Verso sera mi persi in quella parte dell’isola dove il litorale è più sabbioso. Dai racconti degli isolani apprendo che il plurimillenario processo di disgregazione della roccia qui si è misteriosamente consumato in cinquant’anni o poco più. In questo breve periodo il bilancio sedimentario si è pronunciato a vantaggio dell’erosione anziché della sedimentazione, così che l’impalpabile costa sabbiosa ha via via preso il sopravvento sulla materia rocciosa prima ancora che gli isolani stessi potessero rendersene conto.
I padri fondatori giunsero sull’isola di Advertasia da terre diverse e lontane. Pittori, viaggiatori, giocolieri, artigiani e apprendisti, stabilirono il loro insediamento su di una terra fertile e ne fecero la loro casa. Questi uomini erano diversi per indole e prospettiva, ma accomunati da una capacità innata che il tempo e la pratica possono solo raffinare, ma non offrire in dono: rendere straordinario ciò che è ordinario.
I padri fondatori crearono la colonia a loro immagine, crearono un mestiere nuovo, crearono un nuovo modo di comunicare, ma soprattutto crearono un’identità di cui andavano fieri. Proprio questa loro prerogativa dell’invenzione gli valse il nome di “Creativi”, che tutt’ora contraddistingue i loro successori.
I padri fecero tesoro della loro conoscenza dei popoli della terraferma e dei venti per incidere nella roccia storie meravigliose che attraversassero i mari per raggiungere il continente. Ma cinquant’anni dopo la geografia litorale sta subendo una rivoluzione rapida, imprevedibile e totale. Ora che le rocce vanno cedendo il loro terreno all’inarrestabile avanzare del moto ondoso, e l’inesorabile incessare delle onde insiste nel cancellare le tracce sulla battigia, i figli dei padri sanno che è il momento di deporre gli strumenti d’incisione e di re-inventarsi.
Si tratta di re-inventare un mestiere, re-inventare un modo di comunicare (anche sui miliardi di puntini impalpabili della sabbia questa volta, e non più solo sulla materia) ma soprattutto di re-inventare un’identità di cui andare fieri. Oggi Re-inventare sembra proprio l’imperativo per la sopravvivenza degli isolani, che solo nella creazione possono restituire legittimità al nome che hanno ereditato dai loro padri e che li contraddistingue.
Passando davanti a una bottega ho sentito un uomo parlare col suo apprendista di fronte a un’idea: ”Questa fa Click ragazzo.”
“Cosa vuol dire Click”?
“Click, vuol dire che funziona.”
“E come faccio sapere quando fa Click?”
Ma l’uomo non sa spiegare il Click. Forse perchè al Click non c’è ancora una spiegazione, o forse perchè il Click non si spiega.
Il Click si sente.
Click.
Click, click, click!
Sono sceso sulla spiaggia di Pirla’s Island. La sabbia è bianca, farinosa. A pochi metri verso l’interno esplode la rigogliosissima foresta di palme da cappero. Sulle palme milioni di bozzilli gorgheggiano e svolazzano tra le foglie. Il paese è poco lontano, vedo alcune capanne coi loro caratteristici tetti di spugna. Mi incammino verso il centro abitato, col mio fido Leatherman in tasca. Alcuni bambini mi corrono incontro, incuriositi. Mi si mettono a fianco e camminano con me. Sono completamente nudi, se si escludono i caratteristici MOOTANDS, che sono dei cilindri di lana mortaccina infilati sugli arti a proteggere i gomiti e le ginocchia. Lo strano senso del pudore degli abitanti di queste isole spinge i SEASALTERS a coprire queste parti del corpo al posto dei genitali. Strano, ma vero. Percorro la strada principale fino alla capanna più grande, quella del capo-villaggio. Ma il capo-villaggio non c’è (el gh’è no). Sembra sia andato a pescare, difatti la sua rastrelliera è vuota. Nel paese non ci sono uomini, solo una dozzina di donne ridacchia al mio passaggio. Devo essere molto buffo ai loro occhi. Le donne stanno cucinando un gigantesco pmuff allo spiedo. Ottimo profumo. I SEASALTERS sono amichevoli, abituati da anni a commerciare coi marocchini e gli algerini. Pesce fresco in cambio di flippers, per i quali vanno letteralmente pazzi. Una donna giovane mi si avvicina e mi offre quattro cilindri di stoffa, invitandomi a indossarli. Mi levo tutti gli abiti occidentali che ho e indosso i cilindri. Mi sento buffo, ma così non offendo i miei ospiti. La donna giovane è bella, e sta allattando un bambino. Mi offre una ciotola contenente un liquido bianchiccio. Assaggio. E’ latte di stozz. Buono. Mi invita a sedere all’ombra in attesa che gli uomini tornino dalla battuta di pesca. Che mondo strano… poche miglia dalla Spagna e ti ritrovi nella preistoria. Mi addormento. Sogno Juliette Binoche, come al solito. Nuda, con solo le ginocchia e i gomiti coperti. Mi sveglia un canto gioioso in avvicinamento. Sono gli uomini che tornano col loro enorme bottino di pesci. Vengo presentato al capo-villaggio, tale Roberto. Mi invita a cena, mostrandomi un enorme trufflo, altrimenti detto pesce-tartufo per il suo caratteristico odore di fonduta. Accetto. Roberto mi offre una collana e mi propone di sposare sua figlia (quella col bambino piccolo) dato che è da poco rimasta vedova e ha molto bisogno di fare BONGO BONGO, per avere il latte. La ragazza si chiama ZYXWZ. Il bimbo si chiama ABCDEFGHILMNOPQRSTUVZ, detto AZ. Rifiuto cortesemente facendogli capire che sono già sposato. Il capo-villaggio capisce e lo dice alla figlia. Lei protesta e discute col padre. Poi Roberto mi fa capire che si può fare BONGO BONGO anche senza essere sposati. Tergiverso, non so cosa ne penserebbero i miei cari. Questa sera, dopo la cena pare che ci sia il gran ballo della luna piena, durante il quale i flipper vecchi vengono bruciati in un enorme falò, prontamente sostituiti da quelli nuovi. Mi danno a disposizione una capannuccia, nella quale posso riposare prima della serata. Speriamo vada tutto bene. Mi spoglio (mi levo i cilindri) e mi butto sul letto di foglie di palma. A più tardi, vi terrò informati.
Miiii che palle….
eh si du palle
Douglas Adams de noantri?
Brando e Lele fanno una bella coppia. Li avrei visti bene al Folkstudio per delle letture.
È un piacere leggervi. Chi si annoia forse non ne è capace.
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=H9urCYcN7fw&w=560&h=349%5D
L’aedo canta e intanto la memoria
Si versa sopra agli occhi
Il dono che
Gli dà luce dentro
Lo fa cieco di fuori
Canta la storia
Come ci fosse stato
Come se avesse visto
Prima di essere nato
Ah Ah, soffrilo e poi impara
L’aedo incanta
E mentre tesse il testo
In sala sorse il pianto
Il verso versa
E toglie alla morte
Chi viene cantato
Chi aveva orecchie, chi potè sentire
Ritrovò la sua vita, com’era e com’è stata
Ah, soffrilo e poi impara
Ah, e imparalo a cantare
Pathos mathos
Un re tradito
Che ritrovò il ritorno
Nascosto di stracci
Portò la strage in sala
L’aedo disse
Nel silenzio di morte
A chi lo giudicava
O re potente come ho cantato loro
Ora canterò di te
E disse quello
Che tu viva per sempre
E dentro il tuo canto
Io viva con te
Ah, soffrilo e poi impara
Gli Dei soltanto
Ci filano sventure
Per dare gloria al canto
E il canto dice nascosto nel tempo
Con voce di pietra:
“Siamo due coste di rupe
Aspettiamo un terremoto
Per unirci di nuovo
In un solo canto”
Ah, soffrilo e poi impara
Ah, e imparalo a cantare
Pathos mathos
Mi sveglio di soprassalto con una strana sensazione. Come un senso di… assorbimento. Sento un tintinnare di flipper. Mi alzo, esco dalla capannuccia e constato che il sole si sta inabissando nell’orizzonte, proprio là, verso LIP. Mi incammino sulla spiaggia. Dal fitto della vegetazione escono uomini, donne, ragazzini, ornati con i caratteristici piumaggi di BLOTOLO. Al suono di tamburi di tutte le dimensioni avanzano a scatti, verso la radura principale del villaggio che qui chiamano comunemente PIAZZACAVUR. Faccio una passeggiata, gurdando il sole che si suicida come tutte le sere nell’acqua salata. Un cane di razza soriana mi segue facendo le fusa. Cerco di raccogliere le idee, ma non ne trovo. Nella PIAZZACAVUR ci sono ormai centinaia di indemoniati che si dimenano al ritmo incalzante dei tamburi. Stanno portando decine di flipper dell’anno scorso e li ammucchiano al centro della spianata. Mi accendo un mezzo toscano e improvvisamente spariscono tutti gli insetti che sciamavano intorno a me. In lontananza vedo l’altissimo vulcano VSUV col suo pennacchio di fumo. Bella serata. Giro i tacchi e, riflettendo sulle parole di KANDEBU’ raggiungo gli altri al villaggio. Mi hanno riservato un posto d’onore tra ROBERTO e ZYXWZ (che d’ora in poi chiameremo, per semplicità ZZ). La