Ripubblico un commento al mio precedente post perché sono d’accordissimo con Les matins e perché mentre ci si interroga sui candidati, o meglio sui non candidati, alla presidenza dell’ ADCI ci sono discussioni nel blog riguardo quasi laureati che non sanno scrivere e giovani con poche speranze.
“Come spesso succede, il problema è altrove. O è anche altrove. Il problema è la provenienza. La storia di ognuno. Il talento. Non è Scienze della comunicazione il punto. E’ Scienze della vita il punto, o Scienze del talento, o -almeno- Scienze della volontà. Qualche anno fa i pubblicitari erano tutti ex. Ex spacciatori, ex giornalisti, ex calciatori, ex battone, ex marinai, ex insegnanti di liceo, ex cuoche, ex viaggiatrici a cottimo, ex pittori (nessuno di questi esempi è inventato). Tutti falliti e tutti stracarichi di vita. E portavano in agenzia una ricchezza che arrivava proprio dalla vita. Sogni e sensibilità diversi, diversi approcci, diverse storie. E le agenzie erano un’altra cosa, chi andava scalzo, chi non parlava mai, chi si bucava in bagno. Si litigava di più, e si litigava tra giganti, come diceva un vecchio mignotto del mestiere (omosessuale non dichiarato, non lo diceva neanche a se stesso) che la sapeva lunga. Si litigava una notte intera su una virgola o un punto o su un posizionamento. Certo non tutti erano giganti, coglioni e imbecilli ci sono sempre stati, l’unica speranza era che non fossimo noi. Oggi invece i ragazzi che vogliono fare questo mestiere vengono quasi sempre dagli stessi posti: Scienze della comunicazione, IED, Iulm, Lumsa. Portano con sé tutti quasi la stessa storia, gli stessi sogni, le stesse conoscenze. Le stesse famiglie e gli stessi viaggi. Ci tengono molto a far vedere che sono buoni e che non puzzano. Quando fanno i colloqui quasi sempre sono sempre vestiti bene, a modino, e a modino ti chiedono quando saranno le ferie e quanti ticket. E’ vero che se ne arriva uno vestito a cazzo lo guardi male ma poi se ha qualcosa da dire lo ascolti. E io vorrei ascoltare suoni diversi. Sarà che sono anni che non vedo più i creativi (parola orrenda, da abolire, ma non so con quale altra, so che non la sopporto e che non la sopportavo neanche quando veniva usata per me) però vedo le loro cose. E io, vecchio di 46 anni suonati, devo urlare a bassa voce a questi giovani vecchi di osare di più, di lasciare una traccia, di farmi incazzare. E invece tutto giusto, tutto pesato, tutto a modino appunto. Sì, lo so, lo so: generalizzare è sempre sbagliato ma non sono bravo a farmi capire e allora generalizzo. Quanti sono i bravi, i talentuosi? Lele Panzeri ce lo ha detto e io, per quel che conta, confermo: pochi, cazzo, pochi. Un mestiere del cazzo che tutti vogliono fare. Serve Scienze della comunicazione? Ma che ne so. Come tutto, serve se sei, non serve se non sei.”
Da un commento di Les matins des magiciens
Come può convivere questa scuola di pensiero con le selezioni a colpi di test psico-attitudinali e la richiesta di votazione minima di laurea di 108. Ma soprattutto come si impara il talento? Chi lo potrebbe insegnare oggi? Come sapere se non altro se abbiamo la possibilità di svilupparlo o siamo cause perse in partenza? Mi rivolgo ai vari DC e chiedo: a quanti dei giovani che vedete ai colloqui e che pensate non rientrino nella cerchia dei talentuosi dite chiaramente come stanno le cose invece che il classico “le faremo sapere”?
Peggy Olson
Il problema è che ora è un lavoro di manovalanza creativa. Secondo me non esiste nessuno che abbia fatto almeno il liceo che non sia in grado di fare pubblicità al giorno d’oggi. Al 90% ormai è eseguire quello dice il cliente. Tra un po’ lo potranno fare le scimmie.
