Lettera aperta di una laureata “inutile” al Ministro Gelmini

Gira in rete da qualche giorno come risposta alle recenti dichiarazioni del Ministro Gelmini una lettera aperta di Simona Melani. Condivido lo sconforto e pubblico.

“Gent.ma Ministro Gelmini,
ho 25 anni, sono laureata in Scienze della Comunicazione e mi sto specializzando in pubblicità.
Molte volte mi sono sentita dire, un po’ per scherzo e un po’ sul serio, che il mio era un corso di laurea “facile” e che un mio trenta in Sociologia o non valeva neanche la metà di un 25 preso da uno studente di giurisprudenza in diritto penale o di un 18 in Anatomia.

Ho risposto sempre con il sorriso sulle labbra a chi dubitava dell’utilità dei miei studi: ho risposto lavorando di giorno e studiando di notte, ho risposto trovando sempre degli ottimi lavori, senza raccomandazione e nei quali ho messo a frutto i miei studi.

Dall’aria che tira, mi pare di capire che su un’eventuale Arca di Noè, non ci sarebbe spazio per noi poveri professonisti della comunicazione. Non per me, né per i creativi, né per gli stagisti che a centinaia lavorano nelle aziende dell’impero mediatico del presidente del consiglio. Noi non serviamo, le nostre lauree non servono.

Sono inutili anche tutti quei comunicatori, esperti di immagine creativi e chi più ne ha più ne metta che in questi anni non solo hanno permesso l’aumento esponenziale dl fatturato delle aziende del Presidente del consiglio, ma che lo hanno anche supportato nella sua discesa in campo e che studiano le sue mosse e quelle del suo partito.

Le sue parole a Ballarò, poche e passate forse in sordina ai più, “abolire le lauree inutili in Scienze della Comunicazione” sono state come un colpo di pistola. Se lo dice il ministro, mi sono detta, sarà vero. Io mi fido delle istituzioni, sa?

E allora come mai permettete il proliferare di università private che chiedono 30.000 euro per un master in comunicazione? O è truffa o è circonvenzione d’incapace. In entrambi i casi, un reato.

Ho frequentato l’università pubblica, il mio corso di laurea è stato autorizzato dal ministero da lei presieduto. Quindi io sono stata truffata dallo Stato. E pretendo un risarcimento.

Ho fatto un breve calcolo: 5 anni di tasse, di affitto – sono una fuorisede – di libri, di abbonamento ai trasporti, bollette e spese varie fanno circa 10.000 euro. Se a questo ci aggiungiamo il danno biologico – studiando la notte e lavorando di giorno, il mio fisico ne ha risentito – e i danni morali e materiali arriviamo a 20 mila euro. Che ho intenzione di chiedere all’Università di Palermo e al Minstero dell’Istruzione. Io in cambio chiedo l’annullamento della mia laurea e mi impegno a reinvestire i soldi del risarcimento in una bella laurea in giurisprudenza. E in un biglietto A/R per Reggio Calabria. Sa com’è… per l’abilitazione.

Sono certa che, nell’eventuale causa, Lei mi fornirà tutto il supporto e l’appoggio possibili.
Cordialmente,
Simona Melani”

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38 Responses to Lettera aperta di una laureata “inutile” al Ministro Gelmini

  1. Brando says:

    facile dare la colpa ai corsi di laurea, scienze della comunicazione in primis. la crisi sta colpendo trasversalmente tutti i settori, eppure i laureati in economia o giurisprudenza precari/disoccupati/con un impiego ampiamente al di sotto delle aspettative, non usano la facoltà universitaria come capro espiatorio. d’altro canto molti laureati in scienze della comunicazione sono soddisfatti del proprio impiego/ricoprono posizioni di prestigio (nonostante la relativamente recente istituzione del corso di laurea in italia, primi anni ’90).

    perchè, invece di mettere in discussione i corsi di laurea non mettiamo in discussione noi stessi? quanti si iscrivono a scienze della comunicazione con (1) una passione vera per lo studio di alcuni degli aspetti più interessanti della società di oggi, (2) un chiaro progetto (o quanto meno una chiara aspirazione…) professionale, (3) una propensione per la materia (si, ci vuole anche quella)?
    e quanti, invece, si iscrivono a scienze della comunicazione semplicemente perchè non saprebbero dove sbattere la testa altrimenti?

