La verità non sta nel mezzo

Ritengo di aver scritto alla Dottoressa Lazzarotto una risposta educata e pacata.     Pertanto, Caro Donald, rigetto le due qualità che troppo generosamente mi attribuisci definendomi  “sanguigno” e “passionale”.
Forse il weekend in Camargue ti ha ammorbidito (sorriso).

La Dottoressa Lazzarotto, Direttore di Youmark, è entrata in casa nostra non molto elegantemente: “caro donald… a questo punto mi hai proprio rotto i coglioni”.
L’ha fatto in un post, Gandhi va in Russia, che alludeva alla nuova avventura dirigenziale di Marco Cremona.

Questa sua evidente mancanza di grazia, mi ha indotto a pensare che fosse lei l’autrice del titolo, per altro geniale, “Usuelli e Pogliani guidano Mc Cann verso il futuro”.
Mi scuso con la Dottoressa Lazzarotto per l’errata attribuzione.
Ma capisco ancor meno le ragioni della sua  “entré”.

E ritengo che la Dottoressa Lazzarotto dovrebbe chiedere scusa a noi, non solo per l’inelegante entrata in scena ma per lo psicologismo da 4 soldi che trasudava tra le righe del suo stizzito intervento. Che è , nero su bianco. Firmato “Monica”.                                    E non serve leggere troppo tra le righe per ritenerlo offensivo in modo gratuito.

Così, anche se ora la Dottoressa Lazzarotto parla di mediazione e usa toni moderati,  con altrettanta moderazione le rispondo che la verità non è sempre nel mezzo come sostiene lei in uno dei tanti commenti lasciati nelle ultime 24 ore.
Questo è relativismo di comodo. Posso comprenderlo in chi, come ho già scritto, la verità può al massimo “tangenziarla” furtivamente. Ma che non mi venga proposto come modello di comportamento. Nessuna mediazione con ladri, sfruttatori, mezzani e ragionieri che  infestano il nostro lavoro. E che le fanzine di settore (non me ne voglia la Dottoressa Lazzarotto) continuano a raccontare del tutto acriticamente.

Sono contento di apprendere che la Dottoressa Lazzarotto faccia il suo lavoro con grande passione. Capita ormai a pochissimi di noi. Non voglio giudicare le sue scelte, perché non ne ho il diritto. Come lei non ha il diritto di giudicare le nostre. Ma che sia chiara una cosa: noi non siamo  e non saremo mai dalla stessa parte. Qui nessuno di noi è pagato per raccontare quello che vede e non mettendoci la faccia non incrementiamo nemmeno la nostra reputation.

E’ un sistema talmente sputtanato, che essere disinteressati è oggi forse l’unico modo per essere credibili.
Capisce perché non posso crederle Dottoressa Lazzarotto? Ma sarò il primo a ricredermi, se lei sarà sufficientemente coraggiosa. Solo mi chiedo per quale motivo dovrebbe farlo.

La risposta è troppo idealistica e non so se le piacerà: essere la prima a raccontare che la verità non sta nel mezzo. Essere la prima vera giornalista, in un settore che non ne ha mai visto nemmeno l’ombra e in un Paese che non ne ha quasi più, quale che sia il settore.

Lo faccia. E il nostro blog non avrà più ragione di esistere. Ma io pagherò l’abbonamento al suo nuovo Youmark.

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14 Responses to La verità non sta nel mezzo

  1. Mug says:

    “Coraggiosa”? “Chiedere scusa?” Ma come fate a dire queste cose, voi che siete dei pagliacci anonimi? (anonimi ormai solo per pochi, ovviamente)

  2. ExVoto says:

    Ma perché ricorrere all’insulto? Perché essere continuamente autoreferenziali? Perché pensare che il ‘mondo’ ruoti intorno alla pubblicità? Diamo il giusto peso alle cose che diciamo e che facciamo. La signora Lazzarotto sbaglia quando dice ‘mi avete rotto i c…’ perché usa un tono sbagliato e penso che se ne sia resa conto. Ma molte delle sue considerazioni sono comprensibili e condivisibili. La ‘verità’, purtroppo, non si legge nemmeno sulla stampa generalista, quella che dovrebbe parlarci delle magagne della politica, delle vittime civili in guerra e del mondo poco dorato della nostra imprenditoria! Non si può pretendere dalla stampa di settore giornalismo investigativo, mi accontento solo di non leggere ‘mistificazioni’ che a volte sono involtariamente comiche e su questo fronte non sono tutti uguali come dite…c’è chi racconta le cose al meglio delle proprie ‘possibilità’. I limiti del giornalismo di settore poi sono legati anche alla scarsa qualità del mondo pubblicitario italiano…più facili essere eccellenti quando si può raccontare l’eccellenza….in Italia, ripeto, di eccellenza pubblicitaria, per diversi motivi, ne vedo poca. E a leggere tanti commenti trovo tanta frustrazione che però all’interno degli uffici si manifesta solo alla macchinetta del caffé (e solo sussurrata). Un lamentatoio serve solo se poi nel nostro piccolo cominciamo a dire dei no alle ‘proposte’ indecenti!

