A grande richiesta ecco il brief Ferrarelle. Mi è stato inviato da diverse persone, di diverse agenzie, li ringrazio tutti anonimamente.
Quella che leggerete è una sintesi: ho eliminato tutti i dati sensibili, come le quote di mercato e i target di riferimento. Ho lasciato le pagine di brief vero e proprio.
È un brief scritto male e superficiale? Sì.
È il peggiore che mi sia capitato fra le mani? No.
Purtroppo è sempre più raro leggere brief scritti con competenza e intelligenza. Quest’ultimo non fa eccezione. Da criticare soprattutto gli obiettivi ambiziosi a fronte di un posizionamento assolutamente banale. Ma lascio a voi le conclusioni.
Leggendo qua e là mi sembra però di aver capito una cosa. Il management di Ferrarelle risulta alquanto schizofrenico e, a istinto, oserei dire anche presuntuoso. Ecco alcuni stralci presi dal comunicato stampa pubblicato su ADVexpress.
“nessuna proposta ha risposto alla richiesta del brief, una campagna con un’idea di forte impatto iconografico e testuale che si rifacesse alle passate campagne Ferrarelle. Ora il focus sarà sul btl, con l’atl per le iniziative tattiche e l’awareness”.
E alcune righe più sotto.
“Le agenzie hanno fatto un ottimo lavoro, attraverso diversi step di presentazione concernenti creatività e strategia…”
Delle due l’una: o le agenzie hanno fatto un ottimo lavoro, e allora doveva esserci almeno un vincitore, oppure hanno lavorato male e nel caso bisognerebbe chiedersi il perché alcune fra le migliori agenzie italiane non sono riuscite a produrre una buona campagna per un brand così facile.
Ma la schizofrenia del management di Ferrarelle viene testimoniata anche da Marco Carnevale, che nei commenti di Bad Avenue riporta questo simpatico aneddoto:
Dottor X: “Secondo me le uniche cose che funzionano davvero sono le gag di quei tre comici…come si chiamano?”.
M. C.: -“Allude ad Aldo Giovanni e Giacomo?”.
Dottor X: “Sì, sì…proprio loro. Mi fanno sbellicare dalle risate, e intanto zitti zitti mi inchiodano in testa la marca, non so se mi spiego”.
M- C.: “Credo di sì. Posso farle una domanda?”.
Dottor X: “Certamente”.
M. C.:“Ricorda qual è la marca?”.
Dottor X: “Veramente no”.
Io credo che un creativo si debba giudicare per le idee, e ci sta che le sue idee non siano ritenute all’altezza, mentre un manager si debba giudicare per le scelte, e il management di Ferrarelle ha sbagliato a scegliere le agenzie invitate al contest. Oppure non ha avuto la capacità di distinguere l’IDEA fra tutte quelle che gli sono state presentate.
Comunque sia, ha dimostrato solo incompetenza e arroganza.
Tanti saluti da Bad Avenue.
D. D.
… cioé… ma… è un’acqua… ma che brief han fatto? Alla faccia del “semplice e naturale”.
Ma poi: benefici tangibili? Disseta. OH VEH? Pensavo “svernicia senza intaccare le superfici”. E’ un’acqua, cosa dovrebbe fare? Poi: “è buona”. Dai, pensavo sapesse di acquitrino… mammamia…
produciamo un miliardo di idee per questi signori arroganti e pubblichiamole qui, poi se qualcuno se le scopiazzerà almeno farà la figura che merita.
fare campagne per Ferrarelle dovrebbe essere la cosa più facile.
un posizionamento vero, legato al prodotto, fertile come pochi.
un heritage indistruttibile, un vantaggio incolmabile sulla concorrenza.
ma questi no, questi vogliono sminchiare tutto e ci stanno provando da anni.
qualcuno gli spieghi che esistono prodotti e brand con la stessa baseline da 60 anni.
non è pigrizia: è solo il riconoscere di avere in mano un tesoro che qualcun’altro ha costruito per voi.
imparate a godervi sta fortuna, coglioni, invece di scrivere robe incomprensibili come questa: se tirate merda, con la merda vi rispondiamo.
E gli apostrofi al posto degli accenti.
e “sè stesso”?
Una volta all’esselunga stavo comprando dell’acqua Boario, poi ci ho pensato e non l’ho presa perchè è troppo solipsista. E io cercavo un acqua più socievole e aperta alle relazioni.
Solipsista? Socievole? Ma andate a cagare.