    Detto questo, credo che un’uscita come quella del ministro gelmini parli più della sua preparazione che di quella dei laureati in scienze della comunicazione.

    • Peggy Olson says:

      Non si vuol fare della facoltà un capro espiatorio, il problema è che una facoltà che esiste e sforna laureati deve essere riconosciuta come tale dal mercato del lavoro e necessariamente dalle istituzioni. Dichiarazioni di quel genere date da un Ministro ledono una categoria già in crisi.

      Possiamo anche metterci in discussione. Chi ha scelto con poca convinzione e come unica alternativa il suo corso di laurea non è in diritto di lamentarsi e ha problemi più grandi da risolvere.
      Invece per gli altri siamo sicuri che bastino la passione autentica, un chiaro progetto e la propensione alla materia per crearsi un futuro?

  2. Scrudge says:

    Senza voler offendere nessuno, bisogna dire che scienze della comunicazione unita a scienze politiche sono le facoltà salvagente dei fancazzisti italiani. E non tiriamoci per il culo. Capisco che ci possano essere un 10% di “appassionati” veri e che mettono cuore ed energie per quello che può essere una loro passione ma per il resto è veramente una laurea di serie b secondo me.
    Primo: forse studi sociologici a parte, la comunicazione non è una scienza. Non si può mediante metodo scientifico trovare teorie su cosa funziona su cosa non funziona ecc. ecc. E’ piena di una serie di variabili totalmente casuali che la rendono completamente imprevedibile. L’unico tentativo di dargli una scientificità sono quelle stronzate dell’auditel e dei focus group che però a livello di comunicazione (pubblicità, qualità dei programmi tv) fanno più danni che benefici.

    Secondo: è inutile in quanto tratta una materia sempre in ritardo. Mi spiego: studi 5 anni poi un anno esce l’iphone (esempio) e tutto quello non serve più a un cazzo perché in un giorno tutto cambia. L’anno dopo studi i cambiamenti avvenuti grazie all’iphone ma chissà cosa altro è cambiato.

    Quindi chiunque abbia scelto scienze della comunicazione (o scienze politiche) a mio avviso ha fatto una bella cazzata. Detto da me che a scienze della comunicazione ho tenuto molti seminari (pagati) quindi sputo nel piatto dove ho mangiato.

    • Peggy Olson says:

      Viste le tue osservazioni e che dici di tenere seminari mi permetto di chiederti: che corso di laurea consiglieresti ad un “comunicatore” del futuro?

      • ExVoto says:

        Lettere? Filosofia? Bastano e avanzano il resto lo fa l’esperienza…sul campo. Chi fa scienze della comunicazione mi ricorda chi fa Brera perché vuol fare l’artista…

      • Peggy Olson says:

        Così certo si scongiurerebbe l’effetto rivoluzionario dell’uscita sul mercato di un nuovo iphone.

    • Alessandro Boggiano says:

      Io ho frequentato Scienze Politiche…. (e ho pure fatto il Classico)…
      Uhm, che delusione a 43 anni scoprire di essere stato un fancazzista a mia insaputa…
      Mi sento un po’ Scajola.

  3. Brando says:

    @Peggy: certo che non bastano, ma questo con nessun titolo di studi. Poi conta chi ha la raccomandazione più grossa :)

    @Scrudge: capisco che per pontificare davanti agli studenti non è necessario informarsi sull’intero piano di studi della facoltà che ti ospita.

    Ma quando scrivi “la comunicazione non è una scienza” probabilmente ignori che gli studi sulla comunicazione si avvalgono di diverse scienze fra le quali scienze umanistiche, la sociologia, la psicologia, la filosofia, economia… capisco che forse stai parlando di ambito un po’ più ampio di quello dei tuoi seminari (sul quale sarai preparatissimo).

    Il primo punto si collega direttamente al secondo “è inutile in quanto si tratta di una materia sempre in ritardo, [...] studi 5 anni poi esce l’i-phone”. Non so chi ti abbia detto che all’università si studiano solo le tecnologie, ma non è esattamente così… l’impianto teorico di un corso di laurea mira fornire prospettive e strumenti per approcciare la realtà. Va da se che l’evoluzione tecnologica modifica col tempo anche queste prospettive e gli strumenti: ma questo vale tanto quanto per la giurisprudenza, l’economia, la medicina, l’ingegneria… non ne consegue che le facoltà sono inutili. E’ sufficiente (e necessario) aggiornarsi.