ragazza si è messa i cilindri di cerimonia, in seta cruda e un copricapo di vetroresina fluorescente con bassorilievo rappresentante lo sbarco in Normandia. ROBERTO invece è tutto dipinto di verde se si esclude il deretano che è rosso fuoco. A un certo punto arriva lo sciamano, tale BENEDICTSEDICH, con una enorme torcia accesa. Pronuncia strane misteriosissime formule indicando la montagna di flipper, poi emette un urlo bestiale e corre a dar fuoco alla catasta. Un canto di montagna chiamato QNDSRMFRFRDLLVLSGN si leva dalla folla che aumenta vertiginosamente la velocità del ballo, sostenuta dal rullare dei tamburi. ZZ mi prende la mano e mi invita a raggiungere il gruppo di folli danzatori. Esito perché non so ballare molto bene. L’ultima volta che sono stato in discoteca era nel 1967. Ma mi butto. Lo sciamano mi vede e si avvicina con una ciottola piena di uno strano liquido bianchiccio. “E’ GENEPY” mi dice lo sciamano. E mi spiega che se lo bevo stanotte con la luna piena posso ringiovanire di trentacinque/trentasette anni. Sicuro garantito al LIME. Io faccio rapidamente il calcolo: cinquantotto meno trentacinque fa ventitre, meno trentasette fa ventuno, meglio ancora. Mi piace… bevo il liquido bianchiccio e, santo Dio, comincio a sentire Jimi Hendrix (are you experienced?) dentro la mia testa. Cosa diavolo ha messo ‘sto stronzo nel GENEPY? Forse il fungo PEYOTE? Forse la METEDRINA? Forse addirittura il FORMITROL? Fatto sta che comincio a sentire il sangue riscaldarsi, bollire, sento che le mie braccia si intostano, si irrobustiscono. Contemporaneamente qualcosa accade anche nel campo tricologico: i peli del mio petto decrescono e si diradano. E poi sento spuntare sulla pelata e sulla ampia fronte NUOVI BULBI PILIFERI. Intanto il mio corpo è scosso da convulsioni, e danzo… danzo nella luna piena, di fronte al faò dei flipper ormai al pieno della sua potenza. C’è una pozzanghera lì per terra e mi viene in mente di specchiarmici dentro…. sorpresa! L’immagine che vedo riflessa nell’acqua sporca mi appartiene e non. Sono io ma non sono io…. ero io… ero io a vent’anni più o meno. La pozione di BENEDICT ha funzionato. Sono uno sgarzolino appena tornato dal servizio militare senza un lavoro senza arte né parte, ma con tutta quanta la vita davanti. Miracolo del GENEPY. Ballo, sudo, sternutisco, mi agito, mi rivolto, slummo, sguiscio, slarpo e sloffio. Pogo anche. Le stelle del firmamento cominciano a girare vorticosamente intorno alla mia testa. Una vecchiaccia mi si avvicina. Tiene un gallo nero vivo per le zampe. Il gallo è al contrario, a testa in giù e quindi è un OLLAG. Io penso al chianti, penso a SanPietro (tre volte), penso alla barzelletta del gallo che fa l’uovo in cima al monte, e poi non penso più niente perché la vecchiaccia ha sgozzato il gallo con un rapido e preciso colpo dei suoi incisivi e mi sta cospargendo del suo eugnas (sangue di OLLAG). Le mie orecchie rimbombano, la mia testa è piena di cotone a batuffoli separati, le mie membra si agitano al ritmo dei tamburi. Ed eccola ZZ, eccola che si avvicina. E’ strana, è tutta sudata. Ha la pelle lucida e scura, come il parquet di mogano dopo che è passata la donna delle pulizie. Gli occhi di ZZ sono due tizzoni ardenti di passione e di desiderio. E guarda me… amici miei, ZZ sta guardando me e continua ad avvicinarsi dimenando le belle natichette. DRUM DRUM DRUM, DRURURURUDRUM! DRUM DRUM DRUM, DRURURURUDRUM! ROBERTO è seduto al suo posto impassibile e mi guarda. Tutti mi stanno guardando. Tutto sembra così strano questa notte… io, il gallo nero, il chianti putto, ZZ, lo sciamano, i flipper che scoppiettano, la luna piena… la sabbia tra le dita dei piedi… le vongole. ZZ prende le mie mani tra le sue e mi trascina fuori dalla radura. Appena usciamo dal campo visivo degli invasati danzatori comincia a camminare a passo spedito, poi quasi a correre, sempre tenendomi la mano e trascinandomi. Arriviamo ad una capanna. Sarà sì e no un metro e mezzo per due, tipo un letto a una piazza e mezza. Leggo negli occhi di ZZ un grande orgoglio. Forse questa è la casa che fa parte della sua dote di matrimonio. Una tenda fa da porta. Una finestrella fa da finestrella. Il pavimento è di terra battuta. Alle pareti nessun quadro, solo scarafaggi e millepiedi. Mi sento improvvisamente a casa. ZZ mi toglie i cilindri lentamente, fissandomi negli occhi. Sento il calore del suo corpo, vicino al mio, sento il suo desiderio, il suo insopprimibile bisogno di BONGO BONGO. Sono totalmente sopraffatto. Scivolo nell’oblio, nel deliquio (che è un delirio un po’ più liquido), nel delirio dei sensi. Amici miei, questo non è un libro porno, per cui non posso andare oltre con la descrizione puntuale di ciò che avviene nella capannuccia. (Passato remoto). Credo che non farete fatica ad indovinare che passai le ore più calienti della mia intera vita, tra le braccia di ZZ. Morfeo, dopo alcune ore, venne in mio aiuto. Anche se aveva ancora addosso la tenuta da allenamento, mi prese tra le sue braccia e cullandomi, mi strappò momentaneamente a quelle di ZZ. Tra l’altro, devo dire che ZZ è veramente una gran bella TOPA. Per cui d’ora in poi, la chiameremo ZZ TOPA. Il sonno ristoratore ristorò me e la mia bella. L’alba ci trovò abbracciati come due bimbi freddolosi. Non avevo neanche l’alito pesante, per cui, approfittandone, baciai ZZ sulle grandi labbra e di soppiatto mi allontanai tornando alla spiaggia e poi alla barca. (Presente). Guardo l’orologio. Poi guardo anche le lancette dell’orologio. Sono le sei del mattino. Verso FUB il cielo schiarisce. Tutto tace nel villaggio. Solo qualche cane si aggira in cerca di una osso o di un tozzo di pane o di un pezzo di foie gras. Inspiro con gioia l’aria del mattino. UBU mi accoglie con tenerezza, come ogni volta. Mi siedo in pozzetto cercando di mettere ordine tra i ricordi della serata appena trascorsa. Suona il telefono. E’ una ragazza della TIM che mi parla di una promozione tariffaria. Sento senza ascoltare, guardo senza vedere. Ho l’impulso di salpare l’ancora e di andarmene alla chetichella, silenziosamente. Ma mi trattengo. Accendo un mezzo toscano e mi metto a scrivere le cose che avete appena letto. A più tardi.
Scrivo, scrivo scrivo finché un rumore nell’acqua vicino a UBU non distoglie la mia attenzione dallo schermo del computer. La vedo, è lei: ZZ TOPA. Ha raggiunto a nuoto la barca. E’ lì nell’acqua e mi sorride, coi suoi denti bianchissimi e privi sia di tartaro che di placca. I suoi occhi scuri scintillano d’amore. Amore per me, credo. Le tendo una mano per aiutarla a salire in barca. Lei si dà un colpo di reni fantastico ed emerge in un sol movimento provocando un fuoco artificiale di gocce e schizzi d’acqua. Non ha addosso nulla, nemmeno i cilindri. Non si vergogna dei suoi gomiti e delle sue ginocchia. Si siede in pozzetto di fronte a me e comincia a guardarsi intorno. Tutto la meraviglia: la canna da pesca, il GPS, la barra del timone, Diabolik, il pilota a vento. Mi chiede se può scendere sottocoperta. Io le sorrido, totalmente rapito dalla sua folgorante bellezza. Scende, non senza difficoltà, e il suo entusiasmo aumenta. Non aveva mai visto una casa in una barca. Guarda tutto, tocca tutto, apre tutto. Io cerco di spiegarle a cosa servono tutte queste cose e lei cerca di capire. Si butta nella cuccetta di prua, mi guarda maliziosa. Rifletto: che ci faccio io qui, con a bordo questa perla nera che vuole qualcosa da me? Come mi devo comportare? Devo assecondarla? Ma non è bello tradire la propria moglie… ieri sera ero sotto l’influsso del GENEPY… ma oggi… a proposito. Prendo lo specchietto e mi guardo. Incredibile… sono ancora quello di ieri sera… ho ancora ventuno/ventitre anni. Allora non sono ancora sposato… neanche con la prima moglie… sono ancora signorino. Uhm. Che sia uno scambio del binario della vita passata che il buon Dio mi concede di affrontare di nuovo? Cosa devo fare? Devo restare qui con ZZ TOPA in balia dell’amore e della meraviglia di queste isole, o devo invece tornare a procreare i miei figli? Cosa ne pensa KANDEBU’? Chissà. ZZ TOPA si è addormentata nel mio sacco a pelo. C’è tempo per decidere. Esco, metto il fiocco, salpo l’ancora ed esco lentamente dalla baia, col mio prezioso carico a bordo. C’è tempo per pensare e per decidere. E’ meglio morire di cancro dopo infiniti tormenti in un ospedale dove tutti ti trattano male e nessuno ti viene a trovare, oppure divorato da uno squalo bianco mentre ti fai bidet nell’acqua della laguna? Meditate, gente, meditate.