Il culo di ferrarelle è che è proprio una via di mezzo tra naturale e gassata. Snaturare questo messaggio è follia, perchè vuol dire andare contro all’unica caratteristica che la distingue dalla altre: LA SGASATURA.
Altro che cosciente del proprio status e del proprio prestigio, altro che ama la socialità e la condivisione, è solo acqua SGASATA.
Mancano apostrofi e gli accenti sul perché stanno al contrario.
Non rompete le palle.
bravo scrudge. viva la precisione. dickens ti avrebbe ammirato.
Scusate, ma sulla prima pagina leggo CONOSCERE E LAVORARE CON IL TEAM CREATIVO DEDICATO (AVENDO LA POSSIBILITA’ DI CAMBIARLO).
Primo. Questo significa che anche i Ferrarelli, buoni ultimi, sono arrivati a capire che quello che conta è il povero disgraziato che gli farà materialmente la campagna e non quella pletora di saprofiti che lo sfruttano e che si ritrova in agenzia, leggi amministratori delegati e direttori (maddechè?) clienti vari.
Secondo. La cosa sintomatica è che questi geni del marketing dell’acqua gasata*, magari pure laureati alla Bocconi, paventino, ancor prima di averli conosciuti, di cambiare i creativi!
Ma che cazzo di rapporto volete costruire con della teppa di questo calibro?
Ma quale “gara” pensate di fare se non quella a chi è più masochista?
Caro Draper, questa tua iniziativa è fantastica. Spero che diventi una costante in tutte le gare “storte”.
ciao
* (la Ferrarelle ha un “rinforzino” di gasatura industriale, a norma di legge …)
Questo brief fa acqua da tutte le parti.
Great!
Ecco il dd che me gusta.
Hanno usato la parola SOLIPSISTA. Magnifico. Da oggi la userò in ogni dove.
Buona solipsistica giornata a tutti.
A me – scusate – sembra un brief migliore del 70% di quelli che ricevo. Il che non vuol dire che sia un bel brief. Ma a questo punto bisognerebbe vedere anche qualche proposta creativa.
“Vocazione magioritaria”.
Ed io che ho sempre creduto che l’essere né liscia né gassata fosse un approccio doroteo.
lieto di aver scelto acqua lete.
Che è pure più buona
E poi scusate, ma che insight è :” hai mai pensato che l’acqua che bevi è il primo passo per amarti”?? Non è un insight: è il pensiero di chi ha scriffo il brief.
…era scritto….ovviamente….
Beh, scusa, l’ultima assurda campagna era quasi in linea con questo insight/ pensiero: “A tutti colore che vedono questo bicchiere mezzo pieno e non mezzo vuoto… a chi si è perso percorrendo una strada che non è la sua… chi si sente libero se malgrado la paura trova il coraggio di scegliere…” quando spari (Ferrarelle) certe cazzate, la gente, che è molto più furba di quanto pensino, ride.
Non l’hanno ancora capito? No, dal brief direi di no.
Sono arrivato fino a “Brand’s Custodian”.
genio!!!!
10 anni che faccio ‘sto lavoro e mai una volta, dico mai, che mi sia capitato di leggere un brief degno di questo nome. Mediamente non mancano i grafici inutili, si chiede di dire mille cose (alla faccia della unique selling proposition) con un tono ora “fresco”, ora “accattivante”, ora “incuriosente” (ma perché, qualcuno vorrebbe un tono” rompicoglionente”?), ora quello che ti pare. E la reason why?… rison che?Ah, la rison uau!
Questo brief non fa eccezione, è generico e confuso come tanti altri. Eppure da cumuli di letame del genere, talvolta nascono perle inaspettate. Ergo, fateci vedere le proposte e potremo dare un giudizio più consono.
ps. Una nota a parte merità l’insopportabile e onnipresente “italianità” (ma perché, onestamente, chi cazzo beve le acque straniere?).
Quando il made in Italy (design, auto, moto, cinema etc) sbancava in tutto il mondo, dell’italianità non gliene fregava un cazzo a nessuno (Anzi, farlo era considerato un segno di provincialismo). Ora che siamo un paese quasi irrimediabilmente in declino, irriso in tutto il mondo, tutti a titillare l’amor patrio. Basta. Viva Heather Parisi.
Nell’impianto logico è uno dei briefing più assurdi che mi sia mai capitato di leggere. È contraddittorio, mi chiedo se almeno una delle agenzie glielo abbia fatto notare. Impossibile fornire dei buoni out-put su queste basi, a meno di leggerlo e buttarlo nel cesso.
