Sottotitolo:
Un filo (rosso) di ottimismo per i creativi italiani.
Vorrei proporvi un esercizio geometrico. Provate a ruotare lo sguardo di 180°, smettendo per un attimo di guardare al mondo dei creativi, per concentrare invece l’attenzione su quello dei “capi veri”: gli amministratori delegati e i presidenti delle agenzie (in particolare, delle multinazionali).
Il masochismo, ma soprattutto l’egocentrismo, hanno portato noi creativi a guardare sempre e solo il nostro ombelico (o appena sotto). E’ importante sempre e solo quello che facciamo noi, siano anche gli annunci fake o le giurie dell’ADCI, come se queste cose avessero un effetto determinante sul mondo che ci circonda.
Da qui, poi, diatribe avvincenti su chi ce l’ha più lungo (Vicky o Pino? Giovanni o Roberto?), su chi copia e chi no, su chi fa vera creatività e chi no. Tutte cose anche interessanti, ma nel frattempo, mentre eravamo assorbiti da tali quesiti e ci dividevamo in bande, venivamo sempre più colpiti dal “fuoco amico”, che partiva proprio dietro le nostre spalle.
Mi rivolgo soprattutto a quelli di noi che hanno fatto un’esperienza in più di un’agenzia multinazionale, ricoprendo un ruolo da capogruppo o da direttore creativo associato (a salire). Pensate per un attimo ai vostri amministratori delegati di oggi e di ieri e poi fatevi qualche domanda su di “lui” (o su di lei”). Del tipo:
“Lo stimo professionalmente? Lo stimo dal punto di vista intellettuale e umano? Quand’è l’ultima volta che l’ho sentito tirar fuori un’idea interessante, che poi ha concretamente aiutato il mio lavoro? Quand’è l’ultima volta che ha costruito una strategia invece di distruggere un layout? Quand’è l’ultima volta che l’ho sentito assumersi una responsabilità (e non attribuire la colpa a qualcun altro)? Quand’è stata l’ennesima volta in cui mi ha invece detto di dover tagliare dei costi, come se lui però non fosse parte in causa (e anche il costo più grande)?
E poi, tiene la schiena dritta davanti ai clienti? Si fa rispettare nelle gare, anche per quanto riguarda la remunerazione?
Ci uscirei a cena, se non fosse il mio capo?
Imparo qualcosa da lui?
Se fossi un cliente, gli consegnerei con fiducia il mio budget di un paio di milioni di euro?”
Aggiungete pure altre domande, se vi piace. E poi pensate alle agenzie che nel passato più o meno recente hanno significato qualcosa non solo in termini di creatività, ma anche in termini di reputazione presso i clienti e il mercato: troverete che c’era sempre un creativo importante con il nome in ditta. Soprattutto negli anni ’80 e ’90, ma non solo. L’ultimo fenomeno davvero significativo è stato – secondo me – quello della DALV (the original D’Adda, Lorenzini, Vigorelli). Oggi lo è forse United (e, sarà un caso, ma c’è un creativo come amministratore delegato).
Penso questo senza interessi particolari, non avendo lavorato in nessuna delle due agenzie citate. Sono ovviamente disposto ad accettare correzioni o integrazioni (o smentite) da parte vostra.
So che sarebbe sbagliato generalizzare: ci sono naturalmente anche amministratori delegati capaci.
Non credo però di avere torto a pensare che quanto ho appena detto si possa applicare almeno al 70%-80% della categoria. Se poi, nonostante tutto, alcune grandi agenzie non affondano miseramente nell’arco di un anno, forse è perché esiste anche la cosiddetta forza inerziale dei brand. Tanto per fare un esempio, difficile uccidere un’agenzia come la Ogilvy anche se, putacaso, a guidarla ci fosse un cieco.
Da tutto questo ricavo una specie di “legge naturale”: le cose funzionano meglio se le agenzie sono guidate direttamente dai creativi e non da simpatici (non sempre) signori con eleganti vestiti di sartoria.
