Buongiorno pubblicitari, clienti, e soprattutto benvenuto a chi è entrato in questo blog per sbaglio. Siete sempre in tempo per scappare a gambe levate e pensare che il nostro sia un bellissimo lavoro. Che ci divertiamo a farlo, e che saremmo disposti a farlo anche gratis.
Mi chiamo Suzanne Farrel, e sono una senza fronzoli e che non ama le smancerie. Dimenticate i fiori, le colazioni a letto e di svegliarvi in hotel di lusso occupati solo durante la pausa pranzo. Io non amo i parrucchieri e mi trucco il giusto, non sono una che aspetta a casa il marito coi bigodini in testa e non fumo 50 sigarette al giorno accumulando bile.
Sono un’amante, e il mio ruolo non è facile. Ci saranno volte che non potrete fare a meno di me e volte in cui la mia presenza vi sembrerà inutile, ingombrante e invadente. Siamo stati tutti amanti di qualcosa o qualcuno per un certo periodo e sappiamo bene come funziona il gioco perfido e perverso dell’innamoramento senza responsabilità.
Sono un’account, e che la cosa per carità non attiri le vostre antipatie ancora prima di conoscerci. Ci sarà tempo.
Non aspettatevi i salti mortali per difendere i miei colleghi, e soprattutto non sperate nel fatto che prima o poi abbasserò la testa.
Sono qui per farvi scoprire l’altra metà del cielo, e vorrei iniziare dal vocabolario delle parole che io, come account, mi vergogno di avere sentito in 10 anni di pubblicità e agenzie di tutti i tipi.
Ci tengo a sottolinearlo, sono gli account che usano parole stupide, e sono loro che meritano il nostro pollice in giù quando lo fanno.
La parola del giorno, che non vogliamo sentire mai più, è: sottostaffati.
Ora, bisognerebbe avere avuto, prima di tutto, uno staff. Fatevi un giro nei reparti account, per capire davvero chi fa cosa, e a che livelli sono distribuite le responsabilità.
Cercate, prima di criticare ciecamente, di capire chi è la persona con cui state parlando, perchè magari non si tratta di un idiota. Semplicemente, è solo una persona che lavora da poco e che non è abbastanza pronta per quel ruolo.
La maggior parte di noi è stata lasciata da sola a gestire clienti più o meno complicati e più o meno grandi. Alcuni, miracolosamente, sono cresciuti. Altri, esattamente come accade quando da piccolo i tuoi ti trascurano, ne subiscono le conseguenze giorno per giorno, avendo delle lacune che non immaginano neanche di avere.
Come fanno giustamente notare i clienti, questo è un lavoro che fai o perchè sei molto giovane o perchè sei molto vecchio e quindi costa troppo lasciarti a casa. La maggior parte di noi sopravvive senza crescere, aumentano le responsabilità ma non i contratti. Peggio, ti chiedono di fare da Director dandoti poco più soldi di un Executive. E il punto non è che siamo sottostaffati. Il punto è che manca l’attenzione alle persone e che, a differenza dei creativi, noi lavoriamo quotidianamente con clienti che, per fare il nostro stesso lavoro, guadagnano il doppio di noi, e lo fanno all’interno di strutture che hanno culture aziendali e che prospettano piani di crescita e di carriera. Tutte cose che dentro le agenzie di pubblicità non esistono.
È un mistero ma non è un segreto dire che di amanti come me è pieno ogni reparto. Poi ci sono ragazze serissime e persone davvero in gamba al posto giusto, ma la regola è che dopo che sei arrivato, capisci i giri dei letti che la gente ha fatto per trovarsi dov’è. E fortunatamente la cultura del letto è orizzontale, e si spalma quindi su tutti i reparti e a tutti i livelli.
Non dite mai più che siamo sottostaffati. Siamo semplicemente sottoacculturati, e sotto sotto sappiamo che a qualcuno piace così.
Per questo, anzichè continuare a diffondere verbi sbagliati e parole inutili sarebbe meglio dare un nome alla nostra condizione. E cercare di capire perchè fa comodo a tutti che noi non cresciamo e che non siamo adeguatamente retribuiti, e che l’intero settore non abbia della cultura aziendale al suo interno. Fa comodo esattamente come fanno comodo tutte le forme di ignoranza. Fa comodo perchè è più semplice annientare della gente demotivata che della gente agguerrita.
Ecco. Non direi che siamo sottostaffati. Direi che rispetto a qualsiasi altro settore siamo, semplicemente, sotto.
Ops,
ho giusto scritto, dieci minuti fa, due parole a D.D., chiunque egli sia.
Account. Se questo è il punto, cara Suzanne, dico la mia. Eccola.
La creatività, la Creatività, si deve potere esprimere in qualsiasi ruolo
si ricopra all’interno di un’agenzia – o tentativo di essa -.
Questo è quello che ho cercato di trasmettere, a volte con successo, a chi ha avuto l’enorme disgrazia di lavorare con me.
Nessuno deve, almeno dovrebbe, sentirsi come dici “sottostaffato”: non esiste!
Chiudo. Vogliamo definire il ruolo una volta e per tutte?
Qui si pensa che il ruolo sia quello di “portare clienti”.
Ne vogliamo parlare?
A presto,
Benni
Benni, non vogliamo definire il ruolo. Vogliamo aprire un dibattito sullo stato dell’advertising oggi in Italia.
Siamo uno spaccato, non pretendiamo di essere tutto l’universo. E certamente la mia visone è parziale, ma ti risponderei con un grande classico: non ho mai detto che il mio ruolo sia “portare clienti”.
Si parla di ruoli, di mancanza di cultura, di differenze tra account e clienti nella formazione e nella retribuzione, e di molte altre cose che credimi hanno più a che fare con l’essere che col fare. Da me non sentirai mai dire che un acount serve a qualcosa, perchè proprio come i creativi, l’account da solo non serve a niente. Nè a portare nè a perdere clienti.
Ne vogliamo parlare, eccome! Siamo qui per questo.
Suzanne
ecco, mi piacerebbe lavorare per un account agguerrito, non schienato orizzontale sul cliente, non a priori prevenuto nei confronti dei creativi. un account che sappia sognare e trasformare la creatività in roba che si può vendere, che dia dei brief, ok, ma che sia disposto anche a comprendere eventuali proposte per lui “fuori brief” ma non in assoluto. perché poi l’account, per me, è il mio primo cliente, è a lui che devo vendere le mie idee e se questo costa qualche schermaglia è sempre meglio dei saccenti “no” che spesso piovono in testa. quindi: bene suzanne, riemergi.
laura grazioli
Laura che non ami l’anonimato, grazie dell’incoraggiamento. Dal tuo tono emerge una specie di trauma legato all’account. I no saccenti, il non sapere vedere i brief che sono “fuori” rispetto a quelli che sono lungimiranti, fa parte della cultura. E la cultura in agenzia purtroppo arriva dopo tantissime cose, a voler essere ottimisti la cultura è una cosa che si impara. Io lavoro ogni giorno per sostituire la logica del fare con quella, che per me è imprescindibile, del fare bene.
Tutti abbiamo bisogno di pensare, e di pensare prima di fare.
Think before printing…e non solo:)
Io gli account non li ho mai odiati, a volte ho provato insofferenza sì, ma odio no, anzi. Direi anche che stimo il ruolo perché io non sarei mai capace di avere il loro tatