Rilancio un commento di Body nel post dedicato allo stage perché tra tanti altri potrebbe andare perso. Volutamente provocatorio (spero) decreta la morte del mestiere di copy, incita a scappare all’estero e soprattutto pone due domande interessanti “perché volete fare i copy?” e “da cosa siete ispirati?”. Merita qualche appassionata risposta sempre che non siate tutti già emigrati o, peggio ancora, abbiate deciso di dedicarvi ad altri mestieri più “vivi”.
Con enorme rispetto per la vostra passione (che è la mia), io continuo a domandarmi: ma perché volete fare i copy? e soprattutto: che genere di copy?
mi spiego meglio. prima di cominciare questo mestiere, la pubblicità interessava perché in TV c’era roba tipo Superga di Rozzi/Battaglia, Audi di DeRita e per le strade la noce di Cernuto e Pizzigoni. e subito dopo Blu, Magnum, Mercedes, Excite di Cremona, BMW di Gitto etc. etc. etc.
questo lavoro era palesemente vivo e la ricerca creativa ne era il fulcro. io, e chi cominciava come me, volevamo fare questo. non solo, volevamo fare roba migliore di quella e sapevamo che c’era lo spazio.
ma voi, oggi, da cosa siete ispirati?
saranno 10 anni che non leggo più un titolo che si possa definire tale.
sulla shortlist vedo celebrare roba che sarebbe stata cassata all’Accademia.
il benchmark di mercato è Totti e Signora che sparano minchiate, quando dai telefonici ogni creativo di prospettiva cercava di scappare per non riempirsi la reel di testimonial bolliti e offerte incomprensibili.
mi pare così ovvio che il copywriter d’agenzia sia un mestiere morto, per non parlare delle condizioni patetiche che ritenete normale di accettare.. col cazzo che noi facevamo folder (e si guardavano bene dal chiedercelo), col cazzo che svendavamo il nostro talento per niente!
quindi perché volete farlo voi? per arrivare a Vodafone un giorno? minchia! e siete pure convinti che spalare merda 13 ore al giorno sia la strada giusta per farlo?
se è così, se il vostro sogno è scrivere uno spot Lavazza o uscire con un’illustrazione per Feltrinelli, allora accomodatevi: siete la mediocrità che ci si aspetta da questo Paese.
ma se avete un talento vero, un’educazione estetica ed etica per questo mestiere, allora state sbagliando tutto. la creatività è altrove, i maestri pure. andate a New York, a Londra, a Parigi, ad Amsterdam. andateci, perché se c’è una cosa che mi manda in bestia è il talento sprecato. anche più della mancanza di ambizione.
A noi studenti ci hanno posto una domanda simile, più generica:
“A quale agenzia ti ispiri?
Cosa ti piace di quello che c’è in giro?”
Io non saprei cosa rispondere.
Cosa mi ispira? Cosa c’è di bello adesso? Non mi viene in mente NIENTE e continuo a pensarci. Qualcosa troverò… Ma niente.
Faccio prima a dirvi cosa non mi piace….
Perché?
Futura Stegista forse non hai internet?
i motivi aono i soliti, liabbiam già detti, è diventato un lavoro come un altro purtroppo.
Col cazzo che noi facevamo i folder…forse è anche per colpa di atteggiamenti come il tuo che oggi siamo presi a calci in culo da tutti.
… eh ma come qualcuno qui dice basta la terza medie per scrivere una brochure…
Il fatto è che chiunque abbia una famiglia abbastanza ricca da pagargli Accademia può diventare copy. E’ mai stato bocciato qualcuno lì? No. E fare il copy dei folder è cmq meglio di stare in un call center, in fabbrica o in un supermercato. Questo spiega l’enorme numero di aspiranti creativi in giro.
che due balle sta storia dell’”andate all’estero”.
Uno può voler fare il copy e non voler andare all’estero.
E che due balle anche sta storia del “il mestiere del copy è finito”.
Uno può fare il copy altrove rispetto ai canali standard.
Oggi, mi modesto parere, il copy è un social media specialist.
Mi spiego meglio: oggi il mestiere di scrivere è sui social media, è cambiato e ha confini sempre più labili con il mestiere del giornalista. Andate a vedere quanto c’è da scrivere su twittere per una campagna politica (ah già: ma la comunicazione politica per voialtri non è pubblicità, esiste solo Vodafone o Sky). Andate a vedere come si tiente viva una pagina aziendale su fb. E capirete quanto conti saper scrivere e saper scrivere in modo creativo e nel “Lungo”. Cosa che il 90% dei copy aspiranti di oggi, non san nemmeno cosa sia.
Laffuori (dalla carta stampata e dalla tv) c’è un mondo. Fatto di parole e scrittura.
Il mestiere del copy è vivo e vegeto. E’ solo cambiato. O tornato ad avere giustizia: fuori chi non sa scrivere, dentro chi ha talento vero per la parola.
Ah, e non c’è bisogno di andare all’estero per farlo: guardate come usa i social media un’agenzia di Bari (Italia) che si chiama Proforma. La pagina di Vendola su fb e tw è tra le 5 pagine di personaggi politici meglio gestite al mondo.
Quoto Catone.
Su Internet i testi sono sempre più importanti.
Solo in Italia si continua a pensare a Internet come a un fatto grafico e tecnologico.
esattamente. Ma anche in Italia le cose stanno cambiando.
Sono solo le agenzie e i loro vecchi DC a non accorgersene.
O quando e se se ne accorgono, aprono la famosa “Unit” con cui si spera di rinverdire l’agenzia. Ma il DC resta tale, invadente anche nei nuovi media, senza saperne magari niente.
Il futuro è già presente ed fuori, del tutto, dalle agenzie. E’ una nuova idea di agenzia, che è molto simile a quella degli anni settanta, ma su nuovi mezzi. Guardate tutti l’ultima puntata, della terza serie, Di Mad Men, come il buon Don vi potrà suggerire, e scoprirete che il futuro era già in quella camera d’albergo come oggi negli scantinati. E parla digitale.
