“La guerra digitale. II parte”. Dalla nostra corrispondente in rete S.S.

Continua da questo post.

“La vera bravura sta, come sempre, nel cogliere in anticipo le tendenze e la domanda del mercato, saper proporre al cliente l’idea giusta al momento giusto. E per farlo si deve stare al passo con i tempi, c’è poco da fare.

Oggi, è indispensabile un aggiornamento continuo, serve specializzazione, servono persone in grado di parlare linguaggi diversi (non solo programmatori di codici nativi, Ios in primis), per raggiungere un consumatore difficile da aggirare e ancora più difficile da conquistare perché ha tutto, sa tutto, vuole tutto e può fare tutto. Bisogna investire.

Gli zeri del fatturato vengono contesi tra le big agency – le storiche, le grandi, le più complete e anche più strutturate-, e le new entry, realtà più o meno piccole e nuove in grado di tenere loro testa. Almeno per ora.

La guerra è aperta. La crisi ha ridotto i budget e moltiplicato i giocatori. La vera differenza non sta più tra chi fa digital e chi non lo fa, ma nel come si fa. Le big agency hanno grandi potenzialità date da experience, expertise e know how, ma sono bisonti che si muovono a fatica tra operatività e quotidianità per rispondere a tutte le richieste del cliente. Concentrate per lo più a non perdere nomi importanti hanno smesso di respirare lo spirito del nostro tempo. E se talvolta capita, è perché viene richiesto dal cliente e quindi sanno che possono ricavarci sopra.

Sono realtà comandate da una macchina infernale chiamata progress, indispensabile ai financial controller e alla contabilità, ma che riduce il lavoro di pensiero e quello creativo a una catena di montaggio: “mmm…dunque…oggi per 4 ore mi concentro sui detersivi, poi per 2 sui cibi per gatti e poi per altre 3-4 sulla birra” con il risultato di creare strategie e creatività in cui si vedono gatti che bevono birra e vengono messi in lavatrice.

Se questo sembra ironico beh, un po’ lo è, ma non del tutto. Perché la verità è che c’è talmente poco tempo, o voglia, di pensare che è molto più semplice non solo creare, ma anche giustificare, e poi (cercare di) convincere il cliente, che la soluzione ai suoi problemi è un gatto ubriaco, quando tutti, e dico tutti, sappiamo che questa

non è (ovviamente) l’opzione migliore.

Al contrario, le new entry, in particolare quelle specializzate nella comunicazione digitale e nel social, hanno pochissimo da perdere e tutto da investire. Sono bravissime a cogliere segnali apparentemente nascosti, a muoversi e a sfruttare i trend culturali e dei dispositivi tecnologici, interpretandone i ritmi e anticipando così le mosse dei grandi player.

Sono molto flessibili, veloci e si adattano facilmente, lavorano grazie a network di singoli individui, e non di uffici sparsi per il mondo. Sono loro che fanno i prezzi di mercato, che alzano l’asta della qualità e che così facendo diventano motore dell’innovazione. L’unico neo è quello di essere poco conosciute.

Ora, possiamo stare a disquisire in eterno se sia meglio o peggio, qualificante o demotivante lavorare in una grande agenzia piuttosto che in una piccola, se lanciarsi nel digital o continuare a fare adv. Possiamo farlo, ma così facendo tralascamo un piccolo insignificante dettaglio.

Questa continua lotta tra titani e nuove agenzie ha un solo vero vincitore: il cliente. Quel cliente che ha imparato a fare cherry picking. Quel cliente che oggi collabora con più agenzie, prendendo quello che di meglio ognuna può offrire, in termini di prezzo, di creatività e di innovazione. Quel cliente che ha preso consapevolezza della crescita dell’offerta. Quel cliente che quando non è soddisfatto indice gare.

Noi tutti lavoriamo per clienti, noi tutti vogliamo che il Cliente riconosca il nostro valore, come professionisti e come agenzia creativa. E allora perché lasciamo che quel cliente continui a dettare le regole del gioco? Noi, e con noi intendo grandi e piccoli, nuovi e vecchi, digital e non digital, possiamo

anche aver perso una battaglia, ma non credo abbiamo ancora perso la guerra”.

S. S.

 

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About Donald Draper

Mi piace l’adv, ma non mi piace come s’è ridotta. Sono un Super Eroe tornato dal passato per spazzare via il presente e dare un futuro ai pubblicitari italiani. Posto ogni notte a mezzanotte e dintorni, come un Marzullo qualsiasi, solo più cattivo.
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26 Responses to “La guerra digitale. II parte”. Dalla nostra corrispondente in rete S.S.

