Esattamente un anno fa (23 marzo 2010) moriva Emanule Pirella.
In segno di rispetto sospendo i commenti fino a questa sera: li sbloccherò tutti insieme questa sera e censurerò quelli stupidi.
D. D.
Esattamente un anno fa (23 marzo 2010) moriva Emanule Pirella.
In segno di rispetto sospendo i commenti fino a questa sera: li sbloccherò tutti insieme questa sera e censurerò quelli stupidi.
D. D.
Ho avuto l’onore di averlo come maestro, unico. A volte me lo sogno di notte: come obi wan mi dà consigli, mi dici cosa fare. È sempre la cosa più rischiosa, quella più “maleducata” e “Impertinente”. Mai quella più facile, mai quella che mi verrebbe da fare e che mi aspetterei mi dicesse. Mai. Cazzo.
Sorride, mi guarda e si vede che, in qualche modo, un po’ si diverte a darmi i suoi consigli. Ma sorride anche perché forse un po’ di affetto per me lo prova. Qualcosa credo di averla imparata da lui: qualcosa che oggi sto facendo e che credo gli farebbe piacere.
L’ultima volta che andai a trovarlo, in fondo al suo tavolone ricoperto di tomi da paura, dicembre 2008, mi disse: “nel 2013 verrai a dirmi che hai aperto la tua agenzia”. Beh, Emanuele hai sbagliato di 2 anni. Ma di me puoi esser contento.
Ah, grazie di tutto.
Non è una cosa che dico spesso.
Come ti dicevo nel commento al tuo post su fb, stamattina l’ho ricordato (v.).
Forse durante la giornata abbiamo avuto gli stessi pensieri.
Mah.
Benni
Il 31 agosto 1988 arrivai a Milano da Genova, mia città natale, con la tesi di laurea sotto il braccio, il desiderio di diventare copywriter e il sogno di lavorare con Emanuele Pirella.
Il desiderio l’ho realizzato. Il sogno no, ma sono stata comunque fortunata. Ho avuto un punto di riferimento molto elevato: un uomo di cultura, un professionista eclettico, che passava dalla pubblicità alle colonne de L’Espresso e alle strisce “Tutti da Fulvia al sabato sera”. Persino nelle stroncature è stato inarrivabile. Fu criticato non da un qualunque quaqquaraquà ma dall’intellettuale, regista, scrittore corsaro e giornalista Pier Paolo Pasolini.
Di già.
Credevo che saresti morto vecchissimo,
dicendo nelle interviste sempre qualcosa di intelligente – ficcante anzi – sul nostro mestiere.
Nel bene e nel male, almeno da te qualcosa si imparava ogni volta .
Forse perché eri un bravo creativo, lasciavi essere bravi anche gli altri,
e ‘i premi’ ti facevano piacere, ma tutto sommato te ne infischiavi.
Tutti a dire ” Altri tempi”, ma tu faresti un carrierone anche se iniziassi adesso.
E verrei ancora a lavorare da te
Emanuele Pirella ha lasciato un vuoto.
in vita con il suo talento,
tra se e il piccolo mondo dei pubblicitari.
Sei stato fatto con la creta di Olivetti e disegnato dalla penna di Milton Glaser, ma le parole, a volte anche da spietato figlio di buona donna, erano tutte tue.
Come regalo per il mio diploma di grafico pubblicitario nel 2002, mio padre mi regaló il libro scritto da Pirella “il copywriter mestiere d’arte”. Da sempre sognavo di lavorare in un’agenzia. E con quel libro, quelle parole e quelle immagini, ho intrapreso questa strada. Ma non per fare il copy ma per fare l’art. Ma quel libro io lo tengo come una bibbia. Nessun altro copy mi ha riempito così tanto testa e cuore.
Le tue parole mi serviranno più delle img.
Grazie
Il mio profondo rispetto ad una persona che non ho mai conosciuto personalmente ma che ha fatto la storia della pubblicità in Italia. Andavo alle elementari quando il cartellone di Pomì mi ha inchiodato e fatto innamorare di questo mestiere (purtroppo?).
O così. O Pomì.
Ciquita Dieci e Lode.
Chi mi ama mi segua.
Nuovo? No, lavato con Perlana.
Un gran signore nei modi e nel suo understatement. Un punto inarrivabile per tutti i cerebrolesi di oggi che siedono i loro culoni sulle poltrone importanti. Voi egocentrici egoisti, prendetelo come esempio almeno una volta, studiatevi quello che ha fatto e cercate almeno per un giorno di risparmiarci le vostre facce ridicole sui giornali e i siti di settore.
Grazie Emanuele.
Uomo colto e grande copywriter. Ma umanamente cinico e arido quant’altri mai, almeno nella mia esperienza personale.
He he he: colpito duro, neh?
Per correttezza “O così o pomi e di Pino Pilla.”
Ciao Emanuele.
infatti
qualcuno ha i credits completi di cosi o pomi?
Non avevo ancora scelto cosa fare del mio futuro, stavo preparando la tesi e spulciando in libreria mi capitò tra le mani “Il copywriter. Mestiere d’arte”. Lo lessi tutto d’un fiato e dopo l’ultima pagina mi resi conto che avevo appena scoperto quale sarebbe stato il mio lavoro.
Se oggi qualcuno mi chiedesse se c’è un libro che mi ha cambiato la vita,
sicuramente metterei quel volumetto al primo posto.
Semplicemente: il più Signore e Colto copywriter italiano.
