se stai iniziando ora, quali aiuti hai ricevuto per lo start up? E, infine, se hai un’idea innovativa, chi è pronto ad ascoltarti? Che strumenti hai per proteggerla?
Ma soprattutto, chi riconosce il tuo valore, e ti considera una forza importante e strategica? Chi ci rappresenta? Quale corrispondenza esiste tra le nostre idee, la nostra visione del mondo e delle cose, l’amore per il bello in tutte le sue forme, e il sistema Paese?
Se, al contrario, appartieni a quel 6% che ottiene onori e premi, chiediti quanto sei veramente tutelato, e se non hai anche tu, stampigliata da qualche parte, la data di scadenza. Cosa succede se un fondo ti acquisisce e decide che non sei performante? Se litighi con soci, se soffri di ansia da prestazione, se il tuo mercato viene travolto dalla crisi, se improvvisamente ti pesa fare l’ennesima notte? Ma soprattutto, chiediti cosa puoi fare tu per il 94% di talenti che, meno di te, hanno ottenuto visibilità, guadagni, opportunità.
In Italia non esistono cifre che dicano quanti siano i professionisti che svolgono attività finalizzate alla creatività. I “creativi”, semplicemente, non esistono.
Eppure siamo quelli che costruiamo, ogni giorno, l’immagine della filiera industriale e commerciale, in alcuni casi, sogni e tendenze. Quelli che progettano le piattaforme dove ci si confronta. Che creano stili, storie e visioni da condividere. Disegnano il presente.
Io ritengo che in Italia siano più di 2 milioni le persone che vivono delle proprie capacità creative. Il doppio se si considerano ambienti di riferimento e indotti.
Non siamo identificati, rappresentati, tutelati, rispettati, valorizzati. Facciamo un lavoro logorante, che spesso riduce la capacità competitiva con l’avanzare degli anni. Prigionieri di stereotipi che ci vedono modaioli e svagati, con il bigliardino all’ingresso e il lupetto nero, sempre alle prese con cose divertenti. In realtà protagonisti di quella fuga di cervelli che porta i più intraprendenti di noi ad andare all’estero per poter vivere e realizzare le proprie idee.
Facciamo un lavoro anonimo. Senza diritto d’autore, con ritmi superiori a qualsiasi regime contrattuale, disposti a lavorare di notte e nei festivi, sulla scia di quell’entusiasmo e disponibilità che è insita nel nostro lavoro, al quale non potremmo rinunciare, ma che diviene regola in luogo di eccezione. Ma non siamo missionari e non stiamo salvando la vita a dei bambini. Siamo solo uno strumento del sistema industriale. Lavoratori dell’immateriale, braccianti della mente.
Eppure, insieme alla ricerca tecnologica, rappresentiamo l’identità storica della nazione, il made in Italy, quello che ancora ci garantisce un briciolo di credibilità nel mondo.
Ci confrontiamo e diamo voce alle culture giovanili e riformiste, invisibili e marginali per i media e il potere quanto lo siamo noi. Sperimentiamo tecnologie e linguaggi.
Pensiamo internazionale. Siamo quelli che hanno contribuito alla creazione della cultura web e social, della quale conosciamo, più di tutti, dinamiche, linguaggi e modalità. Ma non siamo mai coinvolti nelle scelte e nelle soluzioni. Mai consultati, mai coinvolti nei processi decisionali sui grandi temi di questa società. Che rinuncia, di fatto, a valorizzare uno straordinario capitale di energia e innovazione.
Mi spiace dirlo, ma le associazioni di categoria in questo momento non hanno più senso. Così come il parlare di pubblicitari, grafici, architetti, e di mille altre piccole nicchie. Sono finite le corporazioni. Potranno essere utili solo dopo, per specifiche esigenze di settore, per l’aggiornamento professionale e il confronto tecnico. E poi, basta.
Non ci sono creativi fighi e creativi di serie B. O lo sei, o non lo sei.
Il cambiamento che vi propongo è di mentalità e di visione.