Penso che i maggiori danni alla creatività – e più in generale al nostro lavoro – siano stati fatti proprio da chi il nostro lavoro l’ha svenduto: incapace di valorizzare le idee, steso a tappeto anche nelle gare più improbabili, supino nell’accettare i compensi più insultanti. Non siamo stati noi, sono stati “loro”.
Sempre “loro” ci hanno guardato con un sorriso di commiserazione, mentre ci baloccavamo con i fake e le giurie dell’ADCI, ben contenti (“loro”) che stessimo lontani dalle decisioni vere così come dai calcoli di profittabilità o dalla lettura dei bilanci.
Se assumete questo nuovo punto di vista, non sentite subito dopo arrivare un piccolo e rinfrescante refolo di ottimismo?
Non sentite crescere l’autostima (parlo anche a chi ce l’ha già esagerata)? Se è così, allora forse ci vuole “poco”.
Dato che non possiamo cambiare la testa né ai clienti né ai consumatori, proviamo – una volta tanto – a smettere di spararci fra noi e iniziamo invece a “bombardare il quartier generale”, come consigliava il Presidente Mao.
Perché il nemico più pericoloso è annidato dentro le stesse agenzie in cui lavoriamo.
Proviamo a prendere il posto dei nostri AD, impariamo a leggere un bilancio (e magari a modificarne qualche voce con il bilancio successivo), diventiamo “capi veri” e non più “capi finti” (come siamo). E da questa posizione proviamo a cambiare davvero il nostro lavoro. Oppure ciascuno di noi apra la sua agenzia e dimostri quello che vale.
Facciamolo. Giochiamocela tutta, la partita, in prima persona. Se non cambierà nulla, allora sarà definitivamente dimostrato che siamo solo delle pippe. Almeno, però, avremo smesso di essere degli utili idioti.
Annibale.
DALV fu meggiu che fottiri, amicu miu. Beddra genzia, beddre idee. Tantu tempu fa fu. Non vidiri altro intorno al momentu.
Quoto. Ceechiamo di concentrarci su temi importanti e torniamo a riprenderci il posto a fianco dell’ad e del cliente. Posto che ci siamo lasciati soffiare dal reparto contatto, che ora se la comanda. Posto che se occupato da noi creativi puo’ fare la differenza.
Ottima riflessione.
C’è anche da dire che non tutti i direttori creativi ne vogliono sapere – o non sono in grado- di prendersi queste responsabilità, guardare i conti ecc.
Gli AD li scelgono così apposta.
Condividere responsabilità sulle decisioni importanti e non sul font da usare vuol dire condividere il potere, e invece si comanda in solitudine.
Non resta che bombardare, o fare come Schillacci.
Nella mia agenzia comanda solo il direttore creativo. Niente direttore di sede, niente direttore clienti.
Dovrebbe essere il bengodi invece è un inferno.
Per presentare un pannello si fanno 10 lay out, il ripensamento fino all’ultimo secondo utile in taxi è la prassi, l’asservimento alle voglie ormonali del cliente è la regola.
La gestione dei costi e delle persone è una chimera.
Per prendere quel posto accanto agli AD bisogna sporcarsi le mani e smettere di atteggiarsi ad artisti snob. Bisogna prendersi delle responsabilità.
Non vedo un direttore creativo che si prenda delle responsabilità da almeno 10 anni.
ognuno lavora nei posti che si merita
scommetto che sei in leo burnett…
Si infatti. Esse dc non vuol dire automaticamente saper lavorare. Vigor e d’adda furono veramente due diamanti inarrivabili
Perché non erano solo DC ma soci, padroni della baracca insieme a Lorenzini.
Lo sono diventati perché sapevano lavorare, ma probabilmente quando erano ‘solo’ DC la stanza dei bottoni era chiusa anche per loro.
Dimenticavo.
Vigorelli, se sei in ascolto, perché non dici la tua ?
Chi ci ha lavorato dai tempi saatchi dice che erano due con i coglioni belli grossi anche allora.
attenzione, illusioni pericolose. il creativo “puro” non basta più? è quello che cercano di farvi credere per tenervi da li sotto all’ombelico. se è il sistema che vi interessa cambiare o semplicemente se volete recuperare terreno dovete farlo attraverso la creatività, dimostrando ai signori in vestito sartoriale che è quello il plusvalore.