  1. Alessandro Boggiano says:

    Bellissimo contributo. Mi permetto di aggiungere una riflessione.

    A mio avviso dobbiamo ricordarci del fatto che osserviamo la situazione con un visus limitato come quello italiano.
    Il mondo digital si afferma nelle nazioni avanzate dove le infrastrutture sono in continua evoluzione.
    Dispositivi come iPad/iPhone sono concepiti per paesi dove ci sono gli Starbucks con connessione wi-fi, bus che ti danno accesso alla rete e miriadi di informazioni gratis, metro dove trovi touch-screen dove digiti il punto di partenza e il punto d’arrivo e ti appare il dettaglio del percorso che devi fare chiunque tu sia e la lingua che parli, dove la parte digitale della vita fa già parte di comportamenti acquisiti, dove l’integrazione tra campagne digital e infrastrutture che devono supportarle è efficiente.
    Non per un paese che ha appena archiviato il decreto Pisanu.

    Uno dei principali problemi qui da noi è che ci troviamo a dover maneggiare nuovi media, che cambiano a velocità supersonica – dovendoci scontrare con un’ignoranza di base di chi sta alla testa delle grandi agenzie (che ben poco sembreno capire di web 2.0 e meno ancora di come coordinare i new media con l’advertising classico) – media che confliggono con un territorio “preistorico”, dove la gente non è incentivata ad usare i device per ciò che davvero possono offrire, con un’ampiezza di banda risibile rispetto a ciò che si potrebbe fare, finendo con sintetizzare tutto in un enorme cazzeggio digitale dai risultati altalenanti.
    Un po’ come avere a disposizione la Porsche ibrida che ci fa vedere S.S. ma solo vecchie strade di campagna dissestate come percorso e nessun centro di ricarica delle batterie a portata di mano.
    Se ancora si sentono copy del tipo “beato chi so fa il sofà” poi non è che possiamo strapparci le vesti… Siamo indietro con l’advertising classico, pensa con il digital.

    Ovviamente è la mia personale impressione, senza alcuna pretesa assoluta.

  2. S.S. says:

    Ho letto tutti gli 84 (per ora) interventi che sono scaturiti dal mio post. E sono stata molto contenta di trovare così tante persone che la pensino come me.
    Ma non posso farci nulla e ho una sensazione di inconcluso addosso: ora che ne abbiamo parlato o almeno ci abbiamo provato, è come se ci fossimo sfogati.
    Domani torneremo tutti alle nostre scrivanie e rientreremo nella nostra routine, forse con il cuore un pelo più leggero perchè abbiamo detto ciò che veramente pensiamo di una situazione che ci sta evidentemente stretta.
    Ma non siamo arrivati a una conclusione pratica. Mi mancano, da persona concreta quale sono, i next step. Come dire: ok, perfetto. Tutto chiaro e tutti allineati. Ma che facciamo ora?
    Possiamo fare qualcosa? Io ci penso…

    • Jr says:

      Beh, per esempio sarebbe interessante capire quali sono in Italia le agenzie delle quali parli, le piccole e le grandi valide sul digital, a Milano, a Roma, a Torino. Quelle che hanno un grosso business, quelle più avanti, le piu e le meno premiate.

      Quali creativi ci lavorano, chi sono i nomi più validi… in modo da poter dare a chi entra in questo settore la possibilità di capire dove e con chi andare a parlare.

      Altrimenti tutti questi bellissimi discorsi, finiscono per rimanere molto teorici.

      • S.S. says:

        Già…era esattamente questo il punto.
        Ma mi piacerebbe allargare lo spettro perchè sarebbe bello avere un quadro generale obiettivo, e non viziato da esperienze personali.

  3. che te lo dico a fare says:

    Provo anche qui a fare una domanda che sia da spunto per una riflessione: perché molti di voi ritengono che l’adv. classica sia contrapposta al “digital”?

    Non sono piuttosto due leve di un unico scenario, la comunicazione?

    Qualcuno disse tanti anni fa che il mezzo è il messaggio. Significa che il mezzo influenza lo sviluppo formale e quindi contenutistico del messaggio.

    Ma la funzione del mezzo è sempre quella di veicolare un messaggio.

    Il messaggio è la comunicazione.

    Noi facciamo comunicazione.

    Alcuni molto specializzata, altri più trasversale.

    Il fine è lo stesso. La marca.

    Ho appena chiuso un’azione di comunicazione, parte da alcuni spazi tabellari classici, un’operazione di vendita promozionale di alcune offerte turistiche.

    La comunicazione classica (le pagine) spingono ad una landing page on line dove le persone potranno poi usufruire dell’offerta promozionale.

    Sulla landing page potranno usufruire iscrivendosi ad un’ulteriore offerta promozionale e volendo entrare all’interno di un “club” che invierà on e off line vantaggi e informazioni.

    Si potrà scaricare nella landing page anche un applicativo I-phone per verificare sempre la disponibilità delle camere in tempo reale ed effettuare la prenotazione.

    Su Fb è partita la pagina legata all’iniziativa da circa 30 giorni, anticipando la campagna stampa e raccogliendo amicizie tra i profili ritenuti in target.

    L’ufficio stampa del cliente nel frattempo sta dando risalto all’iniziativa con l’invio di pillole redazionali alle testate turistiche e con informazioni “casuali” all’interno di blog di successo a tema turistico.

    L’iniziativa verrà infine comunicata con materiale semi-permanente nelle agenzie di viaggio collegate al cliente.

    Domanda : cosa sto facendo? Digital? Promozione?Adv? Pr? Materiale Punto Vendita?

    Io la chiamo comunicazione.

    Ma forse sono datato.

    • Fabio Pedroni says:

      Ma forse no.

      • S.S. says:

        Assolutamente concorde. Non serve a niente l’aut-aut, io sono per l’et-et: uniamo le forze, impariamo gli uni dagli altri, cresciamo insieme. L’unione fa la forza.

    • leporello says:

      una curiosità:
      sono più le volte che avete cliccato su una landing page on line per ususfruire dell’offerta promozionale
      o più quelle in cui avete visto un annuncio su stampa/radio/TV?

  4. bonjour says:

    “impariamo gli uni dagli altri, cresciamo insieme. L’unione fa la forza.”
    belle parole, giuste e sacrosante.
    l’unico problema è che la conclusione del post sulla guerra digitale continua a non essere costruttivo, è sempre pronto a sminuire i big della comunicazione, la comunicazione tradizionale e via dicendo, come se fosse un’etnia diversa, staccata completamente dal digitale, come se fosse un fratello che ti sta antipatico solo perchè i tuoi genitori gli hanno fatto un regalo.
    di contro quindi continua a sottolineare le grandi competenze professionali e attitudinali dei digital nei confronti del fratello menomato.
    perchè è così che sembra descritta la comunicazione “tradizionale”.
    ragazzi, basta, tutti e due facciamo comunicazione, ripeto comunicazione.
    e penso che sia difficile che una big agency non possa stare al passo con i tempi, certo i dinosauri magari non conoscono tutte le dinamiche ma che mi dite di quelli un pelo più giovani? ne sanno a pacchi. certo, non in modo super tecnico e specifico, per questo ci si affida ai professionisti di settore, ed è giusto così, non si può fare tutto, bisogna riconoscere i plus di ognuno!

    cmq, a big idea funziona su qualsiasi mezzo, non ci sono dubbi.
    o ci sono?????

    • S.S. says:

      Buongiorno Bonjour!
      La conclusione del post voleva proprio essere senza discriminazione: basta guardare ognuno al proprio giardino e a quello del vicino con diffidenza, perchè c’è chi se ne sta approffitando pesantemente di questa lotta.
      Io sono per il tentativo, per l’errore: fail fast, fail often. Sono contro l’immobilismo, contro il parlare senza agire.
      Credimi, di lotte nel mio piccolo ne ho fatte: con alcune vittorie e con alcune perdite.
      La big idea, quando c’è, deve essere declinata giustamente nei vari mezzi, adattandola, modificandola ma non stravolgendola. Deve essere l’ispirazione per una campagna stampa, un sito o un viral, non LA campagna stampa, IL sito o IL viral.
      Dal mio umile punto di vista saper fare comunicazione, significa mettere in relazione un’azienda, una marca o un prodotto con i suoi interlocutori, sfruttando tutte le leve di comunicazione, che noi esperti dovremmo saper usare intelligentemente a seconda delle diverse esigenze.

  5. bonjour says:

    scusa ma non sembra.

    “Sono realtà comandate da una macchina infernale chiamata progress, indispensabile ai financial controller e alla contabilità, ma che riduce il lavoro di pensiero e quello creativo a una catena di montaggio: “mmm…dunque…oggi per 4 ore mi concentro sui detersivi, poi per 2 sui cibi per gatti e poi per altre 3-4 sulla birra” con il risultato di creare strategie e creatività in cui si vedono gatti che bevono birra e vengono messi in lavatrice.

    Se questo sembra ironico beh, un po’ lo è, ma non del tutto. Perché la verità è che c’è talmente poco tempo, o voglia, di pensare che è molto più semplice non solo creare, ma anche giustificare, e poi (cercare di) convincere il cliente, che la soluzione ai suoi problemi è un gatto ubriaco, quando tutti, e dico tutti, sappiamo che questa
    non è (ovviamente) l’opzione migliore.

    Al contrario, le new entry, in particolare quelle specializzate nella comunicazione digitale e nel social, hanno pochissimo da perdere e tutto da investire. Sono bravissime a cogliere segnali apparentemente nascosti, a muoversi e a sfruttare i trend culturali e dei dispositivi tecnologici, interpretandone i ritmi e anticipando così le mosse dei grandi player.

    Sono molto flessibili, veloci e si adattano facilmente, lavorano grazie a network di singoli individui, e non di uffici sparsi per il mondo. Sono loro che fanno i prezzi di mercato, che alzano l’asta della qualità e che così facendo diventano motore dell’innovazione. L’unico neo è quello di essere poco conosciute.”

    comunque :

    “La big idea, quando c’è, deve essere declinata giustamente nei vari mezzi, adattandola, modificandola ma non stravolgendola. Deve essere l’ispirazione per una campagna stampa, un sito o un viral, non LA campagna stampa, IL sito o IL viral.”

    quello che dici è giustissimo ma anche ovvio.

    • S.S. says:

      Infatti questa non era la conclusione di quanto volevo dire. Quelli che tu citi sono dati di fatto. Sia le grandi che le nuove agenzie hanno pro e contro. Ma la conclusione per me era che starne a parlare o guardarsi a vicenda non cambia la situazione. Situazione che mi sembra di capire non vada bene a nessuno.
      Tutto qui.
      Per quanto riguarda l’ovvietà di quanto ho detto sono contenta lo sia per te, e sarei ancora più contenta lo fosse davvero, perchè significherebbe non sentirsi più dire che “avere la big idea è prendere una campagna atl e metterla sul sito,” giustificando questa scelta con la coerenza.

  6. Attendevo trepidante la seconda parte e continuo a condividere in pieno il messaggio del post di S.S.
    Posso solo dire che esistono già realtà che stanno nella “Terra di Mezzo”:tra i dinosauri e le piccole e giovani agenzie. Esistono già realtà che hanno l’esperienza manageriale delle Grandi ma la flessibilità delle Piccole, agenzie con una struttura atomica decentralizzata che forma team di progettazione e sviluppo per “big idea” in base al Cliente evitando costi e tempi improponibili di realizzazione. Ve lo dico per esperienza diretta: dopo aver girato in tante agenzie di comunicazione digitale medio\piccole ho finalmente trovato una realtà che è già pronta alla nuova battaglia digitale. La cosa più incredibile è che il suo utile non proviene solo dalla consulenza ma soprattutto da progetti di comunicazione digitali interni.

    • S.S. says:

      Ciao Gaetano…bello che concordiamo!
      Senti, una specificazione: che cosa intendi per “progetti di comunicazione digitali interni”? Non penso ti rifessi alle intranet, vero?
      Gracias

      • bonjour says:

        si riferisce alla creazione di piattaforme, immagino.

      • Il Gruppo per il quale lavoro ha dei propri prodotti editoriali di comunicazione digitale e quindi sviluppiamo e sperimentiamo in casa quello che poi alcune volte utilizziamo nel consulting.

  7. seventeen says:

    Molte chiacchiere. Alla fine tutto è condivisibile. Sembriamo i sofisti che prima dovevano sostenere una tesi, e poi l’antitesi, con la stessa credibilità.
    Dico solo che il copy che ha scritto l’immortale “beato chi se o fa, o sofà” (non garantisco sulla grafia) non è per niente stupido.
    Mozione: limitiamo gli interventi a 400 caratteri. Spazi inclusi.

    • che te lo dico a fare says:

      caspita un grande copy. Sono commosso. Meno di 48 caratteri. MA NON SI CHIAMAVANO BATTUTE? O cazzo….. e ora a quanto sarò?

  8. Onan says:

    Per farvi capire: un mio amico, dc di una multi, lascia il lavoro perche’ si e’ rotto (giustamente) i coglioni. <> dice.

    Ci riparlo dopo un anno e mezzo e mi racconta di clienti che hanno come budget 7.000 (settemila) euro per fare: shooting fotografico, shooting video, compenso agenzia.
    E la cosa sconvolgente – mi dice – e’ che da questi c’e’ la fila.

    Dove andremo a finire Signore mio?

  9. S.S. says:

    @Gaetano: bello sperimentare in casa, anche se farlo sui clienti ha tutto un altro sapore! ihihi! ;-)

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