Prendetevi qualche minuto per guardare questo video.
(in verità vi consiglio di guardare tutte le 5 parti, quando trovate mezz’ora libera)
È una conferenza di 10 anni fa tenuta da una nota sociologa americana, Jean Kilbourne.
Forse molti di voi l’hanno già vista, ma fa sempre bene riguardarla.
A me sembra più attuale che mai.
E mi sembra che risponda in maniera molto efficace
a chi dice che i pubblicitari si devono adattare agli stereotipi. (quali?)
A chi sostiene che le pubblicità sono sessiste perchè siamo in un paese sessista e retrogrado e che è impossibile cercare di convincere i clienti maschilisti a fare qualcosa di diverso perchè poi alla fine tutti dobbiamo mangiare.
A chi pensa che i pubblicitari non abbiano responsabilità sociale perchè si limitano a fare da specchio alla realtà.
Ma che realtà stiamo “rispecchiando” con i nostri messaggi?
Che cosa stiamo continuando a insegnare alle nostre bambine?
Io credo che sia il momento per i pubblicitari e le pubblicitarie di assumersi la responsabilità dei valori che vengono comunicati.
E di iniziare a proporre immagini davvero più sane, di donne più normali.
E, a proposito di donne reali, per chi si trova a Milano domani
e vuole fare la propria parte attiva per opporsi a questo sistema
di rappresentazione distorto e volgare della donna
può andare in piazza della Scala alle 15:00.
Se volete più informazioni cliccate qui.
Ma pasquale che ne pensa?
sarà una bufala anche questa.
chi scrive falsità, e poi lo ammette,
quando si mette a parlare di etica,
provoca sorrisi ironici.
draper & co
così si sputtanano definitivamente
saluti
pasquale diaferia
Non vendiamo solo prodotti!? Sto mese non vendiamo neanche i prodotti…
ciao Brando, se sei il Brando che penso io sei una persona intelligente. Ho visitato il tuo blog. Dimmi cosa ne pensi della frase “la pubblicità deve vendere”. Poi magari ne facciamo un post. Ti va?
Ciao Dick, mi chiedi cosa penso di “la pubblicità deve vendere”?
Ecco come molti reparti Marketing valutano una pubblicità:
Brand Manager: come potete vedere chiaramente da questa diapositiva power point, la curva delle vendite della marca, in corrispondenza delle due settimane di on air col nuovo spot ‘Vitality’ 30″, denota scarso aumento (+5/6%) rispetto alla media delle vendite delle precedenti settimane off air. Il precedente spot ‘Sensation’ aveva portato un aumento delle vendite del 15%** .
—> Lo spot ‘Vitality’ è una merda.
Marketing Manager: attenzione però! Lo spot ‘Sensation’ era un 25″.
Direttore Marketing: portiamo ‘Explosion’ a 30″ e andiamo on air. Avremo un aumento delle vendite del 18%.
General Manager: si, ma cambiamo il colore della maglietta della protagonista. Mia moglie mi ha detto che la disturba.
Può sembrare un’esagerazione. Non lo è.
Ecco invece come immagino che molti reparti Creativi valutino la pubblicità:
Copy: ho quest’idea che mi ronza in testa da un po’. Non c’entra assolutamente niente col prodotto del cliente, ma in compenso è geniale.
Art: tranquillo. Il prodotto lo mettiamo piccolo piccolo in un frame in fondo. Non si deve proprio vedere, si deve più che altro intuire. Poi desaturiamo.
Direttore Creativo: l’idea c’è. Quest’anno torno a Cannes da leone, gli altri come pecore a pascolare. Certo dovrò convincere il cliente a fare una mossa azzardata… ma che vuoi che sia. Lui è poco più di un industrialotto di provincia, io un esperto affabulatore visionario.
Forse ho esagerato. Ma rendo l’idea di cosa viene percepito.
La pubblicità deve vendere. Cosa penso io?
Penso che ogni tanto ci dimentichiamo dove si gioca la partita della pubblicità.
Il campo di gioco non è né la diapositiva di power point, né Cannes. Il campo di gioco sta tutto in quei 14 centimetri fra le orecchie della gente. Sono 14 centimetri delimitati da spiacevoli formazioni di cerume, perciò è difficile entrarci. E’ la testa delle persone: spesso poco erudite, poco brillanti, poco stimolanti.
Quello che è stimolante è entrarci, restarci, cambiarci qualcosa.
Il marketeer chiede al creativo un posizionamento unico e memorabile.
Il creativo che non vuole fare i conti con questo campo di gioco così basico ha perso di vista l’obiettivo. Sta lavorando per fare a gara con gli amici a chi ce l’ha più lungo, o per alimentare il suo ego. Farebbe meglio a dedicarsi alla pittura, o all’autoerotismo.
Un DC che stimo, all’inizio di una sessione di focus groups, mi ha detto “adesso è il momento della verità”.
Ora a parte i limiti dello strumento focus group (altro argomento), quello che mi ha colpito è l’eccitazione e l’umiltà di chi ha capito che il voto alla pubblicità non lo da’ un giurato a un concorso, ma una signora coi colpi di sole di 44 anni, segretaria part time, con due figli, uno grande (fa il gesto alzando il braccio), che guarda la tv al sabato sera mentre stira e chatta con le amiche su facebook.
E’ lei che dice se la pubblicità funziona o no. Tutto il resto sono spugnette per egocentrici presuntuosi che fraintendono il loro mestiere.
Chi non ama la comunicazione commerciale, può sempre dedicarsi al cinema.
Cordialità
Brando
*opportunamente/approssimativamente depurata dall’effetto della pressione promozionale
**a parità di pianificazione e pressione media
dimenticavo la pubblicità:
VISITA IL NUOVO BLOG
http://brandomanago.blogspot.com/
è GRATIS!
divertente
Finché il capitalismo tiene, i pubblicitari ne sono una colonna portante perché creano posti di lavoro. Fatemici credere, grazie.