Per quanto riguarda la creatività, magari un giorno ci sarà una selezione.
Secondo me esistono eccome quelli che saprebbero fare pubblicità e sono anche più del 90%. C’è solo un piccolo problema: ci metterebbero una settimana a fare quello che un medio professionista realizzerebbe in due ore. Forse anche di più.
Spesso si dimentica che una delle grandi qualità dell’essere professionista risiede nella velocità di esecuzione. Tutti possiamo correre i 100 metri, pochi riescono a farlo in meno di 10″.
Di contro la velocità è la peggior nemica della qualità, e tutti i creativi in Italia devono fare i conti, brutti conti, anche con il pochissimo tempo che hanno a disposizione su ogni brief.
Concludo.
S.B. il tuo 90% deve essere anche molto veloce, io opterei per dei ghepardi: le scimmie le vedo un po’ troppo col fiato corto.
se non sei uno stupido totale, dopo qualche mese impari a smazzarti format e adattamenti a velocità supersonica. Specie se lavori sempre sullo stesso cliente per gli stessi progetti (come purtroppo accade nelle “unit merceologiche” di varie multinazionali, ma anche nelle piccole-medie con pochi clienti).
La verità è che chi dura meno nelle agenzie oggi sono proprio i creativi che propongono idee originali, che non accettano compromessi sulla qualità, che litigano con gli account, che contestano la stupidità, che amano fare bene questo mestiere.
Chi invece si adatta a fare l’operaio senza pretese, dice sempre di sì, tiene la testa bassa, esegue le istruzioni senza commentare, rinuncia a qualsiasi velleità creativa, diventa il braccio meccanico di account e cliente, ecco quelli così magari non diventeranno mai dc, però il rinnovo del contratto e – se le cose van bene – il passaggio a indeterminato ce l’hanno in cassaforte.
già ma, devi imparare a distimguere le battaglie che devi fare:
ho visto guerre sante pur di non ingrandire di un punto il font di una body copy, e vedere lasciar buttare via senza nemmeno guardarle eramente idee della madonna.
bisogna saper fare entramebe le cose: eseguire quando serve e scegliere le battaglie da portare avanti.
La mia esperienza in 25 anni di lavoro, di cui 16 con cariche di gestione/ decisionali:
su 30 ragazzi che mi sono passati accanto o sotto, ne salvo 3. il dieci per cento, appunto.
Solo uno studiava scienze della comunicazione (e si mise a lavorare prima di laurearsi).
Ad oggi, farei molta fatica ad assumere qualcuno con meno di trent’anni.
Sto diventando vecchio.
per fortuna, è controcorrente.
“ad oggi farei a meno di assumere qualcuno con meno di trent’anni. Sto diventando vecchio”…. no, forse solo stanco.
Comunque se li assumi è già qualcosa.
Che te lo dico a fare.
concordo pienamente S.B … è triste, ma è proprio così, è come vogliamo la pubblicità oggi nella maggior parte dei casi.
c’è qualcuno che ha il privilegio di pensare e sotto tanti bravi ragazzi che continuano ad eseguire.
poi c’è il cliente italiano medio, che si fida ciecamente del MM, di se stesso e poco di chi la pubblicità la mastica ogni giorno.
è drammatico direi, per coloro che vogliono imparare, per i giovani di talento, per chi vorrebbe essere messo alla prova continuamente.
come farà questa generazione a ritagliarsi uno spazio pensante? cosa deve fare?
Potrebbe cominciare a mettere la maiuscola all’inizio della frase, no?
In effetti la maiuscola ha una valenza simbolica non indifferente.
hai ragione.
ricordiamoglielo più spesso, cambierà loro la vita, sicuramente.
ah manzi, prendi un X maiuscola e ficcatela nell’ano.
con simpatia
Sono anni (tanti) che mi chiamano nelle varie facoltà di comunicazione pubbliche o private per tenere dei seminars o degli speech singoli.
Non mi sono mai tirato indietro, ma ultimamente non me la sento più.
Mi sembra di andare lì a prenderli per il culo.
Come quando Benigni che racconta del gioco a punti del carroarmato al piccolo Giosuè.
Non so se è capitato anche a voi.
A me si. Un po’ come fare catechismo.
Osare di più!? I giovani!? Ma vi siete accorti che in Italia da qualche decennio si fanno solo declinazioni? Che potere hanno i giovani di imporsi quando non riescono i dinosauri?
L’80% dei lavori che passano in agenzia è roba da impiegati, quella poca che arriva decente difficilmente viene data in pasto ai junior e agli stagisti.
Inoltre, io ho fatto l’Accademia, e ogni anno i suoi studenti vincono riconoscimenti top nelle competizioni internazionali. E il D&AD non è certo un concorso a caso. Ho visto cose più belle lì che all’adci, nonostante fossimo studentelli senza esperienza.
Prima di parlare delle capacità dei giovani (a parte il vomito che ho per la generalizzazione totale), qualcuno dovrebbe dimostrare con i fatti tutto sto valore. Da un anno in metro evito di guardare le affissioni per paura di aver voglia di buttarmi sotto un treno.
“buon anno uovo”
FAIL.
Ehm. A me buon anno uovo è piaciuta.
Senza sarcasmo. Sarò grave?
“Buon anno uovo” è piaciuta anche a me. Perdio, stiamo vendendo uova, non un manoscritto di semiotica generativo-trasformazional-funzionalista!
@ FEDALLAH:
esatto, è quello il punto.
diversi prodotti, diversi modi di approccio.
quella delle uova mi è sembrata una roba sopra le righe, memorabile (ne stiamo ancora parlando, a differenza della classica comunicazione sul Food per i grandi brand) e tattica al punto giusto.
Siamo tutti a modino.
Siamo concreti, dico io. Troppo.
Impauriti da quello che ci aspetta fuori da scuola e dopo uno stage di 6 mesi in agenzia.
Qualche anno fa le agenzie davano lavoro a chiunque o sbaglio?
Ora non è così. Devi fare determinate scuole, un portfolio giusto e poi? Beh, poi sono cavoli tuoi.
Da sempre, e non solo oggi, la roba che passa in agenzia è roba da impiegati (e peraltro noi siamo impiegati, cosa se no?).
Quelli bravi riescono a metterci uno zic anche lì.
Bisogna provarci sempre, non arrendersi mai, non partire battuti.
Anche nel folderino trifacciale.
Lassamo perdere i concorsi scolastici poi…
Il lavoro vero si fa sul concreto, ogni giorno, nei pochi centimetri quadrati di mondo che abbiamo a disposizione.
Le più belle campagne di tutti i tempi son sempre saltate fuori da brief di merda.
C’è un piccolo problema: in questi trent’anni il lavoro è cambiato. La comunicazione pubblicitaria NON è più un evento ma è un processo. In altre parole la GRANDE IDEA conta di meno, conta molto di più la continuità. È un lavoro da fondisti e mezzofondisti e non più da centometristi. Con una grossa novità in più: la bidirezionalità, che le grandi agenzie non hanno ancora né compreso né digerito.
Siccome il mercato pubblicitario italiano è arretrato rispetto al resto d’Europa (50% alla TV, mentre negli altri paesi la tv ha intorno al 20/30%) qualcuno si può ancora illudere di cavarsela col grande spot telvisivo (che offre il vantaggio di distribuire soldi alle persone giuste politicamente…), ma nel resto d’Europa il presente della comunicazione è l’integrazione fra tv, stampa, internet e social media.
Gianni, però in tutta onestà, preferisco ancora un’idea da 100 metri che una da 10 o 42 km. La seconda è noiosa è costa troppa fatica.
Be’, “mangio”, non c’è nulla di male a specializzarsi in tv e stampa. L’errore, eventualmente, è illudersi che il mondo sia ancora limitato a quello.
Assolutamente d’accordo con te, per quel che vale.
E chi vuole fare solo stampa e tv? Io lavoro con gusto anche sul web, solo che a differenza tua non lo considero una maratona ma una gara sui 100 metri ripetuta milioni di volte.
Be’, l’errore che fate (Mangio, Nevvero e Anonymus) è di considerare i 100 metri meglio della maratona. Sono discipline diverse che danno soddisfazioni diverse.
Sai cosa mi disse Ciccio Vigorelli tanti anni fa?
“Questo non è un lavoro per velocisti, ma per maratoneti.”
E ti parlo di almeno 15 anni fa.
Rispondo qui al tuo reply (sotto non posso farlo).
Mai detto di considerare i 100 metri meglio della maratona.
Per come la vedo io, le due cose non si escludono.
Più che alle competizioni singole, ormai dobbiamo abituarci ai triathlon… ATL, BTL e tanto tanto web/social networking.
(senza dimenticare, tuttavia, la visibilità professionale che può darti l’ATL. Non si può negare che sia ancora un aspetto imprescindibile per un certo tipo di profilo professionale…)
ciao!
@ G. Lombardi
capisco solo ora che mi hai frainteso: stavo dando ragione a te, più sotto…
a parità di continuità, la grande idea rende di più.
Per il resto quoto tutto.
Che te lo dico a fare.
Sono assolutamente d’accordo con Futura STEgista. Ho conosciuto DC di quarant’anni che mi hanno raccontato il loro percorso creativo “a bottega”. Oggi se non spendi un botto di soldi per fare lo IED o Hdemia non vai da nessuna parte. Devi per forza presentarti con il portfolio semiprofessionale…altro che bozzetti a matita! Ora chiedo senza nessun tono polemico, ma con sincera voglia di saperlo…chi ha deciso che per forza bisogna fare il corso/master privato per entrare nelle agenzie e fare il copy?
La domanda è: sei proprio sicuro di voler fare questo mestiere?
Ce ne sono di meglio retribuiti e più gratificanti.
Un noto “guru” durante un suo discorso disse: “Tutti voi avete un talento, non è detto che sia per questo mestiere.”
Facendo questo mestiere da 7 anni ti posso rispondere con una certa sicurezza…sì è proprio quello che voglio fare nella vita. Ma il punto non è quello. Siamo sempre a sostenere che se davvero hai il fuoco sacro, allora puoi sempre accettare tutto? Le battutine taglienti dei vari guru…senza offesa, per me valgono zero. Il punto è che se anche hai il talento, ma non hai il soldoni per pagarti Hdemia e Co. sei tagliato fuori. E sempre parlando col dovuto rispetto, non credo molto – come sostenuto da Gianni Lombardi qui sotto – che se un tizio di belle speranze parte dal suo paesello e si mette a bussare alle varie Saatchi, Cayenne, Young&Rubicam, RedCell…chiedendo “Salve, potrei venire a fare uno stage da voi? Questo è il mio portfolio fatto in casa.” verrebbe considerato. A malapena ti rispondono alle mail da quelle parti…lasciamo stare…ehm…
KillingPenelope, nessuno ti vieta di fare il tuo giro delle agenzie con il portfolio sottobraccio. Il corso facilita le cose perché ti permette di conoscere e farti notare da insegnanti che lavorano in agenzia (e infatti i direttori e vicedirettori creativi sono i preferiti dalle scuole, come insegnanti).
Probabilmente, se hai sufficiente talento e dedichi i due, tre o quattro anni di corso/master a girare per le agenzie come stagista/freelance/praticante, ottieni di più rispetto a fare la trafila corso/master/diventare coccolo/a del professore. Però è più difficile e richiede più coraggio.