VIAGGIO A NONSENSE ISLAND
Poche cose al mondo riescono ad assomigliare al sesso come l’andare a vela. E’ tutto un gioco di prendi e dai, di lasca e cazza, di tira e molla. La prua penetra le onde cercando di non essere violenta, assecondandole, appoggiandosi ad esse. La barca cavalca il mare come un amante abile ed esperto. Sbuffi di schiuma, refole, continui aggiustamenti, ritmi, obiettivi. UBU è chiaramente in erezione. Un metro e passa di bompresso mi indica la direzione nela quale conviene infilare la prua. ZZ TOPA dorme. Io veglio, e timono. Il piccolo che aveva in braccio ieri (AZ) è figlio di sua sorella. Se l’era fatto prestare per la messinscena della ragazza da marito. Ritrovo il piacere di essere spettinato. Ho i capelli. Lunghi. Castani. Stopposi e salati. I miei cari vecchi capelli… se ‘sta cosa continua cercherò di tenervi meglio questa volta. All’orizzonte comincia a scorgersi il profilo di NONSENSE ISLAND che so essere quasi disabitata. Dico quasi perché anni fa ROBERTO vi aveva confinato tutti i detenuti della sua prigione, per facilitare il restauro delle celle. Poi, a lavori finiti, si era semplicemente dimenticato di andare a riprenderli. Un centinaio tra uomini e donne. Chissà se sono riusciti a sopravvivere, senza aiuti dall’esterno. Probabilmente sonoprecipitati nella preistoria e hanno dovuto arrangiarsi con le risorse dell’isola, tipo Tom Hanks. Non so cosa ci aspetta… speriamo in bene. Mi richiama la ragazza della TIM e io la mando di nuovo affanculo. “Sono via da casa, non ho tempo”. “Ma è una promozione vantaggiosissima…” “Vaffanculo”. Sento che ZZ TOPA si è svegliata. Il suo bel crapino emerge dal tambuccio. Ha gli occhi assonnati… è bellissima. Mi guarda come se fossi la sola cosa al mondo che la interessa. “Bongo bongo?” mi fa. “Dopo, stiamo arrivando a NONSENSE”. Solo adesso si rende conto che abbiamo lasciato la sua isola natale. Ma non si scompone. Le invidio questa sua capacità di adattamento a qualsiasi situazione. E’ salita nuda sulla barca… non ha nulla… non uno straccio, non una biro, non un libretto per gli assegni. Come dev’essere bello riuscire a vivere così, come un passero nel vento con nient’altro che le proprie piume. Le allungo una maglietta dell’ALCATRAZ e un paio di calzoncini di ALINGHI. Se li mette. Ha già dimenticato i cilindri. E’ pronta ad intraprendere una nuova vita. E io? Sono pronto io? Non so… sembra tutto così bello, così perfetto. Jack London ha girato per anni in tutte le isole del Pacifico parlandone malissimo. Georges Simenon ha fatto un ritratto impietoso dei vari sognatori e vagabondi alla ricerca della felicità da cartolina nel suo bellissim o libro “TURISTA DA BANANE”. E dove lo vogliamo mettere il film “INTO THE WILD” di Sean Penn. Non so, forse nel DVD player. Tutto troppo facile, troppo perfetto per un occidentale come me. I sogni svaniscono all’alba, come si dice, ma… “Vuoi del prosciutto?” E’ ZZ TOPA che mi allunga una busta Citterio ancora perfettamente conservata. “Prendi i crackers Galbusera Riso su Riso, che sono in fondo alla dispensa” dico io. Crackers col prosciutto crudo in vista di NONSENSE ISLAND. E’ forse questo il paradiso? Sono vivo o sono morto? Ho ventuno/ventitre anni, ho una barca fantastica, ho di fianco a me la donna più bella e più dolce del mondo. Sì, forse sono morto. “Sono morto?” chiedo alla mia dolce compagna. Lei mi guarda, non risponde subito, mi dà una lunga tiepida morbidissima leccata al collo, e mi dice: “Tu sei un uomo buono, in quest’isola non è un vantaggio… qui sembra che siano dediti al cannibalismo, dobbiamo stare attenti”. Col cuore in subbuglio e la testa piena di interrogativi butto l’ancora in una baia incantevole, orlata di una spiaggia bianchissima e la solita foresta di palme da cocco.
ESPLORARE UN’ISOLA
Mettiamo piede sulla spiaggia. Sembra tutto tranquillo. Non si vede anima viva. E’ buffo, sembra quasi che le nostre impronte sulla sabbia possano essere le prime impronte umane. Ma sappiamo che non è così. Dobbiamo stare all’erta. Ho portato il revolver carico, ce l’ho nello zainetto Tribord di Decathlon. Insieme al Ciocorì e alla macchina fotografica. Ho dato un paio di All Star piccole che avevo in barca a ZZ TOPA. Sta benissimo adesso che è un po’ vestita . E’ molto sexy, adesso che non la vedo più completamente nuda. E’ buffo, ma è così. L’essere umano vuole vedere ciò che non vede, vuole possedere ciò che non possiede… è così che cominciano le guerre. Naturalmente ho portato anche il SAPITORE UNIVERSALE, che non si sa mai. Dunque, amici, sembra tutto a posto. Ci sediamo all’ombra di una palma da lampascioni e facciamo colazione. ZZ TOPA si allontana un momento e torna con tre enormi cocchi che mi dice essere della qualità ERENATTI. Li apre con grande maestria, usando il machete di Lorenzi. Mangiamo e beviamo, il sole è caldo ma non fastidioso. In cima alle palme svolazzano i pappagalloni di NONSENSE, ubriachi di sole, di colori e di noce moscata. Non mi dispiacerebbe averne uno con me in barca, forse da portare in giro sulla spalla come Long John Silver. ZZ TOPA sembra capire questo mio desiderio e si offre di catturare un pappagallo. Io annuisco. La vedo salire lungo il tronco di una palma come farebbe un leopardo. Straordinaria. Scompare tra le foglie. Sento un gran trambusto ed eccola che ridiscende con in mano un enorme ARA ARARAUNA . Bellissimo, coloratissimo. Lo tiene in maniera che non si possa ribellare o difendere. Me lo fa vedere dicendomi: “Venerdì”. OK, si chiamerà venerdì, come il giorno della settimana. Mi dice di dargli qualcosa da mangiare, per farmelo amico. Io ho ancora un Ciocorì intero. Lo tiro fuori dallo zainetto, lo scarto e lo porgo a Venerdì. Lui non fa cerimonie, lo afferra con il becco e, aiutandosi con una zampa, lo divora in pochi secondi. Poi mi guarda sorridendo, come fanno i pappagalli quando sono contenti. ZZ TOPA molla la presa e lui svolazza via. Sono un po’ deluso, ma la mia bella mi sorride rassicurante. VENERDI’ fa un lungo giro verso sud (citazione dal mio film preferito, indovinate qual è) poi torna verso di noi e plana con perfetto stile sulla mia spalla sinistra. Ecco, sembra quasi impossibile, ma il mio desiderio è già esaudito. Chissà se ha voglia di imparare a parlare. “RIUNIONE DI CONDOMINIO” dico io scandendo bene le sillabe. Mi guarda con un occhio solo, e non fa na piega. “RIUNIONE DI CONDOMINIO” ripeto io ancora più forte. “A CHE ORA?” fa lui, con una voce squillante e chiara, quasi umana. Incredibile. ZZ TOPA ride a crepapelle. “Ma non ha senso…” “Certo, siamo a NONSENSE” fa lei. “CHE HO UN APPUNTAMENTO ALLE SETTE” fa lui. Roba da matti… ma dato che ci siamo. “Scusa, caro, tu che sei del posto, non è che ci puoi dire se ci sono rimasti esseri umani su quest’isola?” “ECCOME” risponde prontissimo lui. “MA STANNO DALL’ALTRA PARTE DELL’ISOLA, SOPRAVENTO… QUI NON VENGONO MAI”. Bene, penso che ci è andata di culo, nell’approdo. “ANCHE PERCHE’ QUI E’ PIENO DI COCCODRILLI PERICOLOSI… SONO COLOR SABBIA E NON LI VEDI FINCHE’ NON CI SEI PROPRIO ADDOSSO. PER QUESTO IO PREFERISCO STARE IN CIMA ALLE PALME”. Urca, coccodrilli di sabbia, mi ricorda qualcosa. “ECCONE UNO ENORME, PROPRIO LA’”. Io guardo nella direzione che mi indica e ho un tuffo al cuore. Non l’avevo notato finora, perfettamente mimetizzato nella sabbia, un coccodrillo di almeno quattro metri che mi guarda col suo sguardo inquietante. Uno sguardo da ausiliario della sosta. Ci alziamo velocemente e ci allontaniamo di qualche metro. “OCCHIO CHE LI’ CE N’E’ UN ALTRO” avverte Venerdì. Prendo la macchina fotografica e scatto alcune foto che vi allego. ZZ TOPA è un po’ spaventata e mi si appiccica addosso in cerca di protezione. Non so perché ma mi viene in mente una canzone di Manu Chao, che si intitola KING OF BONGO. Misteri della mente umana.
CANNIBALI!!!