@accountacculturata: fatti il tuo esame di coscienza e pensa a venderla la creativita’
non preoccupati della mia coscienza. La vita è milizia.
In realtà chi muoveva i fili era Lorenzini.
E il Vigor si concentrava solo sulla creatività.
Si sto pesce… lavoro di squadra si chiama…
Chi ha avuto la fortuna di assistere a una presentazione di uno qualsiasi di loro tre ha potuto vedere che il loro carisma, la loro professionalità e la potenza delle idee presentate difficilmente potevano essere messe in discussione… altra categoria.
Io penso che alla fine della fiera sia solo questione di coglioni.
Tanti bravi creativi arrivano a diventare dc pensando di essere arrivati al gradino più alto della propria carriera. Non hanno capito – i tapini – di essere invece in quello più basso di un’ALTRA carriera. Quella di dirigente, o manager che dir si voglia.
La maggior parte (ne conosco abbastanza da poter fare statistiche) si chiude concentrandosi solo sull’essere un “supercreativo” o sentendosi quotidianamente giurato della creatività dei propri sottoposti. Pochi si mettono a studiare (già, studiare) per imparare un mestiere che richiede nuove competenze.
Tra le quali c’è anche capirne di conti. Magari non tanto da scalzare un ad, ma abbastanza da discuterne con lui e fargli capire che se fa cazzate c’è qualcuno che se ne accorge.
Per questo accountacculturata non ha tutti i torti.
La creatività è e deve rimanere il nostro campo. E dobbiamo essere noi i primi a non svenderla internamente, per poterla vendere efficacemente al Cliente.
Annibale ha dipinto un quadretto della media degli ad di agenzia spietato e mostruosamente vero. A nessuno dei dirigenti da me incrociati nelle agenzie in cui ho lavorato avrei prestato mille lire. Figuriamoci affidare un budget.
Ma rarissimamente ho visto un dc tener testa a questi signori con competenza e acume (anziché starnazzare di creatività mutilata). Paradossalmente in questo erano più “vivi” gli associati giovani…
Ecco l’inizio del problema.
Se in presentazione, accanto al pesce lesso incravattato con nodo Windsor, ci va un dc competente, entusiasta, coraggioso e scaltro, il Cliente ricorderà quest’ultimo. L’altro passerà come una spalla.
La reputazione ce la riguadagneremo sì attraverso la creatività, ma soprattutto attraverso modi più efficaci di venderla.
Ma le palle vanno tirate fuori.
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viva la sintesi
annibale, hai proprio ragione. e se sei chi penso che tu sia, hai ancora più ragione.
Eh le palle purtroppo o si hanno o non si hanno…
Ottimo post, ottima riflessione. Mentre noi ci spariamo a vicenda gli AD si mangiano la torta e se la ridono sotto ai baffi.
Mi viene proprio in mete lo smilzo vestito di sartoria, che persona sgradevole, lui e il suo amico cicciotto che fa il Web.
Grassi abbuffini!
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more than like… love!
Non so chi sia questo dannato Annibale, ma per una sola, unica volta voglio chiudere tutti e due gli occhi sul fatto che pure lui scrive col passamontagna abbassato. Perché? Perché voglio evidenziare col magic marker fosforescente, ogni singola sillaba che questo disgraziato spara contro i nostri managerazzi che hanno cloroformizzato l’adv italiano. Se qualche volta in Italia esce ancora una campagna bella, coraggiosa, rilevante, questo succede NONOSTANTE i capi – e non certo grazie a loro. I nostri esperti di bilanci e bilancini che si inchiodano puntualmente alla 17a buca, non hanno mai, dico mai, anticipato nulla sul marketing o sulla tecnologia, scritto un articolo rilevante su Wired o Il Sole 24 Ore, pubblicato un libro “aperto” sulla cultura moderna, tenuto uno speech interessante da qualche parte, espresso una vision sulla comunicazione, dato un’intervista che non esaltasse solo la propria agenzia, elaborato un’innovativa strategia per un brand. La miseria culturale dei nostri guretti rotariani, semplicemente è stata – e per ora è – penosa. Se questi qua, si fossero occupati non di campagne, ma di scoutismo, di ristorazione, di call center o di cuscinetti a sfera, avrebbero ovunque causato gli stessi disastri. Sin dagli eroici tempi di Livraghi, Rizzi, Suter, Sabbatini, Pella, Saffirio, Ettorre e di pochi altri, le stazioni di servizio AssoComunicazione si sono sempre più immiserite nel loro amatissimo dopolavoro Powerpoint e Technogym.