Un’ultima riflessione sulla qualità dell’Annual, e poi per stasera ho finito di trolleggiare
http://scrittorefreelance.blogspot.com/2011/01/la-qualita-della-pubblicita-italiana.html
questo post sfiora un argomento sul quale volevo dare 1piccolo contributo già da qche giorno..
la stragrande maggioranza delle persone che lavorano in pubblicità in italia è fatta di fighetta… o sevolgiamo essere più tecnici da gente che viene da classi agiate, da zone benestanti delle città, con molta tecnologia da subito a disposizione e -come già detto nel post- con poche esperienze concrete o di strada o dirette..
a cannes alle iscrizioni, i primi giorni, i creativi di molti paesi sono ragazzi normali ed eterogenei..certo anche lì ci saranno dei dress-up ma la sensazione è quella che dicevo.
gli italici sanno d’amido… (almeno la maggior parte)
(percentualmente meno ma) stessa cosa nelle case di produzione.
tutta gente che probabilmente non ha mani nemmeno avuto come orizzonte nella vita o addirittura nemmeno concepito la possibilità di fare un lavoro che non avesse a che fare con la fuffa che s’annida nel triangolo comunicazione-marketing-moda e annessi.
credo che a lungo andare questo abbia determinato anche la disponibilità ada ccettare salari del cazzo o periodi di sottopaga o di non paga..
ribadisco il discorso non vuole essere generalizzante, ma riferito certamente ad una fetta abbondante di persone. non ne abbiano pertano a male chi non ha qs profile e si fa 1culo così vivedno condizioni dure per seguire un propio interesse o vocazione
fanculo al potere anyway
La prima fase di selezione avviene sulla frequentazione di corsi e master (di certo non a basso costo) e sulla disponibilità dei giovani a fare gli stagisti gratuitamente (o quasi) e senza grandi speranze sul futuro. La conseguenza logica è che una fetta abbondante di persone che si affacciano alla professione non se la passi male. Si può poi additarli perché non hanno esperienze “di strada”?
Insomma se è diventato un privilegio fare lo stagista gratis non bisogna stupirsi che ad usufruirne siano principalmente le classi privilegiate.
Ha ragione Carlo Alberto Manzi.
Qualunque cosa sostenga la qui presente gioiabella, se la scrive così ha torto di default.
Sul web scrivere tutto maiuscolo è maleducato perchè equivale a urlare, ma diamine, scrivere tutto sbagliato è ancora peggio.
Va a fa’ el magutt che l’è mej.
Io non capisco tutta questa nostalgia del passato. Prima, prima, prima…c’erano i condottieri creativi, c’erano gli intellettuali, gli artisti, i geni, le star.
Ma bastaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!
Se siamo in questa merda magari è perché anche qualche condottiero creativo ha cagato dall’alto negli anni delle vacche grasse o no? O sono tutti esenti da colpe? Dei santi da idolatrare?
Erano altri tempi cavolo…imparagonabili con quelli di oggi.
E non parlo solo della pubblicità ma di tutto il mondo del lavoro.
Prima uno entrava da operaio in azienda e facendosi il culo andava in pensione dirigente. Oggi uno entra da operaio e viene mandato a calci in culo a casa da operaio.
Non possiamo essere nostalgici, dobbiamo guardare alla situazione così com’è oggi ed essere realisti. Ora si vuole dare la colpa ai giovani anche di aver studiato e di frequentare master in comunicazione? Ma uno che ha la laurea in ingegneria secondo voi oggi si mette a fare il pubblicitario guadagnando tre patate e due peperoni?
Non li volete laureati? Volete fare gli alternativi e fare i talent scout fuori dalle scuole o i corsi di comunicazione? Ok, prendete altri in giro che non hanno studiato…magari che hanno solo il diploma….troverete le “Bestie”, persone che non sanno mettere in fila due parole in italiano e che non sanno usare i programmi (che cari miei oggi sono indispensabili per fare l’art), perché il livello culturale è già basso in Italia tra i laureati figuriamoci tra il resto della popolazione. E non lo dico per fare lo snob ma perché è la semplice realtà.