Perché mai l’uomo deve sempre mettersi nei guai? Perché anche la donna, spesso lo imita? E i pappagalli? Perché mai i pappagalli sentono questo insopprimibile bisogno di avventura e di esplorazione dell’ignoto? Ulisse è nell’Inferno perché il suo peccato è stato quello della ricerca del sapere, e quindi della superbia intellettuale. Ma questa è una vecchia storia. Più semplicemente… perché diavolo decidiamo di andare ad esplorare l’isola e spiare la terrificante tribù di cannibali che la abita? Fatto sta che partiamo armi e bagagli, pappagallo sulla spalla e, cercando di evitare brutti incontri con i SAND CROCODILES, ci inoltriamo nel fitto della vegetazione. ZZ TOPA apre la strada col machete. E’ esperta nel ramo (era una battuta patafisica, l’avete capita?). Alcuni sonnolenti pitoni smeraldini avviluppati sui rami degli alberi ci seguono col loro sguardo verticale. Ci sono galline che razzolano dappertutto. Trovo alcune uova enormi e ZZ TOPA mi dice che sono uova di PMORG di palude. Ne raccogliamo un paio per cena. “E io chi sono?” starnazza VENERDI’ un po’ offeso. “A te le uova fanno male” lo zittisco io. Camminiamo per ore, non senza difficoltà. A un certo punto arriviamo a una bellissima cascata di acqua dolce. ZZ TOPA mi implora di fermarci a fare un bagno tonificante. Io mi abbatto su un tronco abbattuto (…) e bevo un po’ di Chinotto San Pellegrino. La guardo. Si toglie i pantaloncini. Si toglie la maglietta. Com’è bella la mia bella! Sembra uscita da un calendario di Petter Hegre. Si tuffa in acqua e nuota verso la cascata. “Gran bella gnocca!” commenta VENERDI’. “Eh sì.”. Mi spoglio velocemente anch’io e la raggiungo. Cosa volete che vi dica? Potete immaginare una situazione migliore di quella nella quale mi trovo? “Ho il sapone” le dico. “Usalo” mi risponde. Il tempo ci passa sopra mescolato agli schizzi d’acqua e alle bolle di sapone marsiglia. La mia bella è bella, speriamo che sia anche brava in cucina e a giocare a scacchi. Ad un tratto sentiamo uno strano rumore provenire dal greto del torrente. Là dove avevamo lasciato i nostri vestiti. Là dove avevamo lasciato VENERDI’ di guardia. Una trentina di terribili guerrieri armati di tutto punto con lance archi frecce mazze e kalashnikov ci guardano sorridendo coi loro enormi denti bianchissimi. “Eccoli, sono loro… i cannibali…” e mi si stringe addosso. Che fare? I tipi sembrano non avere fretta. Qualcuno di loro ci invita ad uscire dall’acqua. Qualcun altro applaude. Qualcun altro discute animatamente. Uno dorme appoggiato a un tronco. Uno rovista nel mio zainetto. Poi si decidono e vengono a prenderci. Ci tirano fuori dall’acqua e così, nudi come siamo, ci legano insieme schiena contro schiena, utilizzando delle liane sottili e taglienti. Poi infilano un bastone tra le nostre schiene e ci sollevano con facilità. Si forma una colonna e partiamo verso l’ignoto. Sento ZZ TOPA piangere dietro di me. Io sono a pancia in alto e vedo il cielo azzurro con le sue nuvole scorrere sopra di me. Cerco di calmarla. “Non preoccuparti, amore, ci inventiamo qualcosa… non è possibile che ci facciano del male… siamo nel 2009, sono anche iscritto all’ACI, e poi ho un’assicurazione della Fondiaria SAI…” ma non riesco a consolarla. Il viaggio dura una mezz’ora, forse due mezz’ore. Più o meno, insomma. Arriviamo finalmente al villaggio e ci rimettono in posizione verticale. Sono tutti lì e ci guardano con una strana espressione negli occhi. Un cane abbaia e scodinzola intorno a noi. Forse aspetta le nostre ossa. Rifletto: che differenza fa, tutto sommato, essere divorato da uno squalo mentre fai il bidet o essere mangiato da un cannibale mentre fai il brodo? Praticamente nessuna. La folla di selvaggi (come chiamarli altrimenti) si apre e compare un tipo veramente straordinario. Se non fosse nero di pelle, assomiglierebbe in tutto e per tutto a Gualtiero Marchesi. Anche nei vestiti. E’ il cuoco, evidentemente, e sta affilando due coltellacci strisciando le lame una contro l’altra. La folla ammutolisce e il cuoco si avvicina e ci guarda con competenza. Poi ci palpa, ci misura, ci pesa con gli occhi. Si volta verso la folla e domanda: “Barbecue?” “Tartare!” rispondono i selvaggi in coro. Tranne uno che, un po’ timidamente dal fondo suggerisce: “Pizzaiola!” Cominciano a discutere. Sento contro la mia schiena la dolce pelle di ZZ TOPA e penso che tra poco sarà una cotenna appesa a qualche bastone a seccare per farne otri o tamburi. O cornamuse. Che spreco. Ma, attenzione… sta succedendo qualcosa… arriva il capo. Tutti si gettano per terra, in atto di sottomissione e lui, un omone enorme e serio ci si para dinnanzi e mi apostrofa: “Sai qualche bella barzelletta nuova sui carabinieri?”
HO DOPPIATO CAPO HORN!
Barzellette sui carabinieri? Strano tipo questo capo che per la cronaca si chiama CAPOHORN. Ma so che dalla mia risposta dipende la nostra vita. O la nostra morte. “Allora… c’è una caserma dove dentro c’è un maresciallo…” “Dei carabinieri?” mi interrompe CAPOHORN. “Sì, certo, dei carabinieri…” “Ah, occhei… allora?” “Allora il maresciallo si accorge che sta piovendo a dirotto… si alza, va alla porta e chiama l’appuntato che è fuori in mezzo al cortile, di fianco alla macchina. E gli dice: APPUNTATO, VENGA DENTRO CHE PIOVE… e l’appuntato risponde: NO GRAZIE, MARESCIALLO, PIOVE ANCHE QUI.” CAPOHORN mi guarda con i suoi occhi iniettati di sangue (umano?) inespressivo. Silenzio di tomba. Tutti mi stanno guardando e sbirciano le reazioni del capo con la coda dell’occhio. Sento perfino il battito del cuore di ZZ TOPA. Una goccia di sudore mi scivola giù da una tempia e si spiaccica per terra. Riesco a sentire il rumore che fa, nel silenzio mortale che ci avviluppa. Poi, impercettibilmente, l’angolo sinistro della bocca di CAPOHORN ha un leggero sussulto, un fremito. Lentissimamente vedo i suoi occhi che si riempiono di un liquido trasparente e cominciano a sgocciolare. Poi, improvvisamente il tremendo cannibalone esplode in una ENORME SQUASSANTE DELIRANTE RISATA. Sembra che non finisca mai. I suoi concittadini, opportunamente, si mettono a ridere a crepapelle, dandosi grandi pacche sulle spalle. Perfino io mi metto a ridere… sapete, non c’è nulla al mondo che sia più contagioso del riso… neanche l’influenza… avete presente Henry Salvador a Studio Uno? Passano i minuti e la risata generale finalmente sembra spegnersi. Alla fine, dopo un’infinità di riprese, di riaccelerazioni e di sussulti ci calmiamo tutti e rimaniamo lì un pò inebetiti a guardarci sorridendo e ansimando. CAPOHORN si ricompone, prende fiato e decreta: “Dato che questa era proprio buona, dato che oggi è la ricorrenza della nascita di mio figlio RENEARNU’, dato che solo ieri abbiamo mangiato un idraulico che non voleva fare fattura… dato che magari ne sai un’altra… ho deciso di salvare la tua vita e di accontentarmi di quella della ragazza che ti porti dietro, che per giunta somiglia moltissimo alla figlia del mio grande nemico ROBERTO… ugh… ho detto!” Un paio di energumeni mi liberano dai lacci. Poi prendono ZZ TOPA, e l’appendono a testa in giù a un traliccio, non distante da una grande catasta di legna semibruciacchiata. Lei cerca di opporre resistenza, si dibatte, cerca di mordere i suoi persecutori, ma non c’è nulla da fare. Ed eccola lì, appesa come un quarto di bue, con addosso gli sguardi libidinosi dei selvaggi che le sbirciano i gomiti e le ginocchia sbavando. Piange, poverina. Devo fare qualcosa… non posso assistere a questo scempio… c’è uno che sta arrivando con le cipolle e il sedano… devo fare qualcosa. Mi avvicino a CAPOHORN e attiro la sua regale attenzione. “Grande Capo CAPOHORN, ascolta la mia supplica… anch’io discendo da una antica popolazione di grandi guerrieri… i VICHINGHI… per cui mi sento in diritto di parlarti alla pari… ascolta la mia proposta… per la vita della mia schiava (…) ti sfido a misurarti con me. Chi vince decide. D’accordo?” CAPOHORN mi guarda con un sogghigno compiaciuto e mi risponde. “D’accordo… accetto la tua sfida… e ti lascio scegliere la disciplina olimpica che preferisci: sollevamento pesi… lotta greco romana… lancio del peso…” “Corsa campestre!” annuncio io. Vedo la sorpresa dipingersi sul terrificante volto di CAPOHORN. “Corsa campestre… ah… sì certo… corsa campestre… va bene… sono pronto”. Speriamo di averla azzeccata. CAPOHORN pesa almeno un quintale e mezzo… non può battermi… anche in virtù del fatto che ho ventuno/ventitre anni e che correvo nell’Atletica Riccardi. Viene deciso il percorso. Fino alla palma in fondo alla spiaggia, poi ritorno fino al trespolo su cui è appesa ZZ TOPA, per cinque volte. CAPOHORN si sta facendo massaggiare dalle sue dodici spose (una più brutta dell’altra) con olio di Argan (il critico d’arte). Sgambetto un pò sul posto per scaldare i muscoli. Tutto è pronto. Tutti trattengono il fiato, anche la mia povera ZZ TOPA. VIA! CAPOHORN parte di scatto con una insospettabile agilità… è velocissimo… come diavolo fa a correre così forte?… io cerco di non perdere il contatto, ma così brucio tutte le mie energie… devo tenerle per gli ultimi giri, quelli decisivi… lo lascio andare… sento il villaggio in festa alla vista del loro campione che gira primo intorno alla palma in fondo alla spiaggia… io prendo il mio ritmo e lo incrocio mentre torna indietro … ha un’espressione feroce ed esultante sul volto… giro intorno alla palma e torno verso il villaggio… CAPOHORN ha già cominciato il secondo giro e lo incontro di nuovo… la sua faccia sembra un po’ tirata adesso… sta respirando con fatica… capisco che è già in difficoltà… parto anch’io per il secondo giro e mi sembra quasi di riuscire a recuperare… vita o morte… morte o vita… devo farcela… ecco… lo sto prendendo… CAPOHORN gira intorno alla palma poco prima di me… dal villaggio sento urla di disapprovazione e fischi… lo affianco… sta ansimando… sbatte i piedoni con violenza sulla spiaggia… lo supero e gli vado via… Non vorrete mica che ve la descriva tutta come la corsa delle bighe in BEN HUR, vero? Fatto sta che al quarto giro ho un vantaggio impressionante. Ormai CAPOHORN si trascina penosamente… è una maschera di sofferenza. Invece io sto bene, non sento la fatica e alla fine gli dò un giro… lo doppio… DOPPIO CAPO HORN! Arrivo al traguardo stermato ma contento e mi fiondo a staccare ZZ TOPA dal trespolo. I selvaggi invece vanno a soccorrere CAPOHORN che ormai striscia sulla pancia. Lo prendono e lo sollevano, riportandolo a braccia. Lo adagiano su un materasso di foglie, gli danno da bere… gli fanno aria… lo massaggiano e lo asciugano. ZZ TOPA , appena è in grado di farlo, mi salta al collo e mi dà un lunghissimo bacio, cosa che non passa inosservata.
ESSERE MANGIATI DA UN CANNIBALE O NON ESSERE MANGIATI DA UN CANNIBALE? C’E’ UNA TERZA VIA!
CAPOHORN mi viene incontro con un’espressione feroce dipinta sul volto. Trattengo il respiro e ZZ TOPA si nasconde dietro la mia schiena, impaurita. CAPOHORN prende un bel respiro e parla: “L’onore per noi è tutto. Mi hai battuto nella corsa campestre e hai ottenuto ciò che volevi. Ma io sono coperto di vergogna e di ridicolo. Io devo espiare la mia terribile sconfitta. Devo sacrificarmi perché io sono un grande fiume per il mio popolo (citazione dal film?).” Pronunciate queste memorabili parole CAPOHORN afferra un coltellaccio tremendo, appoggia un piedone al tronco di un albero, alza il coltellaccio e, in un sol colpo, si amputa di netto una gamba poco sotto l’inguine. Rimango basito, senza parole, come una vignetta della Settimana Enigmistica. Lui non emette neanche un gemito, semplicemente crolla a terra con gran fragore, forse svenuto. Dopo un attimo di stupore i selvaggi capiscono che anche stasera si mangia ed esplodono in canti balli urla e schiamazzi felici. Qualcuno porta via CAPOHORN cercando di tamponare il sangue che sprizza fuori copioso, a fiotti, come da un idrante newyorkese divelto da un Suv. ZZ TOPA esce dalla protezione della mia schiena e mi invita alla fuga. Ma un tipo ci blocca subito e ci porge un biglietto di Pineider. Leggo il biglietto: Uomo Bianco e Donna Nera sono invitati a cena questa sera, qui, più o meno dopo il tramonto, portate una bottiglia di rosso se ce l’avete. Firmato CAPOHORN. R.S.V.P. Il tipo gira i tacchi e si allontana. Il cuoco si è improvvisamente rianimato e nei pressi dell’enorme pentolone già colmo di acqua bollente, c’è un gran pelare patate, tritare cipolle, spezzettare sedani e carote. Gli aiutanti del cuoco intonano sommessamente una canzoncina mentre lavorano… … senza una gamba… … e noi siamo feici… … senza una gambaaaa … (sull’aria di Senza una donna di Zucchero Sugar Fornaciari). Mi apparto con ZZ TOPA per cercare di digerire gli emozionanti eventi appena vissuti. Troviamo rifugio e ombra in un cespuglio di URXZTMFOVCH poco distante. ZZ TOPA mi fa stendere e con un panno bagnato nell’acqua fresca di un ruscelletto poco distante, mi lava e mi asciuga manco fossi una Porsche Carrera 4. La lascio fare e recupero le forze. Mi sussurra parole dolci all’orecchio, mentre con gli occhi chiusi, mi godo il momento. “Mio eroe, tu hai salvato la mia vita e ora hai completo potere su di me… sarò la tua schiava, la tua donna, la tua commercialista… potrai pretendere da me ciò che vuoi…ti amerò per tutta la vita… mio eroe… potrai prendermi quando vorrai… in qualunque posizione… di giorno, di notte… mentre dormo, mentre mangio… mentre canto… mentre ascolto la partita… perfino mentre facciamo l’amore…quando vuoi, amore mio, padrone mio… prendimi ora se vuoi… predimi… prendimi dammiti cuccurucù… prendimi dammiti cuccurucù…” Ripenso all’avventura appena vissuta. La Patafisica è veramente grande, amici miei. Nei rapporti possibili con i cannibali, oltre ad essere mangiati o a non essere mangiati, c’è una terza via ed è una via patafisica: SI PUO’ ANCHE MANGIARE UN CANNIBALE! Ed è ciò che ci apprestiamo a fare. Spero solo che abbiano lavato almeno il piede.
HO MANGIATO UN CANNIBALE!
Intorno alla grande tavolata imbandita di tutto punto, traboccante di ceste di ananassi, di manghi, di potomos, di papaie, di avocados e di bnorgli, ci ritroviamo assisi (la città del Santo) come segue: CAPOHORN in posizione sopraelevata su un trono di bambù e west system è al centro, illuminato da una serie di MINIBRUTO puntati dall’alto verso il basso in modo che la luce gli sfini le trippette. Alla sua destra il sottoscritto, imbarazzato ma contento di essere vivente. Alla sua sinistra il cuoco, emozionato ma di colore. Di fianco a me, naturalmente, c’è ZZ TOPA, per l’occasione agghindata di penne di PMORG e collane di BULGARI, fremente ma contemporanea. Alla sinistra del cuoco le dodici mogli di CAPOHORN, una più brutta dell’altra, grasse, pelose e sudaticce. Poi un testimone di Geova in visita all’arcipelago, zelante ma capzioso. E via via tutti gli altri componenti della tribù, vocianti ma numerosi. Una tavolata davvero enorme considerato il fatto che è di circa 25 metri di diametro. Alle nostre spalle si affannano i giovani camerierini della scuola di cucina locale, petulanti ma imparaticci. In posizione un poco appartata, un’orchestrina di giovani vergini dell’isola suona con l’arpa birmana la canzone eletta a inno locale “MISISHIMA TORNA A CASA”. Ed ecco che, accompagnato da un frastuono assordante ma gradito, compare un energumeno che trasporta il piattone con il MAIN COURSE, cosciotto di CAPOHORN arrostito tempestato di chiodi di garofano e contornato di patatine novelle implumi. Alla vista del proprio arto inferiore CAPOHORN ha un sussulto di emozionato dolore. Il coscione è già SLICED, tipo rosbiff. Mi fa segno di servirmi e io timidamente allungo la mano con forchetta Sambonet. Fiocino un brano carnoso e lo faccio atterrare sul mio piatto. Nessuno si muove. CAPOHORN mi grugnisce un invito all’assaggio. Che faccio? Assaggio? E’ la mia prima esperienza antropofaga, ma c’è sempre una prima volta per tutto. Taglio un pezzetto di carne e lo avvicino alla bocca. Tutti mi guardano con gli occhi sgranati. Annuso. Il profumo è invitante… cosa vuoi che sia, Lele, con quello che mangi tutti i giorni al bar sotto l’ufficio. Apro la bocca e il segmento carnoso scivola docile sulla mia lingua. Succulento… un vago retrogusto di parquet. Comincio a masticare e ogni colpo di molari viene sottolineato da un muggito di approvazione dell’allegra combriccola. CAPOHORN invece, ad ogni morso, si lamenta, come se quella carne fosse ancora attaccata al suo corpo. Mastico ventitre volte e infine deglutisco. Un urlo esplode e tutti insieme si tuffano sul piattone brandendo le forchette o allungando le mani. Alcune mani rapaci vengono inforchettate per sbaglio, che in una tribù di cannibali non è mai una cosa bella. Anche CAPOHORN alla fine ha il suo pezzetto di carne nel suo piatto. Lo guarda con aria perplessa. Poi se lo porta alla bocca e comincia a masticarsi sempre più convinto. “Però… chi l’avrebbe mai detto?” mi dice in un orecchio, ormai visibilmente rinfrancato. “Bevi con me questo Chianti Putto, lo faccio arrivare ogni anno da una cantina sociale che ho visitato anni fa…” E mi versa il vino nel corno cavo di un POZTMON. “Lo abbiamo leggermente rinforzato… sentirai che roba!” Ingollo il primo sorso e… amici miei… era dal ’73 che non assumevo nessun tipo di droga ed ecco che ci ricasco. Il problema son sempre le cattive compagnie. Comincia a girarmi tutto. I suoni si mescolano ai colori e generano altre forme che dirvi non so… non esistono le parole. Ho l’impressione di essere fatto di pongo (Adica) e comincio a cambiare forma come nella vecchia pubblicità del Fernet Branca. Divento rinoceronte, poi divento damigiana, poi valigetta 24 ore, poi granseoloa del pacifico, poi ruota di scorta di Rover. Non so quanto tempo passa in queste trasformazioni. Percepisco vagamente che la festa intorno a me continua nella sua esplosiva gioiosa potenza. Alzo lo sguardo, vedo l’Orsa Minore, vedo Saturno con i suoi anelli al naso, poi vedo Matias Rust che passa col suo piccolo aereo poi chiudo gli occhi e con la mano cerco la mano di ZZ TOPA. La trovo e sento che mi dice: “Vieni, la festa è finita da ore… sono andati via tutti… stai russando”. Apro gli occhi e mi accorgo che è vero: non c’è più nessuno… tutti a nanna. “Ma che ore sono?” “E che ne so io? E’ quasi l’alba… approfittiamone e diamocela a gambe”. Sento che ZZ TOPA ha ragione. Meglio svignarsela prima che ci ripensino. Corriamo via, allontanandoci dal villaggio. Ci rituffiamo nella jungla, cercando di ripercorrere i nostri passi. Nel buio pù assoluto, col solo chiarore delle stelle… nel respiro misterioso della foresta di notte. Qualcosa si agita tra le fronde di un albero. “Ah, eccovi qui finalmente, ma dove cazzo eravate finiti?” E’ Venerdì, quel cialtrone di pappagallo che se l’era data a zampe quando ha visto che si metteva male e ora si ripresenta come niente fosse. “Bell’amico” commento io. “Ve l’avevo detto che avevo un appuntamento alle sette”. “Vabbé sorvoliamo”. “Ah io sono bravissimo a sorvolare”. “Ecco, appunto”. Dopo ore di cammino difficoltoso, a giorno ormai fatto, arriviamo alla spiaggia sulla quale eravamo approdati il giorno prima. I SAND CROCODILES sono ancora là dove li avevamo lasciati. Non si sono mossi di un millimetro. UBU galleggia all’ancora nella baia. Ci tuffiamo (Venerdì no) e raggiungiamo la mia adorata barchetta. Saliamo in pozzetto. Venerdì si accomoda sul roll-bar. Ci asciughiamo al sole ormai caldo e ci guardiamo negli occhi con una punta di soddisfazione. “Sì, l’abbiamo proprio scampata bella…” affermo io. Per tutta risposta ZZ TOPA, col fuoco negli occhi replica: “Adesso BONGO BONGO, poi partiamo”. E va bene, vada per BONGO BONGO. Che ci volete fare, la vita è fatta anche di doveri.
INCONTRI PERICOLOSI
E’ uno di quei giorni che… meglio partire. Salpo l’ancora cercando di far meno rumore possibile. ZZ TOPA dorme… ZZZZZZZ. Randa, fiocchetto… UBU prende velocità e usciamo dalla baia. Davanti a me la distesa infinita del mare. Sulla terra tutto invecchia. Gli esseri umani, gli animali, le piante, le case, le strade… nulla sfugge al tempo e ai suoi segni. In mare è diverso. Il mare non invecchia. L’acqua è sempre giovane. Come si fa a distinguere tra un’onda di ottant’anni e una di diciotto? Tre categorie umane… i vivi, i morti e quelli che vanno per mare. Chi va per mare non invecchia. Anzi, semmai ringiovanisce… guardate me! Son partito dalla Spagna meridionale che avevo 58 anni e ora ne ho 21/23. Il vento rinfresca. Prendo il sapitore e gli domando dove ci sia un’isola sicura da queste parti. Risponde con una cifra: 180. E’ una rotta. Adesso l’aggiusto io… Siiii… viaggiareeeeee. In poco tempo la costa sparisce alle nostre spalle e ci ritroviamo d’incanto in quel luogo del corpo e della mente che tutti i marinai cercano costantemente. Non è qui o là. Quando non vedi costa sei sempre nello stesso punto. E’ una finestra magica nello spazio-tempo. E’ la macchina del tempo nella quale tu chiedi semplicemente dove vorresti comparire e lei ti esaudisce. Il vento sparisce e ci ritroviamo in calma piatta. UBU si ferma e comincia a galleggiare come un tappo inanimato nel mare più piatto che io abbia mai visto. ZZ TOPA si sveglia e si guarda intorno. “Dove siamo?” “In mezzo al mare” “Ah, ecco… dicevo io…” Venerdì apre un occhio, poi l’altro… “C’è puzza di pesce!” Lontanissimo, all’orizzonte, qualcosa si muove. C’è un grande stormo di gabbiani che volano in tondo. Sotto c’è qualcosa. Accendo il motorino e punto in quella direzione. Se c’è pesce, conviene prenderlo. Intanto preparo la canna da traina. UBU si avvicina alla zona che stavo descrivendo ma… un momento… Quella è una lancia… una barca intendo… e fila all’impazzata coi remi sollevati. Aumento i giri del motorino per cercare di raggiungerli. Chi saranno? Guardo col binocolo e… non credo ai miei occhi. Un gigantesco spermaceti (capodoglio sarebbe) esce in verticale da sotto il mare, sembra volare nell’aria… è enorme e grigiastro. Poi, sempre volando, si gira su un fianco e si schianta con tutto il suo peso sulla barchetta mandandola in frantumi. Riemerge in un gran ribollire d’acqua, fa un giro intorno ai rottami innalzando il suo spruzzo terrificante e scompare. Arrivo nel luogo del disastro e trovo una dozzina di esseri umani vestiti in maniera veramente strana che cercano di stare a galla attaccati a ciò che resta della loro povera scialuppa. Mi fanno gran gesti con le mani. Eccoli. Sono dieci, in realtà e uno di essi è chiaramente un polinesiano. Enorme, coperto di tatuaggi. “Grazie signore… grazie… ci può riportare alla nostra nave?” Salgono tutti a bordo di UBU e si stringono in pozzetto cercando di asciugarsi e di collaborare alle manovre. Sono allegri. Il più anziano mi porge la mano da stringere. “Il mio nome è Starbuck, secondo ufficiale della baleniera Pequod,” “Lele Panzeri, piacere!” Ve l’avevo detto della macchina del tempo… ma credevo di aver detto una cazzata… E invece. C’è un ragazzone forte e biondo che sbircia ZZ TOPA con tanto d’occhi. Attiro la sua attenzione e gli chiedo: ” E tu come ti chiami?” “Chiamatemi Ismaele.” mi risponde prontissimo. Urca… qui si fa spessa… quindi quello coi tatuaggi non può essere che Quequeg!
IL CAPITANO HB.
Un grande vascello a vela è fermo alla cappa in attesa degli avventurosi balenieri. Ci avviciniamo sottobordo. Vedo in alto sporgersi molti marinai che ci tirano le cime per accostare ed affrancare UBU al lato sottovento della nave. Sulla poppa c’è la scritta PEQUOD. Mi sembra di sognare. Saliamo tutti a bordo e ZZ TOPA diventa subito il centro dell’attenzione anche perché si è messa una maglietta ma ha dimenticato i pantaloncini. I marinai ci offrono la misura di grog dalla quale assaporo un liquore simile al rhum, ma molto più forte e salato. Si avvicina un tipo robusto con la maglia a righe orizzontali bianche e rosse e un berretto col pompon. “Sono Stubbs, ufficiale in seconda, grazie per averci riportato Starbuck e gli altri!” Mi porge una manona ruvida da stringere. “Stubbs?” “Sì, come la birra!” e tracanna un gran sorso di rhum, poi si asciuga la bocca col palmo della mano. “Il capitano HB vuole conoscervi… ecco un paio di braghe per la ragazza!” Questo parla sempre col punto esclamativo. I marinai lasciano il passo e Stubbs mi conduce verso il castello di poppa. Entriamo nell’anticamera della cabina del capitano. Sono un po’ emozionato… HB? Ma come sarebbe HB? Stubbs bussa piano alla porta e un vocione rauco da dentro risponde: “Chi è?” “Un merlo che fa ME!” “Come un merlo che fa ME?” “Se la mucca fa MU allora il merlo deve fare ME!” “Va bene la parola d’ordine è esatta, entrate”. Stubbs apre la porta e mi fa passare, poi si mette sulla soglia col berretto in mano, in attesa di ordini. L’interno della cabina è un bordello incredibile di carte nautiche, di libri aperti, di frutta marcia e di soprammobili fatti con osso di balena. Dal mucchio di carte emerge improvvisamente una testa canuta. E’ lui, il capitano HB. Ha una cicatrice spaventosa che gli attraversa la faccia in diagonale. Mi guarda severo con due occhietti penetranti e scuri come la pece (anche se non l’ho mai vista). “Chi siete?” mi domanda aggrottando la fronte. “Lele Panzeri, direttore creativo della Scuola di Emanuele Pirella… signore…” “C’è ancora Goettsche?” “No, a dire il vero se n’è andato una decina di anni fa e ha aperto una sua agenzia…” “Dieci anni?… da tanto siamo per mare?… e non ricevo Pubblico Today qui… abbiamo una connessione davvero pessima qui…” “Ah… ecco… vedo… bella nave capitano, e ottimo equipaggio, mi sembra…” “Riguardo a Goettsche, comunque… son sempre i migliori che se ne vanno… son sempre i migliori che se ne vanno… uhm…” Poi salta su ed esclama: “Ecco un ottimo slogan per un’agenzia di viaggi: SON SEMPRE I MIGLIORI CHE SE NE VANNO!… bello, no?” E acchiappa una penna doca e lo scrive in un quadernone tutto spiegazzato. “Sì, carino…” “E qui dentro ne ho fatti altri… senta qui… per il Guttalax: LA GOCCIA CHE FA TRABOCCARE IL VASO!… anche questo è bellissimo… per dei fari alogeni per macchina: VEDIAMOCI STASERA!… eh, che ne dice? … mi fa fare un colloquio da Pirella… ne ho altri ancora, sa, è la mia passioncella…” “Beh, sì, si può fare…” “Venga, venga qui… guardi che bel disegnino che ho fatto ieri…” E mi mostra un disegno che sembra fatto da un bambino di cinque anni dove si vede un uomo (lui) che sta fiocinando un immenso capodoglio. Questo è completamente pazzo. “E’ il mio hobby oltre che… oltre che… DARE LA CACCIA A QUELL’IMMONDO MOSTRO DEGLI ABISSI!… guardi qui cosa mi ha fatto!” Solleva una gamba e la mette sulla scrivania. Un tonfo sordo. La gamba è fatta di osso di balena. “E’ andata meglio a capitan Uncino… solo una mano…” “Ehm, perbacco, che bella… sa che mi piace?” “Vuole mettere la sua firma?” Prende la penna d’oca, me la porge . “Qui, di fianco a quella di Javier Zanetti… ecco, qui… bravo… grazie.” Matto completo.. . speriamo in bene. Improvvisamente si alza e comincia a passeggiare in tondo, intorno alla scrivania. “Stasera c’è cassoeula… vorrei invitare a cena lei e sua moglie… anche se è una selvaggia”. “Grazie capitano HB… ma non è mia moglie… è solo un’amica…” Mette una mano sulla mia spalla, mi guarda nel fondo degli occhi e dice: “A bordo di questa nave non è permesso vivere nel peccato, stasera, dopocena, prima del limoncello, vi sposerò io in persona, dato che ne ho la facoltà!” “D’accordo capitano, ai suoi ordini”. Si volta di spalle e mi licenzia. “A stasera, alle otto in quadrato ufficiali”. E si rituffa nelle carte nautiche. Esco, Stubbs chiude la porta con un sorriso sulle labbra. “Visto che tipo il nostro capitano?” “Eh sì, notevole… ma come mai si chiama HB?” “E’ per via delle sigarette, le sue preferite.” Torniamo sul ponte, dove trovo ZZ TOPA in mezzo ai marinai allupatissimi che in cerchio battono le mani e lei balla, balla, balla… senza mutande. Mio Dio… come andrà a finire? Chi può dirlo?