    Quanto, infine, alla facoltà di serie b: beh finchè si continua a fare certi seminari… :)

  4. suzannefarrell919 says:

    Scrudge, ti rispondo parafrasando una bella storia che girava in rete qualche anno fa.

    Un ingegnere si reca presso un’azienda in cui un costosissimo supercomputer non funziona. Esamina la situazione e in mezz’ora risolve la situazione avvitando una piccola vite. Si presenta al capo e chiede, per la prestazione, 1000 euri. Il capo si lamenta dicendo che la somma, per avvitare una piccola vite, gli sembra eccessiva e chiede una regolare fattura che specifichi le voci di costo. L’ingegnere invia la fattura così:
    avvitamento di una piccola vite: 1 euro
    sapere quale vite avvitare: 999 euro.

    una laurea non serve a nulla in pratica, ma visto il tuo post io ho dubbi sul fatto che tu ne possegga una.

  5. simone says:

    Quale laurea per chi vuole comunicare?
    Senza voler dare veloci e superficiali giudizi su scienze della comunicazione, mi permetto di far notare che la laurea in questione nasce da una costola di lettere, una di scienze politiche e una di economia. Manca di un’identità ben definita, e di pubblicità e comunicazione a scienze della comunicazione se ne parla e se ne studia poca. Io sostengo che sia meglio una laurea in lettere o filosofia, per arrivare ed avere una preparazione solida sulle discipline umanistiche che consentono poi di avvicinarsi e comprendere molto velocemente le dinamiche tecniche della comunicazione. Oppure una laurea in economia, arrivando quindi alla comunicazione da una prospettiva diversa. Meno utile la laurea in scienze politiche nonostante sia una laurea generalista e dal profilo culturale soddisfacente, anche se talvolta frequentata da chi non ha le idee molto chiare, perchè scienza politiche la vedo più indirizzato a chi è interessato alla dimensione pubblica indipendentemente dal prodotto in se. Ma questo non conta.
    Io ho fatto lettere, vecchio ordinamento, a Padova, e non è stata certo una passeggiata. Se tornassi indietro rifarei la scelta. Non c’è un giorno in cui non trovi tra i miei studi risposte e spunti valide per una soluzione in un problema lavorativo, nell’adv.

  6. El Che says:

    @ Scrudge: dopo i due cazziatoni non vorrei apparirti come il tuo fantasma del natale futuro (do per scontato che tu colga la citazione dato il nick), ma mi tocca intervenire. Aggiungo alla eloquente storia riportata da suzanne un particolare, onde evitare che tu ribatta che la vite giusta la si individua meglio con l’esperienza. Ritengo che una laurea non debba insegnare il talento, semmai esaltarlo; nè debba insegnare un’arte, semmai farla conoscere (cit.). Eppure, i miei studi mi sono tornati utili non solo da stagista o junior, ma soprattutto da senior. Quando parli con un mktg manager e gli dimostri di conoscere i driver del suo mondo; quando non cadi dalle nuvole se ti parlano di D.N.; quando ti confronti con un brief e cogli l’importanza di un posizionamento; quando ti arriva un documento dall’internazionale e non devi chiedere aiuto alla cugina che parla le lingue; quando sai apprezzare la complessità di uno spot. Tutte quelle volte, capisci perchè le giornate sui libri non sono da annoverare nell’agenda delle giornate perse…

    @ Simone: La laurea in scienze della comunicazione e/o quella in relazioni pubbliche nella tanto bistrattata IULM comprendeva esami di psicologia, psicologia dei consumi, sociologia, sociologia dei consumi, semiotica, tecniche della comunicazione pubblicitaria I e II, marketing, microeconomia, statistica e due lingue straniere. Sorvolando sulla presunta ‘facilità’ di prendere una laurea lì (vi garantisco che chi ci va per formarsi ne esce preparato), ti chiederei di dirmi una sola di queste materie che sia inappropriata rispetto al nostro lavoro, sarà lieto di dirti perchè ti sbagli. Probabilmente sei solo poco aggiornato rispetto all’offerta formativa italiana.