Stefania Siani, Mastromatteo, Lampugnani, Selmi Barissever, Alessandro Canale, Stefano Colombo, Menda, Cardoni e tanti altri…sono tutti dei coglioni?
E’ gente che ha fatto scuole di comunicazione, che in questi anni ha fatto delle signor campagne, che ha vinto leoni, vagonate di premi…e tanti di loro giustamente sono direttori creativi. Non rappresentano per me il nulla.
Certo magari ci sono tantissimi che possono diventare dei grandi creativi pur non frequentando IED o Hdemia, ma generalizzare mi sembra molto superficiale.
…e naturalmente ci possono essere tanti coglioni che escono da queste scuole.
Insomma la verità è che queste scuole ti danno un minimo di preparazione, poi sei tu che una volta gettato nella mischia ti devi far valere.
Io per l’ultima frase che ha scritto candiderei Les matins a Presidente dell’ADCI, Giurato di Cannes, CEO di questo blog e via dicendo in un crescendo di posti dove c’è bisogno di pensiero fluido.
La cosa che mi fa ridere è che, mentre Peggy dà risalto al mio intervento (e la ringrazio) e Suzanne mi candida (e qui la ringrazia l’ego ringalluzzito) e Donald ci dà questo spazio per far casino (e ringrazio pure lui, hai visto mai mi si offendesse), io non ho mai visto neanche un episodio di Mad Men.
Preferisco Hell’s Kitchen.
E mò che dico a Dick che sia abbastanza chic?
E, soprattutto, come si fa a disincazzare un Dick?
Get Out.
GET OUTTTT!!!!!
farmi ridere funziona sempre, les matins
Non so te, ma se Dick me lo appoggia…
Beh, insomma. Son gusti.
P.S. Era meglio quando Gordon andava in giro per ristoranti disastrati in Britannia.
Le matins de magiciens mi sembra Marco Carnevale. O Alessandro Canale.
Per rispondere innanzi tutto alla domanda di partenza “a quanti”: a tutti, in realtà, spiegando persino perchè. Ma loro di certo pensano che sia io a non capire il loro talento. Il che è sempre possibile, ovvio.
Ma la questione è molto più complessa. Perchè ha ragione S.B.: questo è ormai un lavoro che possono svolgere le scimmie. Tralascio i ghepardi, nonostante la questione del tempo non sia poca cosa, ma mi interessa di più sottolineare un punto: fare pubblicità oggi è davvero troppo spesso solo routine. E in più di un senso.
Pensate innanzi tutto al semplice processo creativo di base. Il tempo del sintetizzare un concetto e collegarlo ad una immagine, innovativa sì, ma anche non troppo nuova da non essere compresa, è oggi storia. Sintesi, sorpresa e tecniche sono sia nel linguaggio di tutti che sotto le mani di altrettanti o quasi.
Tanto è vero che se si è audience, pubblico, mercato si è in grado di decodificare con facilità messaggi piuttosto complessi, in tempi e spazi ridotti.
Così vero che progetti di ragazzini possono improvvisamente essere adottati da giganti della comunicazione, con grande letizia dei genitori di tali pargoli.
In secondo luogo, e soprattutto: a cosa facciamo pubblicità oggi? Chiedetevelo. E nel rispondervi, per cortesia, non pensate soltanto ai grandi clienti ed al mondo delle agenzie. Pensate a tutto l’ambito pubblicitario ed ai suoi referenti diretti, i clienti, le aziende.
In un mercato agonizzante solo qualche ardito tenterà la via dell’azione pubblicitaria travolgente, per mezzi e strumenti e diffusione. I più già tendono a limare sui costi, tutti i costi, e a mantenersi in un generico tiriamo a campare che non comporti rischi.