Nei confronti dei clienti, delle istituzioni e dei gazzettari trade, per loro la parolina “no”, semplicemente non esiste. “Facciamo il pieno?”, “Olio e acqua a posto?”, “Guardi che questi tergicristalli sarebbero da cambiare!”. Siamo al servilismo puro.
Purtroppo Annibale ha maledettamente ragione. Prima ancora di saper contrastare la spocchia dei markettari bocconiani che insozzano il web, le edicole e la tv con i testimonial e le tette, impariamo a tener testa ai nostri account director e amministratori delegati. Quando questi ti raccontano che “il cliente è preoccupato”, puoi star certo che l’unico a essere preoccupato è lui – il perenne MotoTaxi oversize dell’agenzia che consegna tutto il consegnabile nel suo amato SUV rigorosamente a misura Duomo.
Se nelle sigle che hanno fatto la storia della pubblicità, le iniziali si riferivano sempre a creativi (e non alla specie zoologica Account account), un motivo ci sarà. Le cose sono drasticamente cambiate quando nel 1985 Martin Sorrell acquisì la Wire and Plastic Products che produceva carrelli per supermercati – oggi meglio nota come WPP. Da allora, all’interno delle agenzie, il peso dei manager è costantemente aumentato. Con una piccola differenza tra “loro” e noi: mentre le sette sorelle WPP, Interpublic, Omnicom, Publicis, Havas, Dentsu, Aegis continuano a investire nei loro creativi, nell’innovazione e nei nuovi media, i nostri capetti in blazer si sono fermati ai fogli elettronici Excel, ai ristoranti a tre stelle e alle garette squash. Alé.
Caro Till,
il passamontagna abbassato, quando non serve a coprire le coltellate a tradimento, può anche avere una motivazione utile, se non nobile.
Tutti noi creativi viaggiamo portandoci sulle spalle il peso dei giudizi della piccola community in cui operiamo (“E’ uno stronzo”, “No, è uno simpatico”, “A me ha rubato i credits”, “A me ha rubato una stagista” ecc.). In questo caso, volevo che le mie parole fossero giudicate per quello che dicono, non per chi le ha dette.
Till, è facile da creativo essere in accordo con te, la situazione a mio vedere è molto più grave. I manager non solo italiani si occupano di muovere le azioni in borsa delle loro aziende, è così che oggi si fanno i veri guadagni. Hai giustamente sottolineato che il nuovo corso della comunicazione è nato parallelamente allo sviluppo della WPP, Le aziende quotate in borsa non necessitano in assoluto di vendere i loro prodotti anzi vendere i loro prodotti non è la priorità ma una conseguenza. Fiat è un caso esplicativo: vende molte meno auto ma guadagna molto, moltissimo di più … alla domanda se avranno modelli innovativi in futuro Marchionne risponde:”Quanti ne volete non è un problema”, ecco, questo è quello che succede anche nel nostro settore, i grandi gruppi si occupano di finanza e quando qualche cliente chiede se c’è della creatività adatta a loro (se lo chiede è già un cliente illuminato:)) la risposta è :”quanta ne vuole non è un problema”. Circa 300 sono i gruppi\agenzie tra nazionali e mondiali di proprietà di WPP leggete, trovate tutto su: http://en.wikipedia.org/wiki/WPP_plc
Ovviamente WPP non è l’unica, lo stesso è valido per tutti i gruppi che di anno in anno si contendo il vertice delle classifiche finanziarie mondiali: Omnicom, Pubblicis ecc. ecc.