    • simone says:

      Ciao, non sono poco aggiornato, in quelle facoltà ci ho insegnato fino a 2008.
      Le discipline che citi sono importanti, ma molto raramente nei programmi dei singoli corsi si cita la pubblicità. In più studiare per un esame di sociologia ( uno solo), magari da 600 pagine non è a mio avviso molto sensato. Credo sia meglio concentrarsi in poche discipline da studiare in modo più approfondito. Ma questa è solo la mia opinione

  7. Scrudge says:

    Allora non avrei voluto rispondere, ma sembro diventato il protagonista di una storia.

    Qui mi sembra che vogliate farmi passare scienze della comunicazione come “meglio di niente”. Andata.

    Ovvio che una preparazione universitaria è meglio di starsene al bar a cazzeggiare. ovvio che chi fa SDC(abbr) acquisisce nozioni basilari in vari campi che potranno tornargli utili in un lavoro come questo.

    Il problema si pone quando si rapporta alle altre facoltà. Lì perde di spessore diventa “semplicistica” e mi piacerebbe proprio sapere quanti di quelli che la difendono a spada tratta abbiano frequentato qualche altra facoltà.

    Io sono laureato in Psicologia, ma è come se andassi dai medici a dire guarda che anche io sono un po’ medico perchè ho fatto Neuroscienze I e II.

    E’ un mio parere personale (esperienza Milano, Verona, IULM) e parlo della massa di studenti che si ritrovano a maledirla perchè si aspettavano di essere i nuovi messia della comunicazione italiana per poi finire a fare tutt’altro. Ovvio, e ci mancherebbe che in quella massa di studenti ne esca qualcuno serio e di valore che riesce a coronare una carriera più che dignitosa, ma sono veramente pochi rispetto alle energie e i costi che servono per tenere in piedi una facoltà (a livello pubblico perchè e da lì che parte tutto il discorso).

    Il discorso parte da una decisione del governo (che odio):
    Alla domanda abolireste SDC per reinvestire i fondi nella ricerca scientifica e in facoltà come medicina, ingegnieria, farmaceutica, ecc.ecc.(in un periodo delicato come questo dove tutto sta andadno a troie) la mia risposta sarebbe sì.
    Perchè poi alla fine per fare sto lavoro si passa sempre per una scuola privata a pagare cassa.

    Con questo vi saluto, e vi abbraccio.

  8. dan says:

    ma che cazzo dici? Tu vorresti salvare l’università italiana abolendo sdc. Che fine stratega. Una soluzione davvero brillante, complimenti.

  9. El Che says:

    Scrudge ieri sera ci avevo provato a inviarti qualche spunto di riflessione. Mi aspettavo una risposta logica e un confronto, ma devo gettare la spugna. Costruisci i tuoi ragionamenti su basi talmente discutibili, per non dire altro, che non ho più voglia di dibattere in merito.

  10. bs says:

    io credo che sdc sia una laurea inutile perché ha sostituito dalla fine degli anni ’90 la tradizionale giurisprudenza a cui si iscrivevano le masse che non avevano idea di cosa fare del loro futuro.

    mi sono laureato in una grande città in una materia inutile e per di più in un’università privata (mio padre mi disse che la pubblica era talmente incasinata che non mi avrebbe mantenuto gli studi) che in realtà assomigliava più ad un laureificio che altro.

    io ho studiato seriamente e ho sfruttato il fatto che i prof fossero professionisti del settore.
    infatti per i primi due-tre giorni di lavoro in age, mi è stato molto utile.

  11. leporello says:

    Ecco, continuiamo a fare l’elenco delle università “utili” e quelle “inutili”. Mi spiace, ma non ce la faccio proprio a considerare la cultura come uno strumento che deve per forza servire a qualcosa, vedi entrare in un’agenzia, avere una bella macchina, ottenere riconoscimento sociale. Purtroppo, se uno pensa ancora che l’università sia il biglietto d’ingresso per il mondo del lavoro, allora prego si lamenti pure. E, anzi, gli do un consiglio: eviti di perdere tempo sui libri perchè (incredibile!) è davvero così: per avere successo nel lavoro, studiare non serve a nulla. Basta dire cose intelligenti al momento giusto e avere un istinto per la leadership. E non ci sono esami che te lo insegnano. La formazione è un valore in sé: non sminuitela chiedendo alla Gelmini un lavoro. Sono due cose diverse: fatevi largo con le vostre idee, e non con le vostre conoscenze su Luigi Filippo d’Orleans o la superossido dismutasi. Non vi serviranno mai di fronte a un brief in cui cambia il posizionamento. Certo, se i creativi fossero istruiti, forse avremo meno pubblicitari caproni che non sanno nulla di nulla di nulla se non il titolo dell’ultimo album dei Muse, o che in triennale c’è la mostra di Cattelan, o come si fa un mohito, e decifrano l’attualità seguendo le pagine di adsoftheworld. Ma la verità è che proprio grazie a questa gente qui esistono ancora delle agenzie.