Il concetto di marketing che la pubblicità sia maggiormente necessaria in un momento di crisi piuttosto che il contrario non è mai stato realmente assimilato dalla stragrande maggioranza degli imprenditori, che continuano a vedere la pubblicità come un costo aggiuntivo, come due gocce di profumo su un abito decoroso, sacrificabili, se le risorse son poche. Anche questo è un elemento non trascurabile nella valutazione dell’attuale qualità delle proposte: perché se è vero che la storia della pubblicità è piena di idee geniali che non hanno implicato enormi investimenti è anche vero dall’altro che spesso la “cautela” del cliente tende a castrare il creativo e a fornire limitate libertà di azione e di impiego di mezzi. Puoi essere anche un genio ma se pubblichi solo sul giornalino della sagra del ranocchio, perche i soldi sono quelli, non è detto che il tuo lavoro possa avere sbocchi travolgenti.
Salendo di livello poi e tornando a pensare alla natura del messaggio pubblicitario bisognerebbe poi riflettere su quello che ormai è uno standard nel modo di comunicare: sorpresa, effetto, differenziazione. Valgono ancora questi (ed altri affini) principi perché il messaggio sia efficace?
In fondo per qualunque prodotto oggi vale poco il gioco della sorpresa, e poco quello della stravaganza, in un diffuso che ha fatto della stravaganza la bandiera comune. Perché sorprendersi allora se i pubblicitari sono standardidizzati, se le loro idee sembrano così inquadrate? Vanno dunque bene le scimmie, per questo, senza offesa.
E c’è davvero da chiedersi a cosa facciamo pubblicità oggi, cosa sia la pubblicità. Prodotti e loro percezione oggi non sono diversi da quello che un tempo erano i detersivi, tutti uguali nella resa, tutti da differenziare solo nel modo in cui la persuasione, allora elementare oggi più evoluta, deve essere resa. Prodotti rivolti ad un pubblico sempre più spesso disincantato ed al contempo sbadigliante.
Mi chiedo allora se più che sorprendere oggi non si debba piuttosto tornare ad occuparsi dell’informazione più che della comunicazione e di come informare, come veicolare.
E per questo ci vuole pensiero. Pensiero non da scimmie. Pensiero evoluto, formato anche a scuola se volete, ma soprattutto flessibile, attento, critico, autocritico, autonomo.
Ex spacciatori, ex giornalisti, ex calciatori, ex battone, ex marinai, ex insegnanti di liceo, ex cuoche, ex viaggiatrici a cottimo, ex pittori possono ancora andare bene, come sempre, perché sempre liberi tiratori. Ma anche ex bocconiani e, forse, ex pubblicitari dovrebbero ripensare al loro lavoro.
Ti ringrazio Giuliana per il commento e per i tanti spunti che offre.
Peccato sia così in fondo nella discussione da rischiare di essere poco letto, lo riporterò in un post così che possa aprire un fervido dibattito.
Peggy.
grazie Peggy, io stessa ho faticato a ritrovarlo!
Sarei contenta se si potesse ragionarne un po’. A presto.
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Non ci sono più creativi di una volta perché non ci sono più clienti di una volta. Sono capitato qui per caso, e mi sento a mio agio… Avrei tanto da raccontare ma sono costretto a sintetizzare tutto nella frase sovrastante perché sono impegnato a produrre idee stile catena di montaggio mentre impagino cataloghi. Sono a metà strada tra il confezionatore di hamburger in un fast food all’ora di punta e il medico di pronto soccorso in una zona di guerra. Quanto ai giovani sedicenti creativi, posso dire che le prime due domande che ci pongono ai colloqui sono nell’ordine: “Quanto mi date?” e “Che orario fa l’agenzia”. Fate voi.
Saluti a tutti.
Un creativo malincomico.
e ci han ragione se fate catalogh ialmeno fatemi guadagnare bene e che cazzo
Non facciamo solo cataloghi. Sarai mica uno di quelli che ha fatto un colloquio da noi…