Ma la cosa che più mi ha fatto girare le palle è stato leggere la parola “Etica” nei brand values. 5 agenzie hanno lavorato gratis per quasi sei mesi. Come dire che Ferrarelle crede in un business sostenibile dalle spalle degli altri.
Sono d’accordo con quanto scrive Edo: ma che insight è ” hai mai pensato che l’acqua che bevi è il primo passo per amarti”?? Non è un insight: è il pensiero di chi ha scritto il brief.
Nessuno tra i creativi delle agenzie coinvolte che abbia voglia di spedirci le proposte secondo più efficaci presentate? Non per dare luogo a commenti idioti e bannerò chiunque non provi ad apportare commenti utili alla discussione (anche alle spalle di Donald).
Brando Manago, seguo il tuo blog e i tuoi commenti con interesse. Non voglio dare a questo topic un’inutile piega “creativi contro marketing”. Ma non credi che questo briefing sia poco utile? Gradirei leggere un tuo commento, se non ti crea imbarazzo per motivi che non posso conoscere. Grazie.
Dick, concordo pienamente. Anche io vorrei sapere se qualcuno ha avuto il coraggio di fargli notare il controsenso di questo brief.
Doveva essere la prima risposta di tutte le chiamate a partecipare: “Scusate, questo non è un brief, scrivetene un altro.” Se c’era una risposta univoca, il cliente forzatamente si sarebbe dovuto impegnare (ovvero fare il culo a chi ha scritto questo sbrief) e imbastire un nuovo documento. Tiriamole ‘ste bacchettate sulle dita, su!
Le cose vanno fermate all’origine.
In effetti la menzione della parola “Etica” rende il tutto inseribile in un film dei fratelli Coen.
Dick, hai centrato un punto interessante: la discutibilità del brief.
Nella mia ristretta (quanto a campione statistico) esperienza posso affermare di aver quasi sempre ridiscusso i brief che mi venivano passati. Mai per “cazzimma”, a volte per assurdità clientesche, più spesso per contorsioni e/o illogicità dovute alla rielaborazione interna all’agenzia.
L’unica costante era che il “brief di gara” risultava sempre e comunque Verbum Domini. E la discussione interna sulle più superne castronerie era degna di un racconto di Buzzati.
E allora domanda: a voi quante volte è capitato di ridiscutere (verbo certo più gradevole di “contestare”) un brief di gara? Quante volte ne avete avuto il potere, e quante il coraggio?
Ridiscutere sì. E’ successo. Ma il risultato è sempre più o meno questo: “Crediamo che il brief rispecchi in pieno la nostra reason why, fittando ogni insight che suscita nel cunsumer una value proposition unica e differenziante che ci permette di raggiungere il nostro obiettivo di comunicazione”. In soldoni: abbiamo scritto scirviamo 50 pagine di paroloni perchè non sappiamo dove stiamo andando e ci aspettiamo che vi inventiate qualcosa . Se va bene, merito del brief. Se va male…merito vostro.
Premessa, non faccio adv, ma pack. Sempre –in senso molto allargato– di design però si parla e sia le agenzie che i clienti sono uguali dappertutto. Detto questo non ho abbastanza “potere” per fornire delle prove concrete, dovrete fidarvi sulla parola… ma a detta degli account che ricevono i brief –che poi mi rigirano– da noi capita spesso di ridiscuterli, se si parla di “coraggio”. Se invece si parla di “poterlo fare”, di solito lo si fa con una buona dose di sfacciataggine e di furbizia che il cliente non si accorge che abbiam cambiato le carte in tavola, non necessariamente a nostro favore, ma riscrivendo le cose che abbiam capito dal loro guazzabuglio in una forma più semplice per poter cominciare a lavorare con tranquillità.
So di esser stato un po’ criptico e mi scuso… meglio di così ora non posso mettermi a riscrivere
Dick, ma cosa vuoi che possa essere uscito da un brief del genere?
lasciamo perdere, per carità.
———— ATT.NE: COMMENTO NOIOSO, SI PARLA DI MARKETING E COMUNICAZIONE. NON CONTIENE INSULTI ———
Caro Dick,
intanto ti ringrazio. Purtroppo temo sia un brief come tanti… credo che il grosso problema alla radice sia l’obiettivo di marketing.
Ma in tutta sincerità non mi pare l’unico:
Fase Pre:
Temo che le agenzie non siano state coinvolte nè nella previa fase di ricerca sul consumatore, nè in un incontro di pre-brief (se si, allora vanno iscritte anche loro nel registro degli indagati).