Sinceramente anche io sono un pò stanca di questa continua esortazione di andare all’estero. Non è che siete/sono tutti un pò troppo illusi con questa favoletta che fuori dall’Italia sia tutto un paradiso? Poi abbiate pazienza ma come posso fare la copy ad Amsterdam se non so l’olandese? Forse per un art è possibile emigrare, ma per un copy la vedo dura. Un conto è sapere l’inglese (o altre lingue) per conversare e un conto e conoscerlo da MADRELINGUA. Se permettete la differenza c’è. Per quanto riguarda la pseudo fine di questo mestiere mi limito a postare questo link:
http://giovannacosenza.wordpress.com/2011/04/14/uno-sguardo-positivo-sul-mercato-del-lavoro-per-i-giovani-comunicatori/#comments
Concordo pienamente con te!! Lavoro all’estero come Art director e ti assicuro che anche da art la vita e’ dura!!
Un bell’articolo, grazie.
io vado in farmacia
Non basterebbe un blog intero per raccogliere questa provocazione e capire i motivi per cui una persona abbastanza sana di mente decida di fare il copy. Da copy, posso solo descrivere la mia verità. Il mio viaggio verso il copy è passato dal cercare di far valere un mio pensiero (tesi), a quello di vincere un premio (antitesi delle più amare) per capire poi che Vodafone o il Fernovus Saratoga è la stessa cosa (sintesi). Anzi, forse è più divertente il Fernovus. La mia verità è che anche la pubblicità risente della cultura del nostro Paese. Tutto cambia, e velocemente. E non cambia un cazzo. Dirigenza vetusta legata al risparmio che uccide le idee. Direttori creativi (tanti, non tutti) a cui viene duro dopo che hanno scoperto la gif animata. Centri media, accozzaglia di scaricabarile: lo dico per esperienza diretta. Perché lo faccio? Perché sono masochista. Un semplice malato che sa di non saper fare altro. Un tossico senza speranze. Body mi direbbe “Perché non te ne vai?”. Perché sono un vigliacco come tanti altri che pensa di rischiare e perdere quel poco che ha guadagnato dormendo per terra in agenzia, facendo la notte, rinunciando alle ferie e Dio solo sa quante altre penetrazioni mentali subite. Rivolgo il mio sguardo verso la gente, verso tutti quelli che dovrebbero beneficiare del mio artificio. E vengo deriso perché “sono un maniaco della grammatica” perché “tanto non si legge mai quella roba” o perché “è meglio scrive perchè… il tasto shift mi rallenta”. E sono pure ridondante, dato che il mio commento si sovrappone a quello di Body. Ho riposto le mie speranze nel digitale… infrante quando proposi proprio a quei porci di Vodafone, di costruire una piattaforma di geotag nel 2008. Mi presero per pazzo. Ed è proprio quello che mi sento di essere: un pazzo. Da cosa sono ispirato? Solo dalla sopravvivenza.
E perdonatemi se ho ripetuto copy. Un refuso capita a tutti. Il mio più grande è stato quello di fare questo lavoro.
ho scelto di fare la copy, più di vent’anni fa, perché non c’erano scuole per diventarlo, mi solleticava la sfida di imparare un mestiere sul campo (direttamente in agenzia, per mia fortuna, con un – allora esisteva – contratto di formazione-lavoro). Mi piaceva l’idea di fare una cosa ogni giorno piuttosto diversa: head, body, company profile, BTL, spot radio, qualche raro tv. Poi giocare con le parole. Nel tempo mi sono accorta di avere imparato un mestiere, di non amare più i giochi di parole ma di provare una certa soddisfazione nel riuscire a scrivere esattamente quello che penso (cioè che trovo giusto per quel brief). Sì, è vero che in fondo il copy non è tenuto in grande considerazione, che spesso i testi li scrive il figlio appena laureato del cliente, che nessuno legge le body. Ma ho la fortuna di lavorare da una decina d’anni in un’agenzia che investe nei copy, che mi fa lavorare seriamente e che nutre ancora, nonostante tutto (crisi oggettiva e anzianità soggettiva) la mia curiosità. Infine, ma non ultimo, faccio la copy perché è questo che so fare.
“Ma ho la fortuna di lavorare da una decina d’anni in un’agenzia che investe nei copy”
che bello, ogni tanto una notizia positiva. Qual è l’agenzia?
Stefano Maria Palombi, Pasquale Barbella, Pino Pilla, Emanuele Pirella.
Ispirazioni così dureranno per sempre.
Probabilmente il problema non è soltanto nell’assenza di ispirazioni in pubblicità.
Dove sono i giornalisti di una volta? Gli scrittori?
E la televisione? E l’arte? E i cantautori?
oggi Emanuele Pirella scriverebbe note su Facebook invece che articoli per l’Espresso e headline per Twitter anziché per Artemide.
Insisto: il futuro di chi scrive è nella produzione di contenuti. E forse anche il futuro della qualità.
Non è nell’ADV, è nel web, intesso come Social Media.
Un altro modo di comunicare, virale, continuo un flusso di parole degno di Gadda o di William Burroughs.
Pensare al web, come alla morte di tutto il resto.
Pensare al web come il Messia di una società molto più ricca, totalmente giusta e finalmente felice.
Questo è il modo di ammazzare il web e di farlo male, come quasi sempre capita in Italia.
Catone, adesso smettila.
Pirella? Pilla??? per me, la pubblicità degli anni ’80 era la prima cosa da estirpare: ciribiribì kodak, lavato con perlana, un bel culo con scritto chi mi ama mi segua.. ma stiamo scherzando?
voi avete una sola missione: essere migliori e uccidere tutti i vostri padri, sempre e comunque!
beh io invece ti sottoscrivo Body. I nomi e gli esempi li hai fatti tu. Oltretutto, a parte Rozzi/Battaglia e De Rita, hai forse concesso un po’ troppo ad altri che nel tempo si sono rivelati mestieranti.
Ma i nomi dicono molto. Oggi l’agenzia che va meglio (Leo Burnett) è guidata da gente che si vanta di non aver mai vinto un premio.