L’argomento è complesso e vasto, ma è palese che se si vuole fare carriera e raggiungere le stanze dei bottoni bisogna “istituzionalizzarsi”, come diceva mia madre:”saper far di conto”… conoscere la finanza guardare più lontano magari verso oriente o verso marte perchè la Pubblicis pare stia mandando una sonda nello spazio a cercare nuovi consumatori… il NASDAQ si imbizzarrisce e giù soldi a palate… e quindi ciao ciao purezza.. ma non è l’unica strada che la comunicazione sta percorrendo… sicuramente alcune agenzie in molti paesi mettono al centro dei loro valori l’indipendenza TOTALE dai grandi network, molti clienti capiscono che queste agenzie lavorano in modo diverso più “intelligente”, seguono i brand con passione, non cambiano team di lavoro ogni due giorni, e non gli vendono ore di lavoro gonfiate e campagne prefabbricate, forse… Ma forse nel mercato globale questo non serve e solo chi ha il potere di muovere milioni di consumatori come WPP ha la forza di cambiare le sorti di un marchio. I Davide riusciranno a battere Golia o i grandi troveranno la quadratura del cerchio? magari, come in Demolition Man l’unica pizza che troveremo al ristorante sarà Pizza Hut.
Hai ragione: il degrado non riguarda solo la pubblicità. A casa nostra, basta guardare come si sono “diversificati” i vari Tronchetti-Provera, Benetton, Colaninno & friends. Per questa gente, sviluppare e perfezionare pneumatici e cavi, magliette e pullover, servizi di telefonia, è l’ultimo dei problemi. Investire nella ricerca, nella formazione, nella nanotecnologia, nelle università, è un’opzione che non li sfiorerà mai. L’unica cosa che conta, è il profitto – possibilmente immediato. E oggi, i garagisti juventini fanno esattamente questo: hanno assunto un bounty killer che nell’O.K. Corall della finanza non sa sparare solo nel mucchio. Spara bene, spara veloce – se necessario, anche alle spalle. La sua mission non è produrre buone auto, ma utili sicuri. Cosa, che per un capitalista vecchia maniera, è logico e coerente. Ma c’è un ma: ai rampollastri al gianduiotto non importa assolutamente niente se ogni giorno la loro “Fabbrica Italiana Automobili Torino” dappertutto perde quote e credibilità. L’enorme indotto dei loro fornitori, la ricaduta sull’immagine internazionale di tutti i prodotti italiani, lo sfilacciamento sociale ed economico di decine di migliaia di famiglie italiane, non li riguarda più. Preferiscono occuparsi di eyewear da 1.700 euro, del nuovo stadio della Vecchia Baldracca, di “collocare” le loro evasioni fiscali nel Lussemburgo.
Sono anni che i loro concorrenti tedeschi, francesi, americani e, soprattutto, giapponesi, investono in tecnologie alternative. A Torino, l’unica fonte energetica nuova che è stata sviluppata con successo, è stata la cocaina.
In Italia, il cosiddetto capitalismo a rischio è una bestemmia ignota. Per dirla tutta, “rischio” è solo un eufemismo per dire: investi una minima parte dei tuoi profitti in prodotti, servizi, mercati innovativi. L’unico esempio di “coraggio” italiano è stato il finanziere Elserino Piol (non a caso, un ex manager della gloriosa Olivetti): aveva finanziato la start up Tiscali e come è poi finita quell’”avventura”, lo sappiamo tutti.