Siamo e siete un’unica entità, qualunque cosa facciate: creativi per pubblicità e eventi, copy, art, graphic & industrial designer, visualizer, web. Ma anche artisti, autori, stilisti, scenografi, light designer, montatori, sceneggiatori, story editor, coreografi, registi, fotografi, progettisti, blogger, compositori, video maker, illustratori, costumisti, direttori artistici, curatori, artigiani di ricerca, traduttori, ghost writer… Nelle grandi città, come in provincia, dove maggiori sono le difficoltà.
Occorre spostare il livello di percezione/visibilità. Piantarla di fare gli individualisti. Divenire massa critica, movimento di opinione, influencer. Smettere di pensare all’orticello per acquisire quella che il buon Pasolini chiamava “coscienza di classe”.
Se il mondo non ci considera, usiamo le metodologie che il mondo comprende.
• Diventiamo lobby
• Impostiamo una rivendicazione sindacale (sì, avete letto bene)
• E quindi, diveniamo Gruppo di Pressione.
Anche in un momento di crisi, che potrebbe far sembrare irrealizzabili e utopiche queste istanze. Perché è quando si è in curva che occorre spingere sull’acceleratore.
Primo passo, renderci visibili, sollevando il problema. Al pari di quanto hanno fatto pochi anni fa i nostri colleghi sceneggiatori americani.
Blocchiamo il giocattolo.
Occupiamo la rete. Facciamoci vedere. Anche nelle strade. Senza sentirci obbligati a dover, per forza, fare manifestazioni fighe e creative. Poi, diveniamo piattaforma.
Cosa chiedere? Di ascoltarci. Di avere, in questo paese, un ruolo consultivo e decisionale. Ma anche ciò che hanno ottenuto tante altre categorie che, nella storia, prima di noi, hanno affermato in maniera organica i propri diritti:
1 – Tutela dei più giovani, con contratti a progetto e stipendi che assomigliano al conto di un ristorante. Regolazione del sistema stage e incentivi per chi assume. Finanziamenti o prestito d’onore per attrezzature e alta formazione
2 – Garanzia di tempi e modalità di pagamento per professionisti esterni e free lance. Con possibilità di accedere in maniera diretta a un collegio arbitrale per la risoluzione di problematiche professionali
3 – Istituzione di un Fondo di Solidarietà, pagato contestualmente alla prestazione d’opera, o inserito direttamente nel contratto. Destinato ad aiutare chi si trova a vivere momenti di difficoltà, per maternità, problemi di salute, disoccupazione. Con tassi agevolati per mutui e fidi
4 – Diritto d’autore per nuove categorie o forme espressive, per ridurre una disparità di trattamento non più giustificabile. Anche alla luce della recente sentenza Bertotti contro Fiat.
5 – Adeguamento legislativo del concetto di “idea”, oggi del tutto privo di rilevanza e tutela giuridica.
6 – Nel caso di partita IVA, iscrizione in categoria separata, con imposta calcolata al 75%, come avviene nell’ambito della cessione dei diritti. O inserimento delle categorie nella gestione Enpals, inserendo il concetto del “collocamento”
7- Facilities per l’aggiornamento professionale, per il consumo di beni culturali e soggiorni all’estero, elementi ala base del nostro lavoro
Diritti, si badi bene, che non devono essere appannaggio del soggetto singolo, ma anche di aziende e studi professionali che pongono la creatività come core business. Questo non vuol dire, quindi, lotta tra poveri, in un momento di grave congiuntura, ma condivisione di opportunità:
1 – Regolazione del sistema gare e riconoscimento della “creatività” all’interno del formulari di gara
2 – Diritto a poter scaricare le spese effettuate dalle aziende per ricerca, sperimentazione, nuove tecnologie. E incentivi per stage, apprendistato, assunzioni, contratti nell’area creativa
3 – Riduzione fiscali e incentivi in caso di start-up, con particolare attenzione nei confronti di under 30, factory, realtà collettive, in un contesto che valorizzi 3 assi portanti: creatività, ricerca tecnologica, arti
4 – Attivazione di ammortizzatori anche per quelle aziende che non raggiungono i minimali previsti per accedere a cassa integrazione o mobilità
Ho finito. E, detto tra noi, non avrei mai pensato di dover scrivere un giorno un testo simile a un vecchio volantino sindacale o a una predica mormonica. Ma così è. Con la netta sensazione che il social, pensato per unire teste e mondi, possa servire a qualcosa di più che postare una canzone.