I clienti che investono di più ti trattano con spocchia e – poveri copy – riscrivono e correggono e impongono; una scrittura senza ritmo, piatta, senza rispetto per le parole e il loro suono. E i nuovi copy – appunto, i geni usciti dall’accademia e non da ore d’ufficio con Barbella, ad esempio – credono anch’essi di conoscere l’arte dello scrivere perché hanno letto un libro di Baricco.
Però ho una perplessità, Body. Che cazzo ci va a fare all’estero un copy di lingua italiana?
Quoto anche Bart.
Il lavoro del Copy è il cuore della comunicazione.
La pubblicità in Italia è di serie B rispetto agli altri paesi anche perché le parole vengono considerate un riempitivo.
La pubblicita’ in Italia e’ di serie B (quasi sempre) perche’ le IDEE vengono considerate un riempitivo.
Vabbé… se ragioniamo così non ci salviamo più.
Se consideriamo l’ultimo spot di Saratoga, in cui si fanno i complimenti alla giò, allora sono d’accordo.
Ma certe agenzie, le idee ce le hanno. Ma poi manca la voglia di svilupparle.
Oppure è il cliente che appiattisce tutto perché l’ufficio legale gli ha detto di non usare quel verbo, quella forma, quelle parole lì.
Per non perdere il cliente, c’è sempre chi dice “va bene”.
E quando la campagna esce non vale che un decimo dell’impegno profuso nel brainstorming.
O no?
Quoto entrambi.
Le parole sono le unità minime del pensiero, quindi non dare importanza alle parole significa non dare spazio alle idee.
Ciao.
Quando lavoravo nel periodo delle campagne che hai citato (noce, etc) i senior di allora dicevano le stesse cose che dici tu adesso: “Prima c’era più creatività, prima si pensava, ora c’è il computer, etc etc etc”.
che noia, passano gli anni ma la solfa rimane la stessa.
Oggi mi ha telefonato un cliente per cui scrissi una serie di brochure quindici anni fa e mi ha chiesto se sono disposto a ricominciare.
Il mese scorso mi ha telefonato un designer che ha voluto i testi scritti dieci anni fa per incorniciarli (sic!). Mi ha detto che gli ho fatto un regalo prezioso.
Oggi ne faccio proprio poche di brochure, ma non rinnego le mie origini. Se leggo “Torino bella e d’annata” per una raccolta di stampe d’epoca, sorrido.
Come un surfer, attendo da una vita l’head perfetta. Magari non arriverà mai, magari la scriverò tra un minuto.
Un consiglio al ragazzo che venisse da me per fare lo junior. Fammi anche solo intuire l’amore che tutti noi abbiamo per le parole.
Noi, che emigrare non ha senso perché non abbiamo ancora finito d’imparare l’italiano.
chapeau
Bellissimo post.
Siamo alla ricerca di un copy come te. Riesci a contattarmi a lasciarmi un contatto? e-mail: r.damiano@libero.it
Ogni giorno guardo con tenerezza il mio libro di grammatica.
Grazie per questo post.
Grazie a tutti.
p piccoli cuori spezzati lasciatevi ispirare dal mio Haiku N. 6.
Sono tornato in questo covo di anomini vigliacchi
perché almeno voi mi cagate.
p piccola
si però è vero prima si pensava, oggi si fa e non è più bello come prima, semplice.
Ma ormai anche “svendavamo” è sdoganato?
Le parole sono importanti!
Il copywriter come la coppia creativa è qualcosa del passato: oggi lo si definisce idea writer. E’ un po’ sceneggiatore, un po’ storyteller, un po’ smanettone ai videogame.
Anche prima era impensabile che sapesse scrivere e basta. Anzi Il bello era che alla scrittura univa una solida cultura visiva (cinema, fotografia e arte contemporanea) e musicale. Solo così poteva interagire duettando con virtuosismo con il suo art. Pirella grandioso maestro non ha purtroppo mai sfondato sullo schermo anche se oggi è ancora il più moderno sulla pagina. Adieu
ciao,
sì, d’accordo con Catone e Lombardi che hanno sottolineato come la discussione fino a quel momento fosse stata un po’ monopolizzata dall’adv classico (che amo moltissimo, sia chiaro. E’ quello che mi ha fatto nascere la passione. E quando mi capita di fare una stampa o altro, la sensazione è quella ti tornare a casa).
Ma appunto io ad esempio mi occupo di digitale: e quello di cui parlano Catone e Lombardi non copre certo tutto lo spettro del possibile. All’estremo opposto del social media specialist che il lavoro di chi, in un’agenzia digitale, insieme ad art e/o esperti di tecnologia (non siamo lontani anni luce dal tipico reparto creativo) cerca, molto semplicemente, di farsi venire delle idee. Idee che dovrebbero risolvere problemi, senza partire sapendo che dovrà essere una stampa, o un’app su fb.
E se si è bravi si può anche passare a occuparsi di strategia, qualunque cosa voglia dire: bisogna appunto un po’ inventarselo.
Uno dei lavori di cui sono più fiero è una sorta di nulla: l’idea di rendere interattivo un payoff sui banner (!) in modo da rendere sperimentabili i valori “nascosti” nel payoff. Non ho dovuto scrivere una parola.
Insomma la mia impressione è che ci sia parecchio da fare per copy bravi.
Sincerely,
L.C.
Infatti io ho sempre molto da fare.
Perché nessuno scrive mai “quoto p piccola”?
Invidia, suppongo.
Leggete i miei Haiku e diventerete migliori.
http://ppiccola.wordpress.com/2011/04/15/haiku-6-p-piccola-autocelebrazione/
cercavo di formulare il mio pensiero sul cosa mi ispira. poi ho trovato questa tramite fb. che senso di frustrazione…
http://www.unita.it/culture/pubblicita-sessiste-br-prestazioni-mosce-garantite-1.283135
http://www.splinder.com/mediablog/manginobrioches/media/6578298
Mi ispirano i blog.