  12. Peppe says:

    Riporto qui un mio post precedente, col permesso di Suzanne Farrel.

    “Eravamo 5 coinquilini, studiavamo Scienze della Comunicazione.
    Laureati vecchio ordinamento nel 2004.
    Uno è redattore all’Avvenire.
    Uno è redattore a La7.
    Uno è account manager in una grande a Milano.
    Uno è copy senior in una grande a Roma.
    Uno è in Procter e guadagna l’ira di Dio.”

    Il tuo discorso Scrudge è superficiale come l’ozono e ci leggo un malcelato astio nei confronti della categoria comunicatori. Non puoi generalizzare, come diceva Berlinguer, è troppo facile.
    Secondo te dovremmo essere tutti avvocati, ingegneri o dottori. Sai quanti sono gli avvocati solo a Roma? 25.000.
    Sai quanti ingegneri sono a spasso? A migliaia.
    E i dottori a 1000 al mese a 40 anni?
    Ognuno ha i suoi problemi e non è sputando su una sola categoria come fosse il male supremo che li risolveremo.
    A me non importava una sega di analisi matematica, meccanica o anatomia.
    Ho preferito il tris semiotica, linguistica e glottologia. E nel mio campo sono un esperto, come lo è un avvocato nel suo.
    Vivi in pace fratello.

    • Scrudge says:

      Bravi, complimenti sinceri.

      Ora potresti continuare la lista includendo le migliaia di iscritti annui.

      Chi è intelligente riesce a muoversi nella vita a prescindere dall’università. Posso fare il tuo discorso inverso: sai quanti direttori di telegiornali, copy senior, giornalisti affermati, account, amministratori delegati NON hanno fatto SDC. Che vuol dire? Discorsi del genere non hanno senso.

      Non sputo su una categoria di professionisti a cui appartengo tra l’altro. E in periodo di rose e fiori o semplicemente in un altro paese non ci sarebbe nessun problema.

      Però, per quanto assurdo esso sia, si sta perdendo il fulcro del problema e di questo post.

      Riassumo e rilancio con questa domanda (che sarebbe surreale in qualsiasi parte del mondo occidentale, ma siamo in Italia):
      se per salvare l’università PUBBLICA italiana bisognerebbe sacrificare una facoltà pubblica. Voi cosa sacrifichereste?

      non rispondete per favore “che discorsi sono”, “si dovrebbe salvaguardare la cultura in ogni sua forma” ecc. ecc. perchè mi trovate d’accordo al 100%. Stiamo parlando della situazione paradossale italiana, che odio e non condivido.

      • Peppe says:

        Le stesse migliaia di inutili avvocati, economisti e medici che sono a spasso. Caro Scrudge. Allora aboliamo Medicina, secondo la tua logica una facoltà che produce esuberi (cioè più laureati dei posti di lavoro disponibili) andrebbe sacrificata. Ma che stai a dì?

        Sei come Vespa, combatti il nuovo perché ti spaventa.
        Ma come me e i miei 4 amici ce ne sono migliaia. Occupati e soddisfatti dei risultati ottenuti grazie agli studi fatti. E che se tornassero indietro rifarebbero 1000 volte la stessa scelta. Perciò rispetto per le persone, amico. Rispetto.
        Tu faresti pagare a chi ha studiato e si è fatto il mazzo colpe da addurre al sistema università. Un po’ come Marchionne con gli operai.

        Per rispondere alla tua domanda invece: credo che non ci sia NESSUN laureato in SDC nelle posizioni che indichi, semplicemente perché è una facoltà recente. Dacci tempo.

    • simone says:

      approvo ciò che dici, ma ora rispetto al 2004 la situazione è cambiata.
      Nel 2004 i laureati in s.d.c erano pochissimi e si trattava di una laurea v.o , ora sono molti e non si possono paragonare le lauree v.o da quelle n.o

      • AccountSupervisor - LaureaRelazioniPubbliche (non IULM) V.O says:

        Perfettamente d’accordo con te Simone. Ma, quindi, ti rendi conto che il problema di fondo non è SDC, ma un altro, ovvero la bassissima qualità del nuovo ordinamento? E questo vale per tutti i corsi di laurea.
        Mi sembra che qui si discuta del nulla…

  13. suzannefarrell919 says:

    per salvare l’università pubblica basta chiudere SDC? mi sembra surreale oltre che paradossale. allora per salvare la sanità decidi quali ospedali vuoi chiudere. per risolvere la lentezza burocratica delle pratiche dei tribunali ne prendi 30 a cso e decidi di farli chiudere. ma di che stiamo parlando?

    • Scrudge says:

      Della surreale e paradossale situazione italiana. Un paese marcio fino al midollo.
      Probabilmente siamo la democrazia peggiore del mondo. Questa stronzata della gelmini probabilmente si farà. Quindi o parliamo di cose assurde che in italia diventano realistiche, o parliamo di salvaguardare la cultura sotto ogni suo aspetto, dare meriti a chi si impegna negli studi riconoscendone le capacità, dare un posto di lavoro a tutti gli studenti e avere un sistema universitario tra i migliori del mondo (SDC compreso).

      Sarei felicissimo si risolva tutto secondo il fantascientifico modello positivo.
      Disprezzo questa situazione quanto voi, ma non sono nè un ministro, nè un parlamentare, nè loro parente o amante. Quindi realisticamente siamo fottuti.

      Quindi ad una realistico/paradossale situazione ho dato la mia risposta realistica/paradossale. Ma in fondo spero proprio di cuore che voi tutti possiate salvare l’università italiana con le vostre belle parole.

  14. leporello says:

    scusami scrudge, ma il fulcro del problema di questo post non è salvare l’università italiana. è capire quanto l’università italiana può aiutare quella ragazza a diventare una professionista della comunicazione. e tutti noi che pasturiamo nelle agenzie sappiamo la risposta. è ovvio che le università promettano posti di lavoro per vendere i loro corsi, ma la stessa cosa accade con ingegneria, medicina (vogliamo parlare dell’inflazione di medici?), architettura (che forse è anche peggio di comunicazione)… perchè prendersela tanto con comunicazione?
    il vero problema, a mio avviso, è che le persone, studenti compresi, poco facilmente attribuiscono il loro fallimento alle loro scarse capacità. per questo, c’è bisogno di crearsi un nemico. la Gelmini e le lauree cosiddette “inutili” servono a questo. ecco, in questo diventano “utili”

  15. il fantasma del gennaio presente says:

    non credo che nessuno di questi commenti sia pertinente con la lettera di questa ragazza. e, pur avendo opinioni molto precise sulle polemiche che avete tirato fuori, non ne capisco la pertinenza. nella lettera del post il nome della facoltà potrebbe essere uno qualsiasi e il discorso resterebbe comunque valido: se lo stato pensa che un’università STATALE sia completamente inutile, perché la lascia aperta e permette che ci si spendano soldi e tempo? Non importa se quella facoltà sia davvero inutile o no, quello è un discorso a parte, ma dov’è la coerenza? O quel corso di laurea dev’essere combattuto come inutile e quindi nocivo per lo spreco di euro e anni, con tanto di rimborso come quello richiesto dalla ragazza, oppure deve funzionare ed essere riconosciuto come valido, da chi è responsabile dell’istruzione prima di tutto!
    Ma soprattutto mi chiedo: che c’entra con BadAvenue?

    • Peggy Olson says:

      La lettera non è stata pubblicata per disquisire sui tagli universitari ma per suscitare un dibattito sulla reale “utilità” di una laurea in generale o di quella specifica in SdC per lavorare in pubblicità oggi.

  16. Nevvero says:

    Ha ragione Scrudge.

    SdC è inutile (e se esci con meno di 110 e lode e con più di 25 anni meglio andarsene ad affettare salame all’Unes, come scriveva qualcuno giorni fa).

    Ve lo dice uno che ha fatto SdC (mi serviva come pezzo di carta da allegare al curriculum, per lavorare in pubblicità. Una pura formalità, insomma) e che si vergogna di rispondere alla domanda “che tipo di studi hai intrapreso?”.

  17. Peppe says:

    In effetti ha ragione Scrudge, escono pochi talenti da Sdc, che lavorano e fanno carriera. Ma tu non fai parte di questa categoria.