Incipit:
Credo che la chart incipit “Il partner che stiamo cercando” evidenzi una cattiva attitudine relazionale da parte del cliente e fallisca nel tentativo di creare coinvolgimento intorno al progetto.
Obiettivo di marketing:
Lo trovo quantomeno anti-intuitivo. Perchè frequenza d’acquisto e non penetrazione?
Ferrarelle vuol far crescere la marca aumentando la frequenza d’acquisto (convincere le famiglie che bevono Ferrarelle a bere più acqua ogni giorno, mi ricorda Fantozzi al casinò che si gonfia di acqua gasata fino a prendere il volo), piuttosto che aumentando la penetrazione (convincere nuove famiglie a sostituire la loro attuale acqua con Ferrarelle). Questo a mio modo di vedere compromette il resto del brief.
Target:
solo le famiglie che già bevono Ferrarelle? Solo parte di loro? Ho una forte perplessità conseguente all’obiettivo di marketing: target stra-ristretto. Così s’ignorano quelli che bevono la marca del supermercato, altre acque di marca, altre acque di marca gasate, lievemente gasate, l’acqua filtrata, l’acqua del rubinetto… davvero tutti questi bevitori hanno barriere di consumo invalicabili rispetto a Ferrarelle?
Posizionamento:
tanta roba, troppa. Francamente alla fine non mi porto a casa cosa vogliano cambiare rispetto all’attuale. Forse non vogliono cambiare niente, visto che il posizionamento attuale è un capolavoro, ma al momento della stesura del brief non se ne erano accorti.
Copy strategy: Dov’è?
1) Mancanza di insight rilevante sul consumatore. Cosa sapete sul vostro consumatore? Quali interessanti scoperte sul suo vissuto con l’acqua emergono dai vostri focus groups/home visit/questionari/telefonate con la nonna? Ditecelo!!
2) Benefit: da definire.
3) End benefit: da definire
…
Insomma, se fossi stato in un’agenzia avrei avuto grosse perplessità di fronte a questo brief, e mi sarei anche un po’ depresso…
Sono stato insolitamente prolisso, ma credo che nel momento in cui si coinvolge il lavoro delle persone di 5 agenzie in una gara di questo tipo ci sia anche una componente etica, oltrechè professionale, nel livello e nella cura del brief. Altrimenti poi si rischia di non arrivare a nulla, come è capitato per l’appunto.
Secondo me quelli della Ferrarelle non riusciranno mai a liberarsi della mitica campagna degli anni 80.
Ci hanno provato in tutti i modi a riproporla, peggiorandola, anche un mese fa.
Dovrebbero rassegnarsi e rimetterla fuori tale e quale, con variazioni e aggiornamenti sul tema/meccanismo fisso costituito dalla “terzietà” (né liscia né gasata).
Potrebbero andare avanti per un altro secolo con grande soddisfazione.
Ma sono troppo presuntuosi per farlo.
E pure i creativi si divertirebbero.
Non trovate?
Sono d’accordo.
Il concept – head line ‘Liscia, gasata o Ferrarelle?’ è, come succede alle grandi campagne, allo stesso tempo:
-una descrizione fedele del prodotto
-un preciso posizionamento, che non è imitabile perché c’è dietro un prodotto -unico nel suo genere
-una fonte di declinazioni creative quasi illimitata
-una memorabilità che cancellerebbe qualsiasi altra proposta ( a meno che non ci investano sopra il Pil della Cina)
Insomma, un tesoro.
Ma si sa, molti Direttori Marketing non guardano la realtà della marca che hanno in consegna, quello che gli interessa prima di ogni altra cosa è lasciare la loro impronta, ‘cambiare la storia’ per poi rivendersela nella prossima azienda.
Alcune marche non si risollevano più.
(C’è da dire che questo giochetto l’hanno fatto anche molti creativi che avevano per le mani aziende ingenue)
Quoto in pieno. Sopratutto la parte del posizionamento: si erano scavati una bella tricea da dove nessuno poteva farli uscire. E da lì potevano veramente continuare a sparare ancora per un bel pò. Invece si sono suicidati con l’ultimo spot del bicchiere mezzo e mezzo..
Licenziate il management. Licenziatelo.
In quanto idiota, penso di aver capito cosa vuole Ferrarelle: un uccellino che rutta. Dopo aver mangiato spaghetti al pomodoro. Sul Golfo di Sorrento.
se ci aggiungi del piero hai scritto la prossima di Uliveto.