Io lavoro nel digitale da anni e trovo moltissimi stimoli. Come dice Luca, c’è tanto da fare, e non si tratta solo di scrivere. Si tratta di inventare storie, percorsi, idee che si snodano in modo intelligente tra device, piattaforme e forme di interazione tutte diverse. è uno sballo! La mia storia è atipica, in ogni caso. Non ho frequentato la famosa accademia e non ho mai pensato di poter arrivare a occuparmi di copywriting, ho studiato altro e lavoravo in un altro settore, sempre della comunicazione. è semplicemente successo, e gli anni passati davanti al computer, apparentemente senza senso, si sono rivelati preziosi.
Non capisco, mi sfugge l’avversità manifestata da più Copy nei confronti di tutto ciò che non è “la head perfetta”. Come se la sintesi dell’intuizione non possa contenere in se una narrazione più lunga ed articolata. Una brochure (un esempio su tutti i possibili) non è una forma di comunicazione accessoria o di secondo ordine, richiede una creatività da maratoneta.
Vedo lo stesso limite che trovo nella distinzione dei ruoli, nei compartimenti stagni dei diversi media e in generale in una concezione polverosa. Io trovo particolarmente intrigante la possibilità di raccontare una stessa idea attraverso linguaggi e ambienti diversi, tempi e ritmi da modulare. L’intuizione è solo l’apertura di un dialogo.
io ci vedo proprio quel modo di fare inutilmente fighetto che mi ha portato a capire che nelle grandi agenzie avrei solo regalato il mio tempo e passato quello che ne restava a farmi da sola i complimenti allo specchio.
Quante fisime.
Con questo sofisticato mestiere artigianale ci campo da quasi 30 anni e conto di continuare. Certo che devo dimostrare ogni giorno ai clienti che so scrivere qualsiasi cosa meglio di loro, sempre che siano interessati.
ah, sono in prima pagina. allora un po’ di risposte a casaccio, soprattutto scritte a casaccio così fuicopy mi va a male per tutto il we.
quando questo lavoro era il business delle idee, le agenzie si arricchivano vendendo queste idee e chi queste idee le aveva, comandava.
questa era la supremazia dei creativi e, credetemi, era il motivo per cui un vero talento entrava in agenzia con uno stage di 3 mesi e dopo il primo veniva immediatamente blindato con un contratto d’assunzione e magari erano costretti a darti 2 aumenti in un anno, sennò ciao ciao. ed era questo anche il motivo per il quale tanta gente rimaneva fuori, tanta altra veniva rimandata al mittente, indipendentemente da razza, sesso, censo e (eventuale) squola (occhio, fuicopy).
DeRita non ha fatto la carriera che ha fatto perché scriveva bene, Rozzi e Gitto nemmeno. e in generale nessun creativo di successo che conosca. ciò non toglie che sospetto che uno qualunque di questi saprebbe scrivere qualsiasi cosa meglio di chiunque qua dentro, sia chiaro, ma la parola – per quanto nobile sia e lo riconosciamo tutti – non è mai stata la chiave del valore dell’ad.
i DC ti corteggiavano, ti pagavano, ti passavano i brief migliori, non ti facevano perdere tempo dietro il btl, ti coprivano tutte le volte che non “timbravi” (cioè tutti i giorni) e ti portavano a Cannes che manco era 1 anno che lavoravi semplicemente perché le tue idee portavano milioni di amministrato in cassa, e quindi felicità e prosperità per tutti.
ora, il mercato è completamente cambiato. non è colpa mia e nemmeno vostra, ma tant’è e con questo ci dobbiamo confrontare. da un lavoro ad alto contenuto intellettuale/valoriale si è passati a un lavoro a contenuto relazionale/di servizio. è un cambiamento epocale: fosse stato così 10 anni fa, col cazzo me ne sarei mai interessato. per questo chiedo a voi cosa vi spinge.
la mia domanda rimane sempre la stessa e pochi hanno voluto rispondere: se una volta era chiaro perché qualcuno volesse fare il creativo d’agenzia – era una figata sotto ogni punto di vista – ora non lo è più.
oggi non valete per le vostre idee e quindi non siete più in grado di fare la differenza. siete sostituibili, non più indispensabili e come tali vi trattano. non comandate più, non decidete più, siete solo impiegati. senza sicurezze, senza la consapevolezza che se valete crescerete, senza stipendio. accendete la tv e quando c’è la pubblicità, cambiate. e fate bene.
perciò, ancora: c’avete mai pensato prima? perché avete cominciato o ancora state cercando? in ultima analisi: chi ve lo fa fare?
varie ed eventuali:
Catone: se sei contento così, stai qui. chi ti dice il contrario?
bart: massima solidarietà e rispetto. finalmente un commento vero, intelligente e onesto.
Raskolnikov: bella, tutto questo discorso era per chi vuole iniziare questo mestiere. ciò non toglie che di copy italiani all’estero ce ne siano, inutile rifare nomi. perché comprano la tua capacità di avere idee, non di scrivere bodycopy.
vv e nofuture: vi quoto
Sarà ma: ti porto la mia esperienza di ieri solo per giustificare la domanda che ti faccio oggi.
Io faccio il copy da 4 anni e appunto ho iniziato perché pensavo che fare il copywriter significasse avere idee E POI scrivere.
Invece col tempo è sempre più come dice Body: puoi anche avere zero idee e zero immaginazione, tanto gli script e gli annunci concettualmente li producono gli uomini marketing (fuori e dentro l’agenzia) e il compito del copy è solo di mettere in bella idee di altri, sopportare lo smazzamento di merda quotidiano di scrivere riscrivere e modificare all’infinito, rigorosamente sotto dettatura.
Insomma per sintetizzare una volta il copy era un’artigiano (e qualche volta un artista), oggi è solo un operaio. Magari c’è ancora qualche eccezione (DDB, DLV, United,…) ma al 90% credo sia così ovunque.
Quindi per rispondere: no, oggi tornando indietro non inizierei questo mestiere e non capisco perché ci siano giovani che lo fanno. Io continuo a fare il copy solo per pagare l’affitto in mancanza di alternative migliori, dato che inserirsi nell’editoria, nei giornali, in tv o nel cinema sto scoprendo che è mille volte più duro che in pubblicità.
onesto e sacrosanto.
ciao body,
ho fatto l’errore di diventare un copy una decina di anni fa. periodo in cui ho raccolto ben poche soddisfazioni.
però se potessi tornare indietro rifarei lo stesso errore.
non sono nè pazzo men che meno masochista. so solo che faccio un lavoro che mi permette di interessarmi di qualunque cosa. e che mi piace poter parlare con (e talvolta far colpo su di) una donna di assorbenti o di cosmetici e scoprire che ne so più di lei, anche se sono etero.
e poi, come dicevate ai vostri tempi, sempre meglio che lavorare!
;-P
ahahhah, però guarda che i miei tempi sono esattamente i tuoi!
no dai Gitto nooo. U-n uomo che passa più tempo a caricare campagne su adsoftheworld piuttosto che a pensarle.
Scherzo eh. E’ che non lo vedo poi
come un gran copy.
Rispetto al resto non potrebbe essere semplicemente che non è la body copy della vita a fare la differenza in comunicazione tra un brand e un altro?
Non sono le milioni di brochure/folder/ dem /banner /materiale pop e tutto il resto che contano?
I clienti non vedono più una body copy e se ne innamorano, i clienti ormai si innamorano dei piccoli gesti, delle piccole attenzioni, di quelle inezie che fanno di un brand un grande brand.
Le grandi bodycopy/head line sono una figata ma spesso diventano il rifugio di chi ama fare a gara per la sindrome del celopiulunghismo, dimenticandosi che il cliente non lo incontri una volta l’anno, ma tutti i giorni.
E’ come conoscere una modella, con cui puoi uscirci una sera oppure sceglierti la donna della vita.
Per me la differenza è un po’ questa.
Insomma, figata se una sera ti porti a casa la super modella, ma poi trovati qualcuno con cui passare la vita. E please, in Italia, non all’estero.
Miss, però non è che abbia mai visto tanta attenzione per le belle head, figuriamoci per le bodycopy..
una volta, qualche anno fa, ho fatto un colloquio con un dc che all’epoca era in inadv, prima era in ddb e ora è in cayenne. tanto per non fare il nome. questo signore, guardando il mio portfolio, con una certa spocchia, guardando una brochure, mi ha detto schifato: io non ho mai fatto nemmeno un folder. è stato uno dei pochi commenti che mi ha fatto. ecco, io non mi sono ispirato sicuramente a lui.
Magari ha solo fatto una battuta e tu subito a prenderla sul personale.
A me la “battuta” non ha fatto ridere.
eh si anni fa si ragionava così, oggi anche lui e tutti con le brichure ci campano, più co quelle che con l’adv classico,
faccio il copy e non mi ispiro a nessuno in particolare.
però ho una bibbia: la bodycopy di un annuncio di pasquale barbella divenuto famoso perché elogiava un altro grande copywriter dell’epoca (e di tutti i tempi): emanuele pirella.
credo che tutti voi lo conosciate, è quello che aveva per titolo “pirella è meglio di barbella”. non commento il titolo perché servirebbe una discussione a parte… ma nelle righe in fondo a quella pagina c’era un gran messaggio: per essere più bravi… migliori o semplicemente ammirati da chi questo mestiere lo fa (e bene!) non basta avere un riferimento, ma servono degli stimoli. cosa che può e deve provenire da qualunque elemento si reputi interessante: cinema, musica, teatro, arte, letteratura, strada… tutto ciò che contribuisce alla nostra cultura.
poi anche io, quando faccio un titolo, mi chiedo “il mio copy ideale lo avrebbe scritto così?” e vado avanti fino a quando mi rispondo “forse”; quello è il momento in cui metto il punto. perché l’unica cosa di cui posso essere sicuro, è che lo avrebbe fatto anche emanuele.
Sentimentalone…
no… solo riconoscente.
Ma la riunione cupola per fare un Adci parallelo come e’ andata?
Ditemi che è andata bene, che mi iscrivo subito.
ADCI parallelo in arrivo. questo è morto.
è che è tutto un casino.
Un giorno vado al lavoro pensando che è il momento di mollare non c’è futuro la pubblicità è morta non ha più senso devo fuggire è la fine se rimango in agenzia solo un altro minuto sono fottuto.
Il giorno dopo vado al lavoro pensando che è ora di spaccare rivoluzionare tutto è il momento di creare rimodellare la pubblicità del futuro in culo a tutti se non lo faccio ora non lo farò mai più.
Tutti i giorni di tutte le settimane. Un vero, irrazionale casino.
Una gande verità.
vero, molto.
Nomi grossi riuniti a fondare un nuovo ADCI. Sta succedendo. E voi?
Che gran cazzata. Sembra avere il sapore dei container che si costruiscono affianco alle zone terremotate. Qui c’è da ricostruire, non da fare i fighetti. Se questi grandi nomi vogliono tanto cambiare le cose che entrino nell’adci che già esiste e si sbattano per dare una mano a ricostruire. ogni idea è sembre apprezzata se propositiva. Se invece il “nuovo adci” diventerà un ennesimo award, beh, allora datevi tutti gli ori che volete a prescindere perchè qui di benzina sul fuoco delle stronzate, fake, premi cotillon non ce n’è affatto bisogno.
nomi grossi: tutti vogliono comandare ma nessuno f un cazzo poi in pratica.
Noi ci andremo a nozze. Le agenzie si fondono per non affondare ma i club proliferano. Creativoni questi grossi nomi.
ma nomi grossi riuniti per fare una nuova agenzia, no?
Ciao Body, quello che scrivi sembra tutto tristemente vero. Dico sembra perché dieci anni fa ero ancora all’università, ahimè, quindi la realtà di cui pari non l’ho vissuta ma sentita descrivere da colleghi con più esperienza di me.
Io faccio il copy da un paio d’anni, anche se nelle intenzioni avrebbero voluto essere di più. Ho cominciato tardi, perché mi sono laureata tardi e perché senza IED ne Hdemia è più difficile trovare posto in agenzia.
Per inciso, anche questo è indicativo di quanto sia cambiato il nostro lavoro, di quanta poca importanza si dia al talento e alle idee. Ad oggi l’idea che interessa di più rispetto ad un giovane è quella che si autofinanzi lo stage.