Se c’è un settore dove investire in nuovi approcci, nuove tecnologie, nuovi rapporti con la società, sarebbe assolutamente vitale, questo è la pubblicità. E cosa combinano i capetti dei nostri circoli bridge? Notizia non pervenuta. L’unica cosa che so con certezza è che persino il nuovo (nuovo, ma anziano) presidente dell’UPA è consapevole di doversi aprire alla modernità:
http://www.youmark.it/article/27791/interviste-Lorenzo-Sassoli-de-Bianchi-upa-youmark
Secondo me, non a caso, tra il declino pilotato della FIAT e il declino subito dalle nostre FICM (Fabbriche Italiane Campagne Pubblicitarie), c’è una relazione storica, economica, politica e culturale. L’Italia è l’unico paese moderno (si fa per dire) e industrializzato (ancora!) che infila oltre la metà dei suoi investimenti pubblicitari, nella tv. Per quale motivo questo succede, non ha bisogno di essere spiegato nemmeno al più ingenuo tamarro della nostra vecchia réclame.
Non so chi sia questo dannato Till Neuburg, ma per una sola, unica volta voglio chiudere tutti e due gli occhi sul fatto che costui continua a lamentarsi del fatto che la gente scrive col passamontagna abbassato però continua a intervenire e rompere las pelotas. Annibale, chiunque tu sia, ho letto con attenzione e sottoscrivo i contenuti, oltre che la forma, del tuo intervento. Bravo.
Ops, mi cospargo il capo di cenere, non avevo letto tutto l’intervento di Neuburg, che concorda sostanzialmente con quanto detto da Annibale.
Se non sai chi è Till sei un asino.
Forse citava proprio l’incipit di Till? Forse la figura da ciuco l’hai fatta tu?
So chi è. Mi riferivo, appunto, all’incipit.
Più Bongo che Bingo.
Dopo mesi di appassionate letture di badavenue mi sono fatto una chiara idea su quali siano i problemi di contenuto della pubblicità italiana.
Sono principalmente 2:
1- l’anonimato/pseudonimato non offensivo
2- l’omissione degli accenti dei commenti ai blog
Sono due temi chiave, la loro ricorrenza lo dimostra.
E’ ora importante che cliente e agenzia, col dovuto supporto da parte delle Istituizioni, si siedano ad un tavolo per cercare una cura a questi due mali che rischiano altrimenti di compromettere la salute e il futuro dell’apparato pubblicitario italiano.
Mi appello al vostro buon senso.
Brando hai ragione, messe così sono due cazzate. Anzi, la prima è una cazzata come la metti la metti. La rete è così, funziona così, e quelli che non lo capiscono ce le hanno fatte a peperini. Ci hanno sbomballato. Stop, please, fatela finita.
Permettimi però di non essere d’accordo sul secondo punto. Tu devi capire la psicologia di chi è qui. Parecchi fanno i copy. Parecchi altri lo sono stati. E hanno passato nottate a rileggere e controllare che non ci fossero errori perché altrimenti era un casino, il cliente si incazzava, in agenzia scoppiava il finimondo. Lo facevamo per te, Brando. Lavoriamo per te, Brando.
Perché non è una questione di accenti. È un fatto di Tan e Taeg, di decreti, di sconti. Una volta abbiamo sbagliato di diecimila lire (c’erano ancora i soldi) il prezzo di una scarpa e il cazzo di cliente non ha voluto ristampare ma ci ha mandato la fattura della differenza moltiplicata per il numero di paia vendute. Genio.
E allora sviluppi una specie di malattia, le vedi tutte. E, anche se non fai più quel mestiere tutti i giorni, le vedi lo stesso, le magagne. Le vedi in tv, lunedi scrivono tutti, le vedi sul Corriere, perchè, perche’, é, cioé, cioe’.
I problemi sono altri, hai ragione e nessuno più di me è d’accordo: e qui mi sembra anche che le questioni vere vengano affrontate e che si leggano cose interessanti dette da persone interessanti.
Però, porcaputtanaladraimpestata, facci essere precisi e pignoli: ricordati che lo facciamo per tè.
Bravo ma non cadrò nella provocazione del “tè”.
Blink.
http://laurajul.dk/wp-content/uploads/2011/01/anarchy.jpg
Traduzione:
“Un tè per te?”
“Tiè.”
Les,
sarei d’accordo con te, se non fosse per il contesto: un blog.
Rispetto e mi aspetto la professionalità di chi cura la forma precisa e rigorosa della comunicazione destinata al pubblico.