  3. The Skeptical Enquirer says:

    La stampa di settore, You Mark! (perché esclamarlo? ) compreso, è un pò come i Key Awards e certi altri premi di settore . Ora nessuno dell’ambiente prende sul serio i Key Awards, anche se magari li bazzica per accompagnare i clienti o adescarne qualcuno. Ma chi pensa davvero che siano dei veri premi ? Nessuno. Esattamente come nessuno pensa che You Mark! faccia del giornalismo, anche se magari si lascia intervistare o manda le fotine dello spot. Tutti lo facciamo per farci pubblicità e ipocritamente stiamo al gioco, ma sappiamo benissimo che è una pagliacciata. Anche se per ovvie ragioni non ve lo diciamo apertamente. All’estero non è così, hanno Advertising Age e Campaign, giornalisti veri come Bob Garfield. Danno le notizie anche quando non fa comodo alle agenzie e ai clienti, ma sono influnti e rispettate da tutto l’ambiente.

    • Polpopol says:

      Giusto. Sarebbe il caso di smetterla con questa farsa. Ma la colpa è nostra: abbiamo bisogno di visibilità, queste testate ci offrono – ci vendono – la possibilità di dare visibilità alle campagne, alle agenzie, ai clienti. E noi stiamo al gioco. Bisognerebbe boicottarle, così forse si ricorderebbero di essere dei giornalisti e non dei PR. Chi comincia?

      • Suzannefarrell919 says:

        Insomma Polpopol, noi non abbiamo bisogno di visibilità. Ci servono ben altre cose, che hanno a che fare con la sostanza del nostro lavoro molto più che con l’apparenza.

  4. ExVoto says:

    Certo Skeptical….ma lo stesso discorso che fai per la stampa di settore in Italia vale anche per i quotidiani o i magazine, che non hanno certo l’autorevolezza e l’indipendenza di quelli anglosassoni…da noi è tutto un teatrino, dove ognuno recita un ruolo. Però non dimenticare il rispetto per i professionisti che comunque cercano di fare del loro meglio e farlo raccontando un mondo che è spesso ‘pateticamente autoreferenziale’ come quello della pubblicità non è facile. Soprattutto quando i creativi si offendono per ogni minima critica ai loro lavori, nemmeno si trattasse di opere d’arte! I pubblicitari fanno le interruzioni dei contenuti e giornalisti di comunicazione hanno l’amaro compito di raccontare al meglio di voi che fate queste interuzioni (e che negli ultimi tempi non sono neppure grandi interruzioni qualitativamente parlando). Advertising Age e Campaign, che tu citi, si trovano a raccontare un mercato pubblicitario più ricco e più creativo (questo almeno risulterebbe dai premi seri). Questo, credimi, rende tutto più facile. Giornalisti veri, come Bob Garfield, hanno la fortuna di poter parlare di e con creativi veri….

  5. nicolò says:

    Nel mio piccolo, ho detto la mia, vorrei discuterne, per saperne di più ;)

    http://www.nicolovolanti.com/blog/12/mettiamoci-la-faccia-e-pure-la-firma/

    nico

    • dickwhitman321 says:

      Solo le battaglie finali vanno combattute a viso scoperto, mio giovane amico. Perché il nemico sappia chi lo sta sconfiggendo. Non e’ ancora il momento. Ora molti di noi verrebbero schiacciati e non potrebbero più raccontare ciò che vedono. Abbi pazienza.

  6. Suzannefarrell919 says:

    Nicolò, avere 20 anni ed essere uno studente di comunicazione che ama la pubblicità (cito dal tuo blog) ti rende diverso da noi. Diciamo dai 5 ai 25 anni diverso da noi.
    Oppure diciamola più schiettamente: noi abbiamo contratti da difendere e il nostro nome, pure se ti sembra assurdo, in chiaro rischia di passare da testo a pretesto.
    Lavorare in agenzia e criticarla è giusta causa di licenziamento.
    E questo blog è nato anonimo per evitare che nascondendoci dietro i nomi dimentichiamo di fare venire fuori i contenuti.
    Questo non perchè siamo codardi ma perchè la scelta editoriale è di privilegiare le idee in un mondo che spesso privilegia i nomi.
    Questo non vuol dire che l’anonimato deve essere fonte di vigliaccheria.
    Qui dentro devi essere libero di dire quello che succede davvero, la nostra identità non interessa, interessa smascherare l’identità di chi ci ha portato a questo punto di esasperazione.

    • nicolò says:

      eh si, è quello che immaginavo. E lo capisco benissimo, se si rischia il posto la cosa non è certo semplice.

      Spero di vedere presto il momento in cui a viso scoperto, non si avrà più paura.

      sono con voi : )

  7. monica says:

    Gentilissimo Dickwhitman321 ,
    porgo anche a lei l’invito, mi dica dove e quando possiamo organizzare una videointervista. Giuro che youmark non le taglia mai, una sorta di diretta senza montaggio. Mi faccia sapere

  8. dickwhitman321 says:

    Dottoressa Lazzarotto,
    le interessano i contenuti o la mia faccia?
    Nel primo caso, mi mandi un elenco di domande e le risponderò per iscritto.
    Nel secondo, devo confessarle che sono un uomo sposato.
    Cordialità
    Dick Whitman 321

  9. no future says:

    ma in mccann cosa sta succedendo esattamente? da internazionale l’agenzia diventa locale cosa vuol dire tradotto in fatti?
    che l’internazionale non ripiana più i debiti quindi tutti a casa?
    o che ci si fondo per davvero e la traghettazione è quella?
    o che altro??

    chi sa parli perchè sono in ballo posti di lavoro e anche il futuro di 2o ragazzi laureati a pieni voti e che fanno volontariato :)
    Appunto volontariato….

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