Per rispondere alla tua domanda, io ho fortemente voluto questo lavoro perché non avevo idea – magari a forza di nominarla le diamo un po’ di importanza – di come fosse diventato. La realtà è che la percezione che ne si ha dall’esterno è ferma agli anni ’80/’90.
Ecco come avviene il misfatto.
Per prima cosa ci si innamora della lingua italiana. Si gioisce al suono di una parola nuova o inaspettata, ci si emoziona per un punto, si rimane incantati di fronte a una metafora. Poi si scopre il piacere di guardare ore ed ore di spot durante la notte dei publivori, di andare a cercare “la pubblicità” in qualsiasi giornale ci capiti fra le mani, e la mente inizia a viaggiare su un binario parallelo, che la porta a immaginare film, titoli, payoff, visual. E a quel punto sei già rimasto fregato, difficile tornare indietro.
Certo è pur vero che a guardare gli spot in tv oggi c’è poco da innamorarsi. Sui giornali poi… Ma noi italiani siamo sempre stati rivolti al passato, è un fattore genetico. Abbiamo tempi biblici prima di accorgerci dei cambiamenti, o spesso, capita anche che non ce ne vogliamo rendere conto. Per cui la pubblicità nell’immaginario collettivo è ancora quella di Barbella, Pirella, Pilla e gli altri maestri della loro generazione.
Detto questo, sono io che voglio fare una domanda a te. Perché le idee sono diventate così poco importanti? Secondo te è un processo irreversibile? Io continuo a vedere campagne geniali che arrivano da fuori, che vendono e creano valore alla marca. Prendiamo la prima che mi viene in mente, “Dove evolution”. Ora, non conosco i risultati in termini di ROI, ma ad occhio direi che hanno fatto bingo. La forza di quell’idea ha sbancato.
Perché i direttori marketing in Italia sembrano non rendersi conto del valore delle idee? Possiamo fare qualcosa per far loro cambiare idea?
PS ogni ripetizione della parola idea è puramente voluta, lunga vita alle idee!
copymabuoni, interessante questa cosa, non l’avevo mai considerata.
finalmente sto cominciando ad avere le risposte che cercavo.
sulla caduta dell’idea, ho le mie idee. ma se comincio a scrivere, non finisco più e adesso non posso. però anche questa è una discussione che dobbiamo cominciare presto.
Secondo me dovevamo già aver cominciato e anche da un pezzo. E’ solo sul valore delle idee che possiamo costruire il nostro futuro, se davvero ce lo abbiamo ancora.
Il vero problema del “rifarsi al passato” è il modo.
Sulle idee, i principi generali, ci sta anche. Sulla pratica no.
Mi sta bene che un medico si ispiri al giuramento di Ippocrate. Mi sta meno bene che usi le sanguisughe per compensare squilibri nei “quattro umori”.
Tutti noi ci ispiriamo (o possiamo ispirarci) a grandi pubblicitari del passato.
Ma pensare di trovare in Bernbach, Ogilvy o Séguéla la soluzione pratica di esigenze che allora non esistevano è come pretendere di trovare la Champions League vinta dall’Inter nelle centurie di Nostradamus.
Il fatto che da anni l’Italia vada avanti a Caroselli riscaldati (penso soprattutto al mezzo Radio, soprattutto fuori dai circuiti principali) è sintomatico.
Abbiamo fatto bene una cosa cinquant’anni fa? Continuiamo a riproporla all’infinito, secondo la proverbiale formula dell’operaio FIAT, icona dell’innovazione: “L’oma sempre fait par ei” (“Lo abbiamo sempre fatto così”).
Non chiediamoci a chi/cosa ci ispiriamo.
Chiediamoci piuttosto a chi andiamo dietro nel lavoro di tutti i giorni.
Truman, condivido il tuo punto di vista.
Tuttavia non mi riferivo al modo di fare pubblicità, ma a quello in cui viene percepito il mestiere del pubblicitario. Siamo rimasti ancorati a quelle figure che hanno reso celebre il nostro mestiere in Italia, per questo è opinione diffusa e condivisa che sia un lavoro figo. Quando è morto Pirella si sono scritti articoli sulle maggiori testate nazionali, ma nessuno dei nati dagli anni 60/70 in poi avrà lo stesso onore. E non c’entra la bravura, con tutto il rispetto per il grande Emanuele. E’ che questo mestiere non ha più l’importanza e il valore di una volta, solo che l’immaginario collettivo italiano è rimasto fermo a 30/40 anni fa. A quanto è figo fare il pubblicitario, un lavoro che tutti vorrebbero fare. Tutti, eccetto quelli che lo fanno.
Basta nascondersi.
Diciamoci la verità una buona volta. Almeno tra di noi.
Il 90% dei copy sono scrittori mancati, ovvero gente che vuole fare llo scrittore ma non riesce a pubblicare una sega. Quindi ripiegano su questo mestiere.
Come il 90% degli art sono registi o artistoidi figurativi mancati.
L’ispirazione, caro Body, non c’entra un cazzo.
C’entra la frustrazione.
Dio, allora non è vero che sei onniscente. Hai appena detto una falsità, i copy e gli art per i quali questo mestiere non è un ripiego sono molti di più del 10%. Oppure devo pensare che conosco l’intero 10%.
Onniscente?
Onnisciente, contento? Ho scritto anche “ne”, congiunzione negativa, senza accento (acuto). Non te ne sei accorto?
Sì ma ho fatto finta di niente. Contento?
Lasciamo perdere, che è meglio.
La cosa che davvero non va nel nostro mondo è che si copiano gli spot.
rosica in silenzio, per favore…
Infatti è un adattamento del film inglese. Informati prima di buttare fango, pirla.
Adattamento?
A leggere il comunicato “sembra” tutta farina di United:
http://www.youmark.it/article/30867/news-spot-ikea-cucine-1861united-youmark
La campagna off line, articolata su più mezzi, è stata sviluppata da 1861united ed è in onda da ieri, 3 aprile.
Il progetto ha visto coinvolti per Profero gli art director Ilaria Del Ponte e Damiano Povoleri e i copywriter Rosanna Orlando e Franz Di Palma, con la direzione creativa di Riccardo Bartola. Per Ikea hanno seguito il progetto Monica Tomassetti e Thomas Campaner.
Body, ti sei già risposto da solo. Inutile chiedere a degli impiegati perché, nella vita, vogliono fare gli impiegati. Lo fanno e basta. Eh, nessuno si addormenta la sera sognando di diventare ferrotranviere.
A chi vuole fare il copy, consiglio di contattarne alcuni veramente bravi capaci di insegnare il mestiere:
Marco Carnevale,
Roberta Sollazzi,
Sandro Baldoni,
Stefano Massari,
Vincenzo Vigo,
Francesco Taddeucci,
Giuseppe Mazza,
Enrico Chiarugi
Mauro Manieri
Pino Rozzi
Vincenzo Vigo? Ma è creativamente morto quando c’erano ancora le lire!
Per fortuna il mondo della pubblicità non la pensa come te. Uno bravo è bravo sempre. Ti auguro di diventare un professionista serio come lui.
Vigo è un maestro
Notare di questi maestri quanti sono iscritti all’ADCI.
Forse un paio, se non sbaglio.
Stefano Massari è uno dei più grandi copywriter degli ultimi 20 anni. Punto.
Alludi alla corporatura?
Il problema è che qui ci si limita a sognare il ritorno degli anni ’80. Faccio la copy da due anni e cerco di farlo ogni giorno al meglio, guardandomi intorno, lasciando da parte lo squallore che è troppo facile notare.
Il punto non è ispirarsi ai grandi della pubblicità del passato, ma cercare di inventare un nuovo futuro. Lontano dal vagheggiato ritorno agli anni ’80.
Parole sante.
La storia insegna, ma iniziamo a guardare avanti, la pubblicita’ o meglio, la comunicazione e’ cambiata, STA cambiando.
Inoltre, permettetemi, lo scrivere bene non significa per forza essere bravi copy, considerazione in generale, non mi riferisco ovviamente all’elenco dei Big sopra citati.
Io faccio il copy perché godo mentre lo faccio.
Ho provato a scrivere un romanzo, dei racconti, delle poesie. Non solo facevano schifo, ma mentre lo facevo sentivo la frustrazione antica di quando alla mensa della scuola dovevi mangiare il formaggio coi buchini per forza. E alla fine io vomitavo e gli altri mi schifavano.
Per me scrivere una bodycopy e’ una cosa importante. Arriva dopo aver catturato l’idea, quando rifletti sull’annuncio. E’ come quando appendi un quadro, piantati i chiodi nel muro ti allontani e speri che il quadro sia dritto.
Penso che scrivere un libro di merda, pubblicarlo e far leggere alla gente (nell’ipotesi che interessi a qualcuno) un libro di merda, sia intellettualmente disonesto. Io preferisco scrivere una bella body “che tanto non la legge nessuno”.
@Dio
Gli scrittori mancati che popolano il 90% della nostra categoria scrivente sono una cazzata bella grossa.
Me piasce.
oggi il copy muore perché scrive senza respirare.
a chi si sarà ispirato il copy che ha ideato la “mordistenza” della campagna Tempo?
e l’idea della renault clio per cui il padre pelato che va a prendere il figlio a scuola guarda con invidia e rassegnazione il coetaneo pieno di capelli che va a prendere la maestra supergnocca?
lo spot clio è fatto molto bene, ti piaccia o no l’idea, e il target giustifica l’iperbole
io ho avuto la fortuna e l’onore di conoscere giuseppe mazza e roberta sollazzi (che fanno parte della lista di Post Barbella) e non posso che confermare che sono due copy eccezionali. e non so se è una coincidenza, ma entrambi potrebbero scrivere in maniera interessante anche il retro di una bottiglia di shampoo. sono molto colti e conoscono meglio le opere di billy wilder delle campagne di marcelo serpa. sono capaci di ridere di sé stessi, sono curiosi e brillanti. e se state pensando che io sono una o l’altro, vi sbagliate.
Questi post si trasformano sempre in bacheche da fanclub per l’uno o per l’altro. Ecchepalle.
Io sono ispirato da questo.
alessandro, questa storiella me l’ha raccontata un mio collega/amico una decina di anni fa. dev’essere una cosa che gira tra pubblicitari. se posso permettermi, questo filmato lo trovo patetico, il supermercato dello zen, sembra una di quelle catene di sant’antonio sui buoni sentimenti. però, ognuno trova le sue ispirazioni, per carità.
Si infatti è una roba he si legge su tutti i libri di pubblicità. Fino alla fine speravo che la tipa si prendesse tutte le monetine e pure il cartello. Così perché fosse più realistico. Invece è una merda.
Allora oggi mi ispiro a questo:
http://www.directmarketinginstitute.com/HathawayShirtAd.htm
altrimenti prego voi due di indicarmi la retta via.
gino, non è una questione di fanclub. sbaglio o questo post parlava delle nostre ispirazioni? se trovi sulla tua strada un collega che ha fatto delle cose buone, perché non dargli il giusto merito? non ho detto che li vorrei santi subito, ho cercato di dire la mia su quali doti dovrebbe avere un buon creativo.
Hai ragione è “strappacore” e retorico. Trovo però che sia persuasivo.
Qualche tempo fa sono stato a una rappresentazione teatrale benefica. La serata era a favore di un ragazzo che, per un incidente, non può più camminare né parlare. All’interno della busta per la donazione c’era la scritta: “Ci sono grazie che non hanno suono. Per questo si sentono di più”. So he la raccolta è stata altissima. Magari non c’entra, magari sì.
…”BMW di Gitto”…..
Ahahahahahahahahahahahahahahahah! ma per favore….
Iniziamo a fare nomi e cognomi di chi copia e di chi fa cagate e questo mestiere andra’ sempre meglio.
Vedi una cagata in giro? Posta i credits completi di account e cliente.
Vedi una cosa copiata? fai lo stesso.
Mi rimetto all’ultima riga, che incita ad andare a New York, Parigi, Londra, Amsterdam… io mi sono trasferita a Londra apposta per fare adv. Se non fosse per il ‘leggero’ odio degli inglesi nei confronti degli italiani (non gli do nemmeno troppo torto), potrei dire che l’incoraggiamento non sarebbe sbagliato…almeno, questa è la mia esperienza personale, io ci sto provando da mesi a entrare in un’agenzia a londra. Credo che New York sia decisamente meglio.
Però sapete una cosa? Sapete quanto prende un “conceptual” art director? Conceptual eh, che si occupa di fase ‘brainstorming’ non troppo di altro. 250-300£ per day. Per un totale di circa 1500£ per week. 6000£ per month = 6800€ al mese. art director, non DC.
Fatevi due conti e vedete se gli stipendi sono uguali a quelli italiani…
Bye bye
NY tutta la vita, ma il problema visto non e’ da sottovalutare..aime’..
Giulia, solo per completezza di informazione: in Inghilterra la tassazione è completamente diversa dalla nostra e, tanto per fare un esempio, per capire quale è il costo di un assunto per una nostra agenzia devi prendere il suo stipendio e moltiplicarlo quasi per tre. Quindi 2500 euro netti al mese equivalgono a oltre seimila euro di costo.
Se a questi aggiungi la differenza di costo della vita tra i due paesi ti accorgi che le distanze non sono poi così abissali.
Detto questo, voglio che sia chiaro ciò che penso: i soldi che arrivano nelle tasche delle persone sono scandalosamente troppo pochi. Una vergogna.
Buona serata.
Les matins, è vero gli sitli di vita e le tassazioni sono molto diversi, ma è la valutazione di una giornata di lavoro in termini monetari e di rapporto con la fatica e i compiti che mi basisce in quanto a differenza. Io, per lo stile di vita che conduco in UK, se guadagnassi quei soldi sarei ampiamente più ricca rispetto a quando facevo l’art qua in Italia. E mi andava già grassa rispetto a tanti altri che hanno censito i propri stipendi qua sul blog, ma anche rispetto a tanti altri che conosco nella vita di ogni giorno…
Comunque credo che, stipendi a parte, fare i creativi a Londra sia molto più divertente che in Italia. Sensations.
Notte.
ciao, Giulia. adesso arriverà qualcuno a dirti che anche lì si fa la merda, ma la chiamano shit. tu non farci caso. ma soprattutto, in bocca al lupo.
E come mai ti è venuto in mente, Body?
Oggi sono ispirato dal filo di vento che entra dalla finestra del mio ufficio.
Forse è per questo che ho scritto un titolo migliore di ieri, quando un fiume di letame è entrato dal pc del mio ufficio via adsoftheworld.
Il mestiere di copy non è morto.
Però è diventato roba da duri, da arrampicatori con la penna uncinata, da manager di se stessi, altro che romanticherie. Noi non abbiamo nemmeno il layout a darci forza.
Io ho visto gente costruirsi carriere davvero brillanti e tanti restare al palo.
Ho lavorato con direttori creativi dal sangue blu, e ho fatto in tempo a conoscere copy come Barbella, a fare i colloqui con Roberta Sollazzi (un vero pellegrinaggio obbligato qualche anno fa) e con tanti di quelli che oggi come ieri rispondono a una mail su dieci. Li ringrazio di avermi dedicato tempo e consigli anche quando non avevano niente da offrirmi, perché questo lavoro va innanzitutto capito.
E fra le cose che ho capito del mestiere di copy io ho a mente questo: non è stata la penna a fare la differenza per nessuno di loro. Magari scrivono benissimo, ma non è per merito di un pentametro giambico sul retro di un pack che sono dove sono, seduti sulle loro poltrone in pelle di stagista.
Credo innanzitutto una cosa: che il nostro sia un mestiere che si fa per vanità, e questo blog lo dimostra eccome. Lo scrivere? Vanità. Condizione importante, ma non indispensabile, né sufficiente. Nell’advertising, se mettete gli accenti e gli apostrofi al posto giusto, siete già a buon punto. I talenti letterari non fanno i copy, e se lo fanno, smettono al primo romanzo. Le bodycopy? L’ultima ruota del carro. Il 50% dei direttori creativi nemmeno le legge, se il progetto non è più che importante. Le brochure? Manovalanza che possiamo anche fare con stile, ma se ci si ferma lì, aiuto. Soprattutto, dura trarne soddisfazioni: sono il pane preferito dei clienti. Roba loro. Se le pappano per rigurgitare oscenità godendo come pazzi. Quanto a lungo si può difendere un sinonimo?
Quello che mi stupisce è che fra i vari commenti ho sentito parlare di tutto tranne che di idee: ce ne vogliono per scrivere tutto, da un buon radio a uno script. E non parliamo delle headline, che non sono mai parole messe in fila, ma pensieri inanellati bene, frutto di un’acuta analisi del brief, del prodotto e soprattutto del mondo. Roba che ha più a che fare con il costume che non con le lettere. E poi, cazzo, ma ci vogliamo davvero accontentare solo delle parole? Allora ce lo meritiamo il cono d’ombra. Cosa ne è della scintilla che si fa gara ad accendere con il proprio art director? E i concetti? Anche quelli non sono altro che idee ben scritte. Lo dico per noi, perché continuare a restare aggrappati agli aggettivi quando sono le cose più attaccabili, è davvero fatica sprecata. Ci vuole potere per imporre le proprie parole, solo allora qualcuno vedrà la bravura stilistica.
Non per niente, fra copy si dice che la body la legge solo la mamma, e di solito ci rimane male. Il 90% degli uomini di marketing ha una lista nera dei sinonimi che non si possono usare, nelle aziende hanno il terrore di tutto quel che non è conforme, già testato. Come si fa a scamparla? Ancora con le idee. Perché è questo che a loro manca.
La verità è che la cultura serve tanto, dentro e fuori dall’agenzia. Ma serve ad avere spunti, la conoscenza della lingua serve sì, ma a far pesare le proprie idee, a fare spazio alle proprie headline e, se siamo davvero bravi, beh, allora forse anche alle bodycopy. Io personalmente cerco di fare campagne, non headline.
E se qualcuno ancora pensa di fare il contrario… auguri.