CALAMARO MOLTO ABBONDANTE
“Ci sono certi nodi di cravatta, che dietro c’è la mano di una moglie… e dietro ad ogni moglie c’è un amante… senza mutande…” Con in testa questo motivetto di Paolo Conte, raggiungo la cabina assegnataci. UBU è al sicuro. L’hanno imbragato e sollevato fin quasi al parapetto del ponte, a scanso di equinozi. La cabina è piccola ma accogliente e pulita. ZZ TOPA si installa con gran naturalezza e, per prima cosa, si toglie la maglietta. “Uff… non ce la facevo più… con questo caldo come diavolo fate voi occidentali a stare vestiti come dei manichini della Standa?” La guardo… è bellissima. Non sa cosa sia il pudore, ma contemporaneamente non sa neanche cosa sia la malizia. “Sei bellissima”. “Bongo bongo?” “Magari, ma purtroppo… se avessi tempo volentieri, ma purtroppo non ho tempo…” Che cazzata! Come si fa a non aver tempo per il bongo bongo? Cosa penseranno di me gli stambecchi nel pieno della bufera? La guardo e mi innamoro sempre di più. Avete presente Lola Falana? Meglio. Avete presente Halle Berry? Molto meglio. Avete presente Celeste Johnson? Ecco, siamo lì. Venerdì trova posto in cima a uno stipetto. “Non rompetemi il cazzo per un’oretta almeno che sono stanchissimo” dice. “Dobbiamo vestirci per la festa” dico io, notando che sul letto hanno lasciato dei vestiti pieni di pizzi e trine. “Io no, però” commenta Venerdì. “Tu non sei mica invitato” lo zittisco io. ZZ TOPA ha scoperto la tinozza piena d’acqua calda e saponosa che ci hanno preparato e ci si è immersa. “Lavami la schiena, anche se è pulita…” La assecondo e, amici miei… che vi posso dire… avete mai lavato la schiena di Celeste Johnson? Io no, ma ho lavato quella della mia bella ZZ TOPA e… no, niente… non potreste capire… beati voi che non capite un cazzo… o, intendo… ma avete presente?… no, dico… la schiena… l’acqua… la spugna… e poi sapete… in fondo alla schiena… c’è il fondo schiena… capite? … il fondo schiena… cosa c’è, in fondo, in fondo al fondo schiena?… c’è l’inizio del davanti… vabbé lasciamo perdere… tanto non sapete di cosa sto parlando. Fatto sta che tra un bongo e l’altro bongo ci ritroviamo completamente agghindati come due personaggi di Elisa di Rivombrosa. Sono le otto, dobbiamo affrettarci. “Permessoooooo?” Entriamo nel quadrato uffciali, che nonostante il nome, risulta essere rettangolare. Il capitano HB, il primo ufficiale Starbuck e il secondo ufficiale Stubbs si alzano in segno di rispetto, vedendoci entrare. Ci sediamo. La tavola è apparecchiata con gusto e sobrietà. Starbuck ci versa da bere e propone un brindisi. “Brindo alla fratellanza del mare, che oggi ha scritto un nuovo episodio della sua storia… sono stato raccolto e portato in salvo con l’equipaggio della mia lancia da quest’uomo che mai avevo visto prima… come a dire… che in mare… chiunque incontri… è l’essere più importante e per lui sei pronto a sacrificare la vita stessa… ALLA FRATELLANZA DEL MARE!” Alziamo i calici in un brindisi commosso ma inaspettato. Beviamo. Buono… semba Tavernello Corovin. Scende il silenzio, viene servita la cena (cassoeula), e infine HB prende la parola. “Mi dica… che si dice a Milano della pesca alla balena?” “Se ne parla un gran bene, capitano” rispondo con prontezza. “Ah, bene… benissimo… adesso però abbiamo esautito tutti gli argomenti di conversazione, ma…” Ci scruta con una strana espressione negli occhi. “Ma per fortuna abbiamo un compito, una missione che non tollera le chiacchiere e i convenevoli borghesi…” “Ommadonna ricomincia” mormora Stubbs. “In questo momento… proprio mentre stiamo qui a conversare amabilmente a tavola… un mostro degl inferi… un diavolo in carne ed ossa pulsante di sangue velenoso… creato per tormentarmi e perseguitarmi… sta per sferrare il suo attacco mortale alla mia nave… al mio equipaggio… alla mia vita…” “Sì certo… abbiamo capito, capitano…” cerca di intervenire Stubbs. HB si alza dalla sedia, impugna la forchetta come fosse un arpione e continua, con la faccia da invasato. “Lo sento… è vicino… è sotto di noi e gia digrigna gli orribili denti… già gli sembra di assaporare il gusto della mia carne… ma io… ma io… MA IOOOOOOOOOOOO…” Alza la forchetta con aria minacciosa, barcollando, buttando indietro il capo, saettando lo sguardo intorno. Noi ammutoliamo. “LO SENTOOOO… E’ QUI!… E’ PROPRIO QUIIIIIIII!…” Ad un tratto la nave si scuote violentemente. I soprammobili cadono dagli armadi, i piatti scivolano dalla tavola e si infrangono per terra… si sente uno scricchilio fortissimo provenire dalle viscere della nave. “LO SENTITE?… E’ QUIIIIIIIIIIIII!”. La porta si schianta, il lampadario oscilla, la nave si inclina. ZZ TOPA è terrorizzata. La prendo per mano e la conduco fuori, sul ponte. In tempo per vedere un gigantesco tentacolo oltrepassare la murata, lambire il ponte e attorcigliarsi intorno al corpo di Tashtego, il ramponiere pellerossa e trascinarlo in mare, urlante di rabbia e di dolore. “Il CRAKEN!… si salvi chi può…il CRAKEN!… Maria Vergine salvaci … a te affidiamo le nostre anime di peccatori” urla un marinaio in evidente stato di trance. “IL CRAKEN! IL CRAKEN!…” gli fa eco il capitano HB, uscito anche lui dal quadrato brandendo un enorme rampone. “IL CRAKEN!…” urlano tutti i marinai fuggendo in ogni direzione. “Vieni con me!” urlo a ZZ TOPA. Saltiamo su UBU e con il coltello Miracle Blade 3 (la serie perfetta) che mi era rimasto in mano dalla cena, e sego le cime che tengono sollevato UBU. UBU precipita nell’acqua ribollente da un’altezza di almeno sei metri, sembra affondare, invece risale e galleggia pericolosamente vicino alla fiancata della nave inclinata, completamente fasciata dai tentacoli del mostro marino. Accendo in fretta il motorino e dò gas allontanandomi velocemente nel buio. A qualche centinaio di metri mi volto a guardare e… mio DIO, che spettacolo spaventoso… vedo il Pequod letteralmente stritolato andare in frantumi, in mille pezzi che volanbo nell’aria, mentre il mostro degli abissi continua ad infierire sui sopravvissuti che annaspano nell’acqua e nelle onde. Mi sembra quasi di scorgere il capitano HB, in piedi sull’ultimo rimasuglio di nave che assesta gran colpi di rampone ai tentacoli saettanti. Poi un tonfo… e più nulla. Tutto sparisce sott’acqua… e il silenzio cala sulla distesa del mare che ritrova la sua calma funerea. Non riesco a parlare. Ho la bocca secca, il cuore in subbuglio, le mani strette sulla barra del timone. ZZ TOPA mi guarda, mi accarezza, mi si stringe addosso impaurita. “Che seratina…” commenta. Vedo Venerdì arrivare in volo e posarsi al suo solito posto sul roll-bar. “Dove si va?” “Lontano da qui” sentenzio. E aumento i giri del motore.
Lele, basta.
