Lettere a Donald Draper: “Pubblicità choc? A me hanno stufato” di Ilaria Mauric.

“Ciao Donald, ti seguo da sempre e grazie per il lavoro che fai.

Ti segnalo questo articolo.

Lavoro nel campo della comunicazione da anni e da un anno e mezzo convivo con il diabete 1. In questa campagna ritrovo tutti gli argomenti di cui parli tu nel tuo blog: pochezza, superficialità, ignoranza, discriminazione, nessuna informazione, protagonismo dell’agenzia… e potrei andare avanti, ma mi hai capito

A me una pubblicità del genere ricorda tanto le prime pubblicità sull’aids, quella in cui i malati avevano gli occhi bianchi o il contorno rosa. Non ho nulla contro le campagne choc, se servono a mostrare la realtà. Ma qui, per raccogliere il 5×1000, si trasforma il
bambino in mostro. Pura commiserazione. 

Perché non mi dici cosa ci fai con quei soldi?
Perché non gli dai speranza?
Solo nell’ultima sequenza dello spot si intravede un messaggio positivo.

Dobbiamo sempre accontentarci della caciara del “purché se ne parli”?
A me ha stufato.

Sembra (http://affaritaliani.libero.it/sociale/spot_diabete_bambini120511.html)
che la commissione patrocini della fondazione Pubblicità Progresso negherà il patrocinio. Mi piacerebbe sapere se alla fine i conti torneranno lo stesso”.

Ilaria Mauric.

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About Donald Draper

Mi piace l’adv, ma non mi piace come s’è ridotta. Sono un Super Eroe tornato dal passato per spazzare via il presente e dare un futuro ai pubblicitari italiani. Posto ogni notte a mezzanotte e dintorni, come un Marzullo qualsiasi, solo più cattivo.
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27 Responses to Lettere a Donald Draper: “Pubblicità choc? A me hanno stufato” di Ilaria Mauric.

  1. fermacarte says:

    mah, a me è piaciuto.
    perché, questo non anche più truce?

    [youtube http://www.youtube.com/watch?v=KoxnWPur9Eo&w=425&h=349%5D

  2. Bah says:

    Non so che tipo di valutazione dai allo choc. Per me e’ una maschera di gomma su un bambino. Si, impattante, ma se permetti le vere cose scioccanti sono i corpi dilaniati con gli organi di fuori al tg delle venti che dobbiamo sorbirci noi e i nostri figli.

  3. Body says:

    “pochezza, superficialità, ignoranza, discriminazione, nessuna informazione, protagonismo dell’agenzia… e potrei andare avanti, ma mi hai capito”

    il copywriter che lo ha scritto ha coraggiosamente rilasciato un’intervista in cui spiega come egli stesso sia un malato di diabete da sempre. tacciarlo di pochezza e ignoranza solo perché non ti piace lo spot, mi sembra sì pochezza e ignoranza. la tua.

    “Perché non mi dici cosa ci fai con quei soldi?
    Perché non gli dai speranza?
    Solo nell’ultima sequenza dello spot si intravede un messaggio positivo.”

    la speranza nasce nell’ultima inquadratura. visto che lavori nel campo della comunicazione da anni, saprai di sicuro che questo è un meccanismo classico della pubblicità. se vuoi sapere cosa ci fanno con quei soldi, vai sul loro sito. non è argomento da commercial.

  4. Incredibile says:

    Avete notato come il viso del politico del manifesto di due post fa sia incredibilmente simile alla maschera del bimbo?? Curioso…

  5. Edo says:

    Mah…non ci trovo nulla di shockante. Duro, quello sì, ma ho visto molto di peggio.
    Certo, è uno spot che soffre il male dei nostri giorni in termini di comunicazione, dove tutto è già violento, duro, ispido, urlato, volgare…da qui trovo condivisibile, ma dettata dalle esigenze, la spiegazione di Testa: “È un messaggio pensato per sopravvivere nel mare magnum della comunicazione: al bambino diciamo che il diabete è un peso che si porta nella quotidianità ma gli diamo una speranza perché la maschera verrà tolta”

  6. libertas says:

    molto semplicistico, a mio parere.
    e se toscani approva, per me, è un ulteriore motivo per pensare che era meglio non farlo.

  7. Rock says:

    Se lo shock è fine a se stesso è un conto, ma qui è sorretto da un concetto chiaro forte e preciso, cioè che un bambino diabetico è costretto a diventare adulto molto prima di quelli sani.

    Il problema è che Ilaria è la tipica esponente di quei rosiconi a tutti i costi che pur di gettare fango sul lavoro dei colleghi neanche guardano bene l’immagine: il bambino non ha la maschera di “un mostro”, come scrive lei, ma appunto di un vecchio.