Ma qui in rete, e su un blog che trovo dei più interessanti, gli accenti mi cadono.
Cadono perchè scrivo da una tastiera anglosassone, o da un telefonino sui mezzi, o da un i-pad al bar, o di corsa in pausa pranzo.
E il bello del blog è che il suo valore prescinde dagli accenti.
Se mi consenti, porcapupazzaluridamefitica.
brando batte les matins 6-0 6-0 6-0
nonostante la divertente risposta di les matins
trovo comunque più divertente la provocazione di brando
sono stanco di orchestrine che suonano ostinate mentre il titanic affonda
puoi essere preciso e pignolo quanto vuoi
les matins
nessuno te lo impedisce
quello che ti fotte è l’ambizione di rompere i coglioni a chi sul web si sente più libero
tirati sù les matins
sei un copy
non un correttore di bozze
e almeno che donald non ti abbia affidato qui questo ruolo
take it easy
giovanni pagano
A Pagano, ma che cazzo vuoi? Ma chi te conosce?
Io non faccio il correttore di bozze, cercavo di spiegare a Brando la psicologia di alcuni e comunque non mi sono mai permesso di correggere nessuno. Tranne una volta lui e con leggerezza. Almeno spero.
Gira largo che non è aria.
Caro Giovanni
l’essere juventino ti rende inevitabilmente fazioso
oltre che incompetente
non solo per quanto riguarda il calcio
ma anche per quel che concerne il tennis.
Lo scambio tra Brando e Les Matins rende irrilevante il risultato
che comunque
al mio personalissimo cartellino
segna un punteggio più combattuto
e non il tuo larghissimo cappotto.
Leggere la loro firma sotto un commento
mi predispone sempre favorevolmente verso il contenuto
esattamente come quando mi imbattevo in un annuncio Absolut, Wonderbra, Axe.
O The Economist.
Si sono costruiti una reputazione, almeno ai miei occhi, qua dentro.
Un copywriter e un uomo di marketing.
Ti rendi conto del significato?
O la tua indole sheldoniana
da “Vergine” autistico
deve per forza fermarsi a delle aride (e inique) cifre?
Ti abbracio tuo malgrado
m.
caro massimo
anch’io apprezzo brando e les matins
trovo che siano fra i commentatori più stimolanti del blog
e li leggo sempre con piacere
ciò premesso
non ti sei rotto anche tu i coglioni di questi ritornelli?
e quelli che non si firmano
e guarda che perchè si scrive perché
per l’amor del cielo basta
ma cosa cazzo ve ne fotte?
come dice les matins
“quelli che non lo capiscono ce le hanno fatte a peperini. Ci hanno sbomballato. Stop, please, fatela finita.”
poi però invece per gli accenti è un discorso diverso
ma quando mai?
brando fa bene a giudicare masturbatorio questo intercalare
les matins tenta una difesa d’ufficio più divertente che efficace
figurati se siccome ti correggono gli accenti al lavoro
qui è il caso di perseguitare i partecipanti con il lapis rossoblu
il web non è così
lasciate in pace il web
e non seguo più il calcio da anni
lo sai bene
da quando per fare vincere qualche scudetto di cartone alla tua inter
si è consapevolmente distrutta una delle tre squadre più forti al mondo
abbraccio tutti con affetto intenso
l’importante è che domani andiate a votare
giovanni pagano
Le tre squadre più forti al mondo. La Magliana, la Bassotti e la juventus. Ma per favore…
ehi massimo
ehi ciro
l’avete vista la finale inter-palermo?
chi vi è sembrata la banda bassotti in questa circostanza?
e dopo gli scudetti di cartone
voilà la coppa di cartone
sempre forza palermo
giovanni pagano
Mi fa sorridere, dopo tanti anni -dieci almeno- che non lo faccio più, essere visto ancora come un copywriter. Forse non avrei mai dovuto smettere di farlo.
Semel copy, semper copy?
chi 6
les matins?
scrivimi qui in privato
che facciamo la pace
giovannipagano007@gmail.com
e per questa volta non mi firmo
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