Era un abile progetto di cross branding. Se esiste.
tutti incompetenti vergognatevi.
se letto da destra verso sinistra oltre ad essere un ottimo b. svela anche come ottenere a scelta o il budget o il rimborso.
I brief sono come i necrologi: avete mai incontrato una marca chiusa, musona, poco socievole, per nulla consapevole e pure nu poco stronza?
Panzeri diceva: ‘Le idee belle mi fanno venir voglia di vivere. Quelle brutte, voglia di morire’. Questo brief fa venir voglia di morire.
Non è vero che le info sensibili sono state espunte dal brief. Tutto il posizionamento, il target, la scala dei benefit è una info sensibile. Al netto degli specifici contenuti è il tipo di contributo che di solito la media agenzia di network vende come “parte strategica”, facendosela pagare e sotto accordo di esclusività. In genere non è serio fare pubblico tiro al piccione su un brief, e non è professionale diffonderlo. Il fatto che l’azienda in questione si sia comportata male è una giustificazione tenue, perchè a questo punto a uno come Ted Bundy cosa gli fai? Lo scortichi vivo in prima serata?
Fanno bene le aziende a non volerci più passare ricerche e a considerarci dei saltimbanchi. Ad oggi, l’unica cosa seria che come categoria potremmo fare non la stiamo facendo. E cioè un comunicato pubblico sottoscritto da tutti i manager della nostra industria che nessuna agenzia lavorerà mai più per Ferrarelle con l’attuale management in carica. Ma qua servirebbe un po’ di serietà, cosa che noi mocciosi del settore siamo evolutivamente incapaci di fingere.
Marcus, non puoi davvero considerare infomazioni segrete un simile ammasso di banalità. Togli il logo Ferrarelle e le ho già viste per calzature, giacche a vento, caffettiere, automobili, birra, sigari, lavastoviglie ecc.
Trovo invece sensata la tua proposta, non importa quanto possa sembrare ardita. Ferrarelle nella lista nera. Io firmerei questo patto.
Concordo pienamente con l’idea del comunicato pubblico. Avevo proposto qualcosa del genere due tre topic fa e qualcuno mi aveva anche dato del cretino.
black list, scioperi, class action o una qualunque azione senza le premesse di condivisione e adesione della totalità dell’industria pubblicitaria. tutto molto entusiasmante e coinvolgente ma altrettanto distante dalla nostra natura.
Il 95% delle aziende e delle istituzioni italiane stilano brief come questo, e non solo in caso di gare. Il 95% delle aziende e delle istituzioni italiane scambia gli insight per i propri desiderata, e perciò dà per scontato che decidere un insight a tavolino sia più cool che provare a leggerlo nelle pieghe della realtà. Il 95% delle aziende e delle istituzioni italiane credono che scrivere la parola “etica” in una body copy le esima dal dover tradurre in pratica quello scenografico ma fastidioso concetto. Il 95% delle aziende e delle istituzioni italiane chiedono campagne di lungo respiro (di cui andrebbe ovviamente presentata l’articolazione nel tempo e cross-media) salvo poi lamentarsi della mancanza di una proposta “semplice, impattante e di immediata efficacia”: leggi una trovatina di pronta beva facilissima da condividere e approvare all’interno, poco impegnativa da produrre nei tre giorni di timetable lasciati liberi dai test più demenziali e utilissima da esibire nelle interviste come spot autopromozionale del direttore marketing o di chi ne fa le veci. Il 95% delle aziende e delle istituzioni italiane sono convinti che le campagne si debbano cambiare spesso, come i calzini; e nella foga talvolta buttano via con l’acqua sporca non solo il bambino ma anche la tinozza che conteneva entrambi. In questo senso la gara Ferrarelle non rappresenta tanto una eccessiva mostruosità, quanto forse una mostruosità di troppo; di quelle che fanno traboccare il vaso. Per cui devo concordare in toto, a livello personale, con chi dice che la colpa di quanto accade sia in ultima analisi di chi non si sottrae alla roulette russa lasciando lorsignori a passarsi l’un l’altro il revolver finché non si sente bum e ci ritroviamo tutti in un altro film.
Noi restante 5% abbiamo almeno la compiacenza di farci in casa le nostre belle cagate senza menarla tanto con etica, leadership e iconicità di ‘sto cazzo.
Un saluto a tutti quelli che mi conoscono,
Giovanna (quella brava).
brava Giovanna brava
degli Award non sei schiava
da cameriera a figlia
beato chi ti piglia.