    Almeno la maggior parte dei pubblicitari si limita a rosicare in silenzio o parlando alle spalle coi colleghi: Ilaria no, ha voluto farlo sul blog più letto del settore, dando mostra di superficialità, ignoranza e supponenza.

    Che pena, davvero.

    • Edo says:

      Quoto. Per una volta che c’è qualcosa che esce un pò dal coro ( senza volgarità)…
      Trovo commovente di per sè l’immagine del bambino/adulto, la trovo giustamente “scomoda”. Ma per nulla superficiale.

  8. Caroline says:

    Concordo con gli altri commentatori del post. Non mi sembra scioccante e sinceramente trovo anche bella l’idea. Anche tacciare di superficialità e pochezza l’agenzia, bah, un po’ fuori luogo a mio avviso.

  9. Scrudge says:

    Anche qui non troveremo mai un punto di incontro. Chi ha a che fare con la malattia o a un figlio in quelle condizioni, lo può trovare offensivo e denigratorio.

    Chi lo guarda da esterno può non trovarci nulla di eccessivo e diverso da altre cose.

    Questo tipo di comunicazione susciterà sempre pro e contro a prescindere da messaggi, tecnica, regia, idea.

    Per dire conosco gente che odia Scrubs perchè ha avuto brutte esperienze con ospedali e non ci vede nulla di divertente schrzando su malati terminali e medici ospedalieri.

    Punti di vista+ esperienze personali, insomma.

  10. Onan says:

    Sono stufo dei benpensanti che si scandalizzano. Scandalizzatevi per le cose importanti: referendum e altro.

  11. Adma says:

    Diciamo che, a prescindere dal giudizio sullo spot, trovo che sia stato un errore averlo fatto fare a un creativo così coinvolto emotivamente sulla faccenda.

    Il nostro è -per me- un mestiere da orecchianti, da passanti per caso, da dilettanti. Il nostro dovrebbe essere -per me- lo sguardo di chi non sa, non di chi sa troppo. Non ho mai voluto essere un esperto delle cose per cui ho fatto pubblicità ma ho invece voluto essere solo uno che guarda, di sguincio, e racconta la parte bella di quello che vede.

    Probabilmente quello spot è molto forte e giusto per chi conosce la malattia e la vive sulla propria pelle tutti i giorni. E forse, invece, è meno efficace su quelli come me che non ne sanno niente. E loro i soldi li volevano da me, non da quelli che sicuramente già glieli danno.

    Meno male che fra un po’ diluvia.

  12. italo says:

    Io ne sono rimasto colpito e toccato. Mi pare una idea pertinente, girata con garbo ed efficacia. Per ovvi motivi non la manderei in onda in orario protetto.

  13. malick says:

    ci risiamo, un altro commento “tu parli solo perché sei invidioso”. ma sangue di quel porco, ma perché non si può commentare una cosa senza venga fuori questa frase? e poi, cos’è che dovrebbe invidiare ilaria a quest’annuncio? l’idea della faccia da vecchio messa su dei bambini? ma dai…
    chi trova originale quest’annuncio vuol dire che non ha sfogliato abbastanza archive, magari solo perché è molto giovane.
    un’ultima cosa, la parola mostro non indica solo i cattivi dei fumetti o dei film di fantascienza.

    • Goldrake Maria says:

      Quoto.
      Niente di che choccarsi, niente di che rosicare.

    • Snob says:

      concordo con Malik. ‘Sto spot può scioccare al massimo la nonna di Giovanardi. E quanto all’originalità, caliamo un velo pietoso: tutto si può dire fuorché di essere di fronte ad un film che ti fa dire “cazzo, perché non mi è venuto in mente?”.

      ps Ma perché tanto mistero sulle shortlist adci? Perché non le tirano fuori: verogogna?

    • Pupillo says:

      Esatto. Roba vecchia se non copiata.

  14. Edo says:

    @Hulk
    grazie della correzione. Dovrei leggere con un po’ più di attenzione quello che posto. Better?;)

  15. senza arte né parte says:

    fico. uguale uguale uguale a una campagna che presentai qualche anno fa per un depilatore maschile. (il corpo del bimbo era più piccolo, solo col pannolino e ovviamente senza peli).lì aveva più senso.

  16. Adma says:

    Ah, la maschera sembra la faccia di Pisapia.

  17. Canguro says:

    Bambini invecchiati: idea fatta, rifatta e strafatta.
    Quindi shortlist all’Adci next year.