  18. Enzo Di Sciullo says:

    Ciao a tutti,
    personalmente appoggio al 100% la lettera di questa ragazza e se fossi nella sua stessa situazione ne scriverei una anch’io. Siamo in un governo che non ha idea di cosa sia il merito e oggi tutto verte intorno al “soldo” purtroppo. L’impiego è diventato un tema legato solo all’economia e alla sopravvivenza, non più alla professionalità derivata dalla passione. È una dinamica triste e profondamente inutile a lungo termine.

    Il vero mistero per me, che sono un creativo di 27 anni, è l’atteggiamento di chi vive in pubblicità. Quelli che lavorano cercando di seguire una sorta di etica, denunciando chi si piega troppo al marketing, e allo stesso tempo però vivendo in una sorta di bolla alienante, che possiamo semplicemente chiamare l’elite dei pubblicitari. La crisi e la difficoltà di conquistare clienti aumenta gli sfruttamenti a danno dei creativi nelle agenzie, che vengono ricattati moralmente: “Se non fai le 4 del mattino vuol dire che non hai passione”. Io faccio le 4 del mattino, ho un contratto fisso e non potrei lamentarmi, ma è ora secondo me che questa categoria abbia dei diritti sindacali. Cosa che oggi, a causa delle istituzioni e del mondo pubblicitario stesso, non c’è.
    La passione che diventa professione in qualsiasi ambito deve essere protetta, nessuno escluso.

    Enzo Di Sciullo

  19. Giù says:

    Questa si preoccupa della laurea in Sdc e non delle fantastiche lauree on-line. Mia cugina si è laureata in un anno studiando per ogni esame dispense di 30 pagine… e sai com’è, mi girano un attimo le palle visto che io la laurea l’ho presa in 5 anni (vecchio ordinamento), facendomi il cu##lo! Questo paese è uno schifo, paga e ti sarà dato!
    Pure il cervello che non hai!

  20. Les matins des magiciens says:

    Come spesso succede, il problema è altrove. O è anche altrove. Il problema è la provenienza. La storia di ognuno. Il talento. Non è Scienze della comunicazione il punto. E’ Scienze della vita il punto, o Scienze del talento, o -almeno- Scienze della volontà. Qualche anno fa i pubblicitari erano tutti ex. Ex spacciatori, ex giornalisti, ex calciatori, ex battone, ex marinai, ex insegnanti di liceo, ex cuoche, ex viaggiatrici a cottimo, ex pittori (nessuno di questi esempi è inventato). Tutti falliti e tutti stracarichi di vita. E portavano in agenzia una ricchezza che arrivava proprio dalla vita. Sogni e sensibilità diversi, diversi approcci, diverse storie. E le agenzie erano un’altra cosa, chi andava scalzo, chi non parlava mai, chi si bucava in bagno. Si litigava di più, e si litigava tra giganti, come diceva un vecchio mignotto del mestiere (omosessuale non dichiarato, non lo diceva neanche a se stesso) che la sapeva lunga. Si litigava una notte intera su una virgola o un punto o su un posizionamento. Certo non tutti erano giganti, coglioni e imbecilli ci sono sempre stati, l’unica speranza era che non fossimo noi. Oggi invece i ragazzi che vogliono fare questo mestiere vengono quasi sempre dagli stessi posti: Scienze della comunicazione, IED, Iulm, Lumsa. Portano con sé tutti quasi la stessa storia, gli stessi sogni, le stesse conoscenze. Le stesse famiglie e gli stessi viaggi. Ci tengono molto a far vedere che sono buoni e che non puzzano. Quando fanno i colloqui quasi sempre sono sempre vestiti bene, a modino, e a modino ti chiedono quando saranno le ferie e quanti ticket. E’ vero che se ne arriva uno vestito a cazzo lo guardi male ma poi se ha qualcosa da dire lo ascolti. E io vorrei ascoltare suoni diversi. Sarà che sono anni che non vedo più i creativi (parola orrenda, da abolire, ma non so con quale altra, so che non la sopporto e che non la sopportavo neanche quando veniva usata per me) però vedo le loro cose. E io, vecchio di 46 anni suonati, devo urlare a bassa voce a questi giovani vecchi di osare di più, di lasciare una traccia, di farmi incazzare. E invece tutto giusto, tutto pesato, tutto a modino appunto. Sì, lo so, lo so: generalizzare è sempre sbagliato ma non sono bravo a farmi capire e allora generalizzo. Quanti sono i bravi, i talentuosi? Lele Panzeri ce lo ha detto e io, per quel che conta, confermo: pochi, cazzo, pochi. Un mestiere del cazzo che tutti vogliono fare. Serve Scienze della comunicazione? Ma che ne so. Come tutto, serve se sei, non serve se non sei.