Il 97% delle agenzie italiane spaccia per insight le battute che fanno ridere a mezza bocca qualche direttore creativo nel totale silenzio degli astanti. Siamo sempre un 2% peggio dei nostri committenti.
Dottor Carnevale, la lezione di vita, arte e ingegno di Frank Zappa è morta in solitudine. Capisca a me.
Egregio Dottor Miller, non lo so mica se la capisco davvero o me ne illudo soltanto.
Ad ogni modo, mi permetto di avanzare una considerazione relativa alla Sua stima della percentuale di cazzonaggine rilevabile presso le agenzie italiane (97% v/s il 95% da me ipotizzato per le aziende inserzioniste).
Prendendo per buona la Sua valutazione, io direi che le due performance – per quanto entrambe altamente desolanti – non siano affatto equivalenti dal punto di vista qualitativo. Ciascuna agenzia, infatti, annovera un certo numero di aziende fra i propri clienti; e può decidere quale misura e concentrazione della propria cialtronaggine riservare a ciascuna di esse: con effetti evidentemente diversificati sul rispettivo output di comunicazione. (Ho segnalato più volte che a mio avviso questa è una politica spesso praticata dalle agenzie, che preferiscono dedicare il massimo della propria professionalità a una infima minoranza di clienti più avanzati lasciando tutti gli altri ad agonizzare nel loro brodo primordiale). Per le aziende, invece, l’esercizio della cazzonaggine finisce per danneggiare solo ed invariabilmente lo stato di salute, di vitalità e di valorizzazione dell’azienda stessa – dando luogo a una forma compulsiva e cieca di autolesionismo che non trova precedenti o analogie neppure nel magico mondo degli organismi unicellulari. Il grande Frank Vincent Zappa avrebbe commentato: “La mente è come il paracadute: se non è aperta non funziona”.
Personalmente, credo che quel 95% sia un valore attribuibile anche a quelle aziende e istituzioni che si ritrovano ad avere un management interno troppo spesso impegnato a “creare” per giustificare il proprio ruolo e il proprio stipendio.
Sono anche convinta che ridimensionare il reparto marketing di aziende e istituzioni, sottraendogli competenze e risorse economico/produttive, da destinare invece all’agenzia pubblicitaria delegata e al suo reparto marketing (concedendo quindi budget degni di chiamarsi tali), sia la soluzione logica più auspicabile, che può rivelarsi molto più funzionale e vincente. Sono dell’avviso che il management d’agenzia sia molto più competente, ferrato e pertinente sugli aspetti comunicativi di quello aziendale/istituzionale. Inoltre, ci sarebbe un filtro in meno tra il Signor Ferrarelle e i Signori Creativi, la comunicazione ne gioverebbe: un filtro in meno, uno scontro in meno, un risultato in più.
Semplificare, smaltire, godere: liscia, gassata, Ferrarelle.
Ribadisco il commento precedentemente espresso, anche se in maniera estremista e provocatoria: licenziate il management.
Onestamente io non credo che le aziende siano danneggiate. Insomma sospetto che sia più accorto essere azionista della ferrarelle o di vodafone che di interpublic, se mi si passa l’ardire.
A quanto mi risulta i clienti del suddetto brand di acque non fanno assaggi nei supermercati per non comprare nulla, nè telefonano gratis alla mamma. I clienti dei nostri brand (le agenzie per cui lavoriamo) invece non fanno altro, sampling a gratis. Questo dimostra che loro hanno fatto i compiti meglio di noi, secondo me.
Insomma, non è che a forza di fare i geni incompresi non abbiamo compreso e non ci siamo compresi? Non è che non siamo più in contatto nè con le persone, nè con le aziende? Non è che pensavamo di essere i Beatles e invece siamo i Rokes, con tutto il rispetto per Shel Shapiro?
Ovviamente qui il discorso si fa esistenziale e non lo estendo oltre.
Cordialità
Tsk, tsk.
“ibis et redibis non morieris in bello” è il modello di tutti i brief.
Non ne ho mai visto uno che non vi si ispirasse.
ibis, non redibis, et morieris in bello
ahha l’area della non convenzionalità…. marò che danni… me ne scuso…
Pingback: Mai immergersi alle Fonti di Caserta. | Donald Draper
Pingback: Occhio alla lingua, Rozzi e Guastini. | Donald Draper
Pingback: Ferrarelle. Dal bagno di umiltà al bagno è in fondo a destra. | Donald Draper