In questo percorso illuminante il dialogo che gli sceneggiatori di un piccolo film “Generazione 1000 euro” ha messo in bocca a due amici, perennemente stagisti. “Questa è l’unica epoca in cui i figli stanno peggio dei padri….” è il commento di Matteo quando apprende che un suo coetaneo disoccupato lascia Milano per tornare dai genitori: “E qual è la nostra risposta? Mangiare Sushi.”
E a me, il sushi, non basta più”.
Alfredo Accatino
alfredo.accatino@creativi.eu
Sfondi una porta aperta, Alfredo.
Ma il punto è come sempre il come. Già più di 15 anni fa si tentò attraverso una piccola entità come Federpubblicità (Confesercenti) di portare la questione all’attenzione del Parlamento. Ci furono incontri e promesse. Inutile dire che non se ne è più sentito niente. Ci dissero però che in parlamento la categoria dei giornalisti e degli architetti era altamente rappresentata, che questi vedevano i pubblicitari come concorrenti diretti e che quindi le nostre istanze, andando contro i loro interessi, non venivano accolte.
Ora c’è la rete, è vero, ed un’opportunità di visibilità diversa.
Quello che francamente però non riesco ad immaginare è come si possa sfondare quel tetto di cristallo (un altro…) che divide la protesta dalla sordità e dalla cecità delle istituzioni.
Se dunque hai qualche idea sul come, comincia a raccontarcela, e chissà che una buona volta noi “carini” non riusciamo assieme a fare un brain storming per trovare la chiave che apre quella porta o l’ariete per sfondare quel tetto.
Cara Giuliana, rispondo a te da un computer amico. Il problema è non parlare di nicchie, o sottocategorie. Alziamo gli obiettivi. Il tema è : Creatività, Ricerca Tecnologica e Arti, devono tornare al centro dei temi di questo paese. Perchè in essi c’è il futuro, e la nostra tradizione. E l’unico modo per uscire da una situazione non più accettabile.
La difesa dei diritti della categoria potrà avvenire solo dopo che siano passati concetti più alti e trasversali. Un percorso che porterà ad affermare la protezione della creatività, la tutela delle idee, il diritto d’autore e tutte le altre cose che ho suggerito.
come si possa sfondare quel tetto di cristallo (un altro…) che divide la protesta dalla sordità e dalla cecità delle istituzioni…
un idea è lanciare estintori o salire sui tetti delle agenzie ma è poco fighetto….
hmn… vedo un’ attenta, calda, costruttiva e soprattutto affollata partecipazione a questa discussione. Peccato. Passerò allora direttamente alla pagina di creattivi.eu.
Buona giornata e scusate il disturbo.
sai com’è la gente lavora…
Pingback: Lettera aperta ai creativi « Tiragraffi
Alfredo, come non condividere?
a me non è neanche mai piaciuto il sushi…
da cosa si comincia?
Sostengo la causa.
Sono le cose che avrei voluto dire io, se solo avessi saputo come dirle.
Io, che sto costruendo un blog su questa situazione di “utili idioti”.
Vorrei sapere come si può iniziare a cambiare tutti insieme.
Il problema è che molti pensano che non si possa fare nulla, altri non ci pensano, altri non sanno e altri ci hanno già provato senza ottenere nulla.
Non siamo uniti. Essere creativi non vuol dire essere superiori agli altri creativi.
Ci si lamenta sempre tutti assieme ma c’è sempre chi pensa di lamentarsi meglio degli altri, e con gli altri non vuole avere nulla a che fare. Questo è un fatto grave.