Mi sveglio di soprassalto dopo un certo tempo che non so calcolare. La barca è ferma. Metto fuori la testa e mi accorgo che siamo all’ancora a ridosso di una spiaggia deserta. ZZ TOPA è a terra e corre e saltella come una gazzella avanti e indietro per la spiaggia, accennando anche a strani passi di danza che solo lei conosce.Venerdì le svolazza intorno facendole la musica. “UNZ UNZ UNZ UNZ UNZ UNZ…” Prendo la macchina fotografica e la inquadro nel mirino. Si accorge di essere osservata e mi saluta con le braccia aperte, alzate verso il cielo. La buona selvaggia. CLICK. “Vieni! E’ bellissimo!” mi grida. “Porta anche il Kinder!” aggiunge Venerdì. Guardo l’isola. Sembra un bel posto. Speriamo in bene.
FRIDAY
Sì, decisamente un bel posto… Sto seguendo le impronte lasciate da ZZ TOPA sulla sabbia. Per scherzare, per giocare, è corsa avanti. La vedo che salta e agita le braccia lontano, a circa un chilometro. Ammazza che spiaggia pazzesca… La sabbia è color cannella, finissima. Ci sono fiori color della porpora che sbucano qua e là dal terreno…aspettami… amore mio… aspettami… Aspettami… “ASPETTAMIIII…!” Venerdì mi sorvola in cerchio, ogni tanto perde una piuma. Aspettami. La vedo che mi corre incontro, ora, a braccia aperte, come nella pubblicità dei biscotti, ma… ossignore! Un uomo enorme è sbucato da dietro la duna e si è messo tra lei e me. La fronteggia. Ha in mano una lunga zagaglia e la impugna minacciosamente. ZZ TOPA si ferma davanti all’uomo (nero come il carbone). Vedo che parlano. L’uomo esita, poi lascia cadere a terra la lancia. Cerco di aumentare la velocità, ma sulla sabbia non è facile correre. Stanno parlando. Arrivo anch’io con i polmoni in fiamme. Si voltano verso di me, sorridendo entrambi. “E’ Friday… mi ha detto che si chiama così… è un bravo ragazzo…” Friday? Come dire venerdì in inglese? Friday mi porge la mano da stringere. “Bene arrivati sulla mia isola… sì insomma… sulla NOSTRA isola”. “Piacere, Lele…” E’ un uomo bellissimo. Alto e muscoloso, con gli occhi brillanti e sinceri. Un bronzo di Riace nero. Ha uno straccio in vita, quindi non appartiene alla cultura che ho già conosciuto. ZZ TOPA sembra felice del nuovo incontro e… sì, ha qualcosa di nuovo negli occhi… non so… sarà mica che… “Venite con me, vi porto dal mio padrone, sarà contento di vedervi, qui non passa mai nessuno”. Padrone? Ci incamminiamo lungo un sentiero e ZZ TOPA, con grande naturalezza prende la mano di Friday. Ecco, lo sapevo. Vabbé che volete che vi dica? Altro che figli, questa si è innamorata. Un vero colpo di fulmine, credo. Attraversiamo un torrente e cominciamo a salire su per un pendio sempre più ripido, ai piedi di una specie di montagna rocciosa scura. Strano senso di tristezza. Ci sono cose che ti arrivano in regalo dal cielo e non gli dai importanza più che tanto. Poi, quando non le hai più, le rimpiangi e capisci il loro vero valore. Vale soprattutto con le persone e coi sentimenti. E coi motorini. La sto perdendo… la sto perdendo. Avvistiamo una strana palizzata rudimentale. Dev’essere la casa del padrone. Mi sembra già di indovinare il nome dell’uomo che tra poco incontrerò, e voi? Friday bussa forte alla palizzata. Poi ci fa cenno di seguirlo. La costeggiamo fino ad arrivare ad una sorta di portale che proprio in quel momento si sta aprendo. Friday fa passare ZZ TOPA, poi me. Richiude il portale. Entriamo in una sorta di giardino o di orto, perfettamente coltivato e ordinato. Un tizio vestito di pelli ci sta aspettando con la vanga in mano. Ha un’enorme barba e i capelli rossi, lunghissimi e arruffati. E’ un bianco, un europeo forse. Eh sì… non può che essere lui. Mi avvicino e tendo la mano. “Sono Lele, lei è ZZ TOPA, piacere di incontrarla, sir…” ” Molto piacere… Tom. Tom Hanks… accomodatevi dentro. Ho appena fatto il caffé.”
STRANO NAUFRAGO
Entriamo in una grande caverna. Sorpresa. E’ arredata di tutto punto con mobili Molteni. E’ un ampio monolocale e in fondo c’è una bellissima cucina Bulthaup. Un grande monitor al plasma con dvd player e decoder satellitare. Un mobile bar con centinaia di bottiglie di alcoolici tra cui spicca l’Amaro del Carabiniere e il brandy Tagliatella. Tom mi fa accomodare sull’ampio divano in Alcantara grigio topo di Londra. Friday arriva col caffé presentandolo con un servizio di Wedgwood. Sono piacevolmente sorpreso. Tom si accende un mezzo Toscano e parla: “Sono contento che siate passati di qui… sono qui da quasi due anni e ammazzare il tempo è diventato un problema. Mi son fatto lasciare qui, dove avevamo girato il film, perché mi ero innamorato dell’isola e non riuscivo a non pensarci… mi hanno portato qui con l’elicottero e se ne sono andati… forse si sono dimenticati di me… qui ho tutto ma non ho il telefono… non dico che sto male, ma sa, la noia è tanta e poi, come avrà notato c’è veramente poca figa… ehm… c’era poca figa…” ZZ TOPA sta dando una mano a Friday in cucina. Sento che chiacchierano sottovoce… la sento che ride… amore mio perduto. Forse è meglio così… che figlio sarebbe venuto fuori da noi due? Con Friday almeno siamo sicuri della tinta unita. “… sì si sta bene… peccato che mi hanno montato questa libreria enorme e poi si sono dimenticati di lasciarmi dei libri… lei non ha qualche libro da prestarmi?” “Oh sì, le posso dare “La nube purpurea” di Shiel e poi anche “Memorie intime” di Simenon, ho inoltre “Saranno cazzi miei” di Immanuel Kant, poi ho anche “Gang bang” di Hornby”… ho “La figa relativa” di Boifava, “Il mondo d’acqua” di Shatzing, poi ho “Cuba” dei Gibson Brothers, “Cucinare con le erbe” di Vasco Rossi e il “La Bibbia” di Castellano e Pipolo.” “Fantastico, grazie… finalmente… poi glieli restituisco se passa di qui di nuovo”. “Non si preoccupi… ma… adesso di cosa parliamo?” “Non so, mi sembra che siamo a un punto morto…” “E’ vero… è bruttissimo quando ci si rende conto che non si ha nulla da dirsi… anche in famiglia a volte arriva un momento che si è detto tutto… e nulla importa più… e si diventa come estranei… e non si ha più nulla da dirsi”. “Parole sante”.
Passano alcuni minuti durante i quali facciamo uno sforzo notevole per trovare qualcosa di interessante da dirci. “Va bene, allora mi levo dalle palle” riprendo la conversazione. “Come vuole…” Mi avvicino a ZZ TOPA che mi guarda con i suoi begli occhioni neri. “Ciao ZZ… io vado… tu resti, vero?” “Sì, resto… mi dispiace”.
Ecco fatto. Uno sogna, poi gli sembra che il sogno diventi realtà, poi all’improvviso ritorna tutto a punto e a capo. Torno alla spiaggia, nuoto fino alla barca. Perfino Venerdì mi ha abbandonato. Ecco fatto. Tutto è finito, tutto è rotto, consumato, disperso. Salpo l’ancora e mi ributto nel vento. Che c’è di meglio? Sapete, l’acqua salata guarisce tutti i mali tranne l’annegamento. Navigare. Un uomo non potrà trovare nulla di meglio da fare nella vita che navigare. Il vento pulisce l’anima in pochi minuti. Non c’è depressione o tristezza che non possa essere curata con l’acqua salata. Randa, fiocco, scotta, timone. Nient’altro.
caro lele
non sarebbe meglio cercare un editore
invece di invadere lo spazio altrui?
se fossi proboviro di questo blog penso che interverrei
anche se l’egocentrismo non è reato
giovanni pagano
Leggere non è obbligatorio.
Per esempio io non leggo quasi mai i tuoi interventi.
Freedom, peace and love.
Alessandro,
anche se non ne sono all’altezza, fa molto piacere essere associato in “una bella coppia” con Lele.
Se io sapessi scrivere come lui penso che farei altro che il marketing nella vita.
E se lui avesse un blog penso che limiterebbe l’incontinenza papirica.
E comunque è sempre un piacere.
Brando
Il piacere è tutto mio.
ho particolarmente apprezzato il timone a vento alla moitessier
Ragazzi, andateci piano. Sniffare troppo toner fa male.
Panzeri hai scassato la minchia. A proposito, sapevi che Santo aprirà a Roma? Che Verba ha già aperto?
Pace e bene fratelli.
Andate e moltiplicatevi.
Sapete come si fa?
sì lele sì
per esempio perdendo meno tempo dietro alla tastiera
giovanni pagano
Mamma mia come siete noiosi.
Addio per sempre.
E’ un peccato.
In questo caso per dirla con le parole di Wolfgang Becker:
Good Bye Lelen!
adesso non fare l’offeso
lele
su
i tuoi componimenti sono carini
forse però potresti postarne uno per volta
o chiedere a donald di regalarti uno spazio tutto tuo
ci pensi che bello?
giovanni pagano
I was basically wanting to know if you ever considered modifying the design of your web site? It is well written; I enjoy what you have got to say. But maybe you could create a a bit more in the way of content so people can connect with it better. You have got an awful lot of wording for only having one or two graphics. Maybe you could space it out better?