    @Scrudge. Né.

    • simone says:

      Parole sante le tue, e bellissima la descrizione sugli ex. D’altra parte è così, il lavoro del pubblicitario esisteva ben prima dell’istituzione della laurea in scienze della comunicazione e andiamo a chiedere ad un manager di Publitalia80 se all’epoca, Fininvest aveva bisogno di giovani laureati in psicologia o di giovani svegli, provenienti da qualsiasi facoltà, da formare nel tempo con un master ad hoc o con un master chiamato tirocinio.
      Stessa cosa per altre categorie. Un esempio? Gli psicoterapeuti. Oggi forse pochi sanno che i guru italiani della psicoanalisi, gente che ha più di 60 anni e spesso più di 70 o 80, sono laureati in filosofia o in lettere, non certo in psicologia visto che prima degli anni 80 la laurea in psicologia non esisteva nemmeno. Loro sono stati più furbi ed hanno inventato l’albo degli psicologi che costrinse chi voleva fare lo psicoterapeuta ( psicoterapeuta e psicologo non sono la stessa cosa) a sostenere un esame di stato al quale potevano accedere solo i laureati in…psicologia, oppure coloro i quali avessero un dottorato in discipline psicologiche. In quel settore c’è di mezzo la la salute. Nel nostro no e quindi si può anche evitare di regolarizzare.
      Ora alcuni dati di fatto
      1- I più grandi creativi italiani non sono laureati in scienze della comunicazione e lavorano ancora benissimo. Spesso hanno più di 50 anni, e magari non sono laureati e nemmeno diplomati. Ho conosciuto più art director diplomati che laureati. Non parliamo dei copy.
      2- la maggior parte dei professori di scienze della comunicazione non ha mai lavorato per la pubblicità ( guardate la lista degli esami e ve ne renderete conto). Di esperienze del mondo reale dell’adv quindi molto poco. ( n.b parlo della laurea in s.d.c). Provate invece a chiedere a un buon professore di Architettura se il suo valore aggiunto sono i libri scritti o i progetti firmati. Dirà i progetti
      3- A livello statistico s.d.c ha un livello di abbandono superiore a molte altre facoltà tradizionaliste escludendo giurisprudenza che conserva il primato dei ritirati, nonostante vi sia l’ingresso a numero chiuso a s.d.

      • Mastazzitto says:

        Laura Sordi, direttore creativo interactive di Lowe è, Linkedin alla mano, “Lumsa University of Rome, Faculty of Letters
        Bachelor’s, on COMMUNICATION AND ADVERTISING”.

        Quindi, caro Simone, hai detto una cazzata. I tempi cambiano e i laureati in comunicazione crescono.

  21. Pingback: Il problema è altrove. | Donald Draper

  22. Pingback: Peggy certo | TouchByAnAngel

  23. "Scienziata" politica says:

    Ho trovato solo ora questa discussione, un po’ per caso e, nonostante sia trascorso molto tempo da quando è stata iniziata, non ce la faccio a non intervenire!
    @Scrudge: Ho trascorso cinque anni a scienze politiche a sgobbare sui libri, non so come si possa definire “cazzeggiare” studiare circa 1200 pagine per ogni esame e non credo che la mia preparazione sia superficiale dal momento che ho acquisito conoscenze di:
    diritto privato su un manuale come il Torrente, diritto pubblico, diritto internazionale, diritto costituzionale italiano e comparato, storia moderna, storia contemporanea, storia della pubblica amministrazione, storia dei trattati e politica internazionale su un manuale come il Duroselle (materie le ultime quattro che equivalgono a conoscere la storia dal 1492 ai giorni nostri), sociologia, scienza politica, sociologia dei fenomeni politici, statistica, demografia, economia politicadue lingue straniere (nel mio caso inglese e francese), storia delle dottrine politiche, filosofia politica… e mi fermo qui con l’ elenco…

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