A me questo manifesto sembra sembra un gran minestrone dove ci sono dentro cose che sono cause, altre effetto.
Per dire: gli sceneggiatori americani hanno fatto una protesta dove hanno ottenuto reali benefici perché esistono come potentissima categoria sindacale/ legale.
Dunque per ottenere qualcosa prima di aspirare a sacrosante mutue e garanzie eccetera bisogna diventare un soggetto giuridico compatto in qualche modo, visto che oggi tutte le categorie citate non ottengono un fico secco.
Fare lobby invece potrebbe essere possibile, ammesso che tutte le sterminate categorie descritte come creativi si riconoscano in una fantomatica associazione.
( Ma un creativo che ha un’azienda avrà più interesse in politiche di incentivi statali per le aziende o di rivendicazioni sindacali per se stesso?)
Un gruppo di pressione internettiano dunque, ma per sostenere che cosa? chi? quando?
E dato che le leggi si fanno in parlamento, questa lobby che partito intende sostenere?
Pensate che in un sistema politico come il nostro sia un fattore secondario?
E secondo voi gli architetti o i giornalisti sarebbero disposti ad abbandonare i loro comodissimi – e ingiustissimi- Ordini per appaiarsi a oscuri free lance del web o signorine che creano abiti di tendenza da vendere nei mercatini?
Ma forse sono solo considerazioni noiose da vecchia zia
Andate avanti ragazzi !
Insomma, da creativi passivi, a cre-attivi.
Sono pienamente d’accordo.
Facciamolo!
Da dove cominciamo?
Vado subito su creativi.eu e vediamo che succede da quelle parti. Ma ho il tetro sospetto che la situazione non migliorerà molto. Cmq ci sono al 100% e diffondo il verbo
Che i creativi commentino con ‘sono d’accordo, ma da dove cominciamo?’ mi pare sintomatico.
Sintomatico di cosa, esattamente?
Sono pro la rivoluzione che porta ad una evoluzione. Quello che voglio capire è, da dove possiamo cominciare a fare qualcosa di pratico tutti insieme, partendo ognuno dal proprio piccolo universo.
E questo è proprio quello che cerco di fare io, ogni giorno.
Ma se siamo di più, se vogliamo di più, di più possiamo avere.
Bla bla bla.
Bla bla bla, bla bla, bla bla.
Bla? Bla bla bla bla!
Bla bla bla bla bla bla bla bla bla, bla bla bla bla bla bla bla bla bla: bla bla bla bla bla. Bla bla bla bla bla bla bla bla bla, bla bla bla bla. Bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla.
Bla Bla
1. Bla bla bla bla.
2. Bla bla bla bla bla.
3. Bla bla bla bla.
4. Bla.
Bla!
Sei una scoreggia in un tornado
già, una scoreggia con Nome e Cognome.
Rivendicazioni sindacali?
Vi dò una notizia: se il vostro datore di lavoro non rispetta quello che c’è scritto sul vostro contratto di lavoro, basta andare dal sindacato e/o all’ispettorato del lavoro e saranno lieti di farglielo rispettare.
Però dovete farlo voi in prima persona, le uniche scelte sono o alzare la testa individualmente o continuare a subire individualmente, ad aspettare che qualcun altro faccia qualcosa per voi, continuerete a subire sempre e comunque.
qui si chiedono privilegi e garanzie. io non voglio privilegi. vorrei lavorare e faticare nel mio ambito creativo. oppure si chiedono cose impossibili, come tutelare le idee!
siamo altamente sostituibili, sia da chi paga (cliente o datore di lavoro), sia tra di noi. barriere pressoché nulle in entrata nel nostro settore. la fantasia è una capacità di tutti, persino di account e direttori vendite. photoshop può imparare a usarlo chiunque, basta scaricarlo piratato. la professionalità media è molto bassa. la cultura della progettazione esiste soltanto a livelli d’eccellenza.
sono contrario a questa idea.