  18. bonjour says:

    choc? non è solo questione di choc, che poi ormai cosa può choccarci??
    siamo abituati a immagini ben più drammatiche.
    è una banalata che fa finta di lavorare su un concetto.
    comunque, sarà pure una faccia da vecchio, ma cazzo, sembra un mostro davvero.

    era la prima idea che vi è venuta in mente?
    io mi sto stufando un po’ di questa pubblicità che invece pensa di provocare, in qualsiasi modo, e perde il contatto con la realtà!
    ah, non dimentichiamo tutta quella pubblicità che la gente si inventa per far ridere quattro gatti. sembra che le pubblicità possano funzionare solo con l’ironia spiccia.
    guardate che ogni tanto un posizionamento un attimo più serio non sarebbe da sottovalutare.

    per carità, fattela na risata. ma non si può fare tutto così!eccheccazzo!
    oramai anche mio cugino di 16anni al bar con gli amici si può inventare una campagna da du risate.
    la prossima volta chiamatelo.
    please.

  19. Chiara says:

    Leggo qui sopra che molti, più che attenersi all’oggetto della campagna pubblicitaria, scadono nel personale e danno giudizi di valore o critiche a chi ha espresso un parere personale (in questo caso Ilaria). Non sopporto la tecnica del “se non puoi distruggere il ragionamento distruggi il ragionatore”, la trovo scorretta e meschina. Del resto, non mi stupisce che le stesse persone siano favorevolmente colpite da campagne pubblicitarie come quella in oggetto che trovo frettolosa, superficiale e davvero poco originale. Non è un giudizio degradante il mio ma sono convinta che chi non soffre di diabete, non può mettersi completamente nei panni di chi ne soffre e, dunque, non può cogliere l’aspetto offensivo della campagna. Chi fa comunicazione invece, ha il dovere di fare questo sforzo e mentre crea, dovrebbe far funzionare il cuore oltre alla testa. Penso anche che chi non ha nel proprio corredo genetico strategie comunicative più evolute, si ferma allo choc perché è la tecnica più veloce e semplice da usare. Le frontiere della comunicazione, per fortuna, si sono allargate. Oggi comunicare non coincide con scioccare e chi lavora nel campo (e ha le doti necessarie per farlo), sa che lo choc non è più un meccanismo valido per sensibilizzare in quanto abusato e dunque, non più convincente. Inoltre trovo scorretto fare una campagna che più che in-formare de-forma. Comunicare è un’arte, lasciamolo fare a chi è in grado di farlo bene e con rispetto.

  20. La mia opinione sarà frutto del: pensala da diabetico e pensala da sano.
    Forse nei panni di qualcuno “diverso” da te, cambia qualcosa alla prospettiva.
    Poi mi metterò a disquisire, ma: qualcuno dire “rosica” e si nasconde dietro un nick, mi raccomando litighiamo da bravi italiani.
    Non ci vado neanche al dunque, se devo rispondere a delle maschere.

  21. Truman Pulitzer says:

    Ho l’impressione che si stiano sovrapponendo diverse tematiche, generando parecchia confusione.

    La lettera di Ilaria – al di là di una generale opinione sulle “campagne shock” – entra nel merito della strategia domandandosi se non ci si poteva spostare anche solo di mezzo passo più avanti del “pensiero uno”, ossia una campagna focalizzata unicamente sul problema e non sulla soluzione.

    Cara Ilaria, la tua domanda è più che legittima, ancorché personalmente non trovi alcunché di scandaloso nello spot in oggetto. Più per il fatto di essere uguale a mille altri già visti che per il fatto che ci sia di peggio in giro.
    La tua domanda è legittima, ma credo che la risposta strategica data dall’agenzia non sia così sbagliata.

    Il tuo paragone con le campagne sull’AIDS non calza. Perché l’AIDS non è il diabete.
    Almeno nell’immaginario collettivo.

    Per tante e tante persone, all’epoca degli spot che citi, l’AIDS era un babau che monopolizzava la comunicazione sociale, generava quasi isterie di massa, addirittura imponeva campagne antirazziste nei confronti dei sieropositivi.
    Il diabete – te lo dice uno che di diabetici in famiglia ne ha parecchi – non se lo caga nessuno.
    È una malattia da golosoni che impone unicamente lo scorno di rinunciare ai profiteroles e la seccatura di doversi portare sempre appresso una siringhetta di insulina.
    Sintesi superficiale vero?
    Tanto quanto l’approccio addebitato alla creatività di questa campagna.

    Ebbene, in un mondo in cui questa malattia è considerata “irrilevante”, a mio parere una campagna “shock” è l’unica strategicamente accettabile. Perché la mera informazione passerebbe come acqua sui sassi.

    Il problema è piuttosto creativo.
    Siamo sicuri che QUESTA campagna sia una campagna “shock”?
    Se lo è, è un po’ loffia.

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