Ero all’uni, alla statale (milano), faccio 2-300 m e una ragazza mi ferma, chiedendomi se ero disponibile a guardare uno spot che sarebbe andato in tv. “Certo!!” (io volevo fare la copy) entro non so nemmeno dove. commento lo spot, esco. chiedo dove mi trovo. “Lowe Pirella” mi dice. “Quel Pirella? Emanuele?” Sorride e commenta che tra tutte le persone per strada ha preso proprio una che vuole fare pubblicità. Poi mi dice “Eccolo lì Emanuele, vuoi conoscerlo?”. Avrei potuto dire di sì, invece ho fatto no con la testa, con una testa che si muoveva al ritmo di un timore reverenziale.
Però me ne sono andata e mi sono detta: farò la copy. O sì che farò la copy.
C’è stata questa serata di ex-colleghi della Pirella, a casa di una gentile ospite che ci ha riuniti. Eravamo quelli che hanno fatto la differenza nel momento dell’elevazione a potenza da agenzia “colta e raffinata” ad agenzia “potente”.
Ovviamente mancavano in molti, ma dei creativi c’erano quasi tutti quelli che avevano ingranato la quarta, quinta marcia per permettere alla qualità di raggiungere posizioni importanti in una classifica dove a comandare erano agenzie multinazionali dal capitale e dai modi statunitensi.
E’ stata una fase particolare dove Emanuele ed il management che lo coadiuvava, i creativi e la produzione, gli account ed i responsabili dei mezzi lavoravano come un orologio: l’affiatamento e lo spirito di sacrificio, la capacità di introspezione e la dedizione erano mantenuti in quell’equilibrio precario fatto di stress, intuizioni, errori e successi tipici di un ambiente teso al conseguimento dell’eccellenza.
Di quel periodo, di quel sorpasso importante nella classifica delle agenzie italiane, di quell’aspetto manageriale di Emanuele, pochi fanno cenno.
Ma c’è una capacità del Maestro che invece, da semplice e stralunato “turista” capitato in quel marasma fine anni ’80, ho riconosciuto e conservato ben chiara.
E’ il più importante degli insegnamenti ricevuti in cinque anni della sua agenzia, qualcosa che da allora posso riconoscere quando mi capita di incontrarlo: era il giusto modo di individuare, contestualizzare e far rendere al meglio (ove fosse possibile) l’altrui talento.
Ho lavorato in Pirella, la Pirella vera, quella di piazzale Biancamano e, ancora adesso, faccio sogni belli, grande fucina di creatività, tanti amici, ed Emanuele mentore arcigno ma illuminante, poi l’incontro con la Lintas. E’ stato il principio della fine. Peccato.
Senza nulla togliere alla vicenda di Piazzale Biancamano (che ho visto nascere accompagnandone trasloco, insediamento e incapacità di adattarmi a quella vastità open-space fatta di moquettes grige e luci al neon) e senza che per questo fosse meno “vera”, la Pirella che io conservo come tale è quella di via Monti. Una incubatrice, un brodo primordiale fatto di appartamenti e pavimenti in parquet scricchiolante e infissi in legno dai modi lombardo-veneti. Quel senso “domestico” che per me triestino era un senso di casa, ambienti dove cucine, salotti e camere da letto erano popolati da Pomi, Repubblica, Krizia ecc. ecc.
Essere in una foresteria giù in cortile a fare layouts nella cosiddetta “sala macchine” assieme ad altri assistenti che poi si diventava amici ed era ridicolo, stressante, e raffinato al tempo stesso: alta scuola, bottega artigiana, i fondamentali, atelier du montage che significava naso e gola impestati di colla spray ed alcool dei pennarelli pPantone che se un comune freelance entrava gli veniva una sincope tale era lo spreco e la disinvoltura con cui sprecavamo materiali nell’obbiettivo “sartoriale” di confezionare “su misura”, art per art, campagna per campagna, presentazioni sempre diverse, mai eguali.
Le piazzate un po isteriche e maledettamente insegnanti di Enrico Radaelli, l’impeccabilità di Michele, certi commenti salaci di Emanuele, gli account sempre alle prese con la consapevolezza che questa no…non era l’agenzia che si erano immaginati e la cosa era molto più divertente del previsto, veder crescere i juniors a colpi di campagne da vertigine e trovarsi a lavorare con loro assieme la notte perchè con copywriters come quelli che giravano per via Monti anche l’art-director più lanciato abbassava le orecchie e si metteva con gli assistenti fianco a fianco a tirare layouts.
La camminata di Pilla col suo enorme mazzo di chiavi, i due studi contigui di Emanuele e Michele, uno quasi il salotto del buon padre di famiglia con libreria e ci mancava solo il caminetto e l’altro lineare e spazioso come solo le art-directions di Michele sapevano essere. E poi c’era Luisa che abitava nello stesso palazzo e che si era fidanzata con Giovanni che era venuto da Trieste prima di me e mi aveva introdotto in agenzia, e talvolta la sensazione era come di quelle vite di condominio con ragazzi che frequentavano la stessa scuola e poi il pomeriggio si ritrovavano a fare i compiti assieme o adf ascoltare i dischi, a casa dell’uno o dell’altro. Ma sò che questa è la mia percezione, privilegiata, sognante, ancora legata a ciò che di bello e di buono era accaduto in via Monti.
La buonanima di Tiziano, in tempi recenti su facebook, stroncò questa mia descrizione spensierata rammentandomi quanto fossimo sottopagati e quanto stress inutile dovevamo sopportare. Era il prezzo da pagare per poter compiere il salto “internazionale”. Ma questo io non lo sapevo: per me era tutto normale e decisamente avvincente ed io, per quanto fosse al finire, questa Milano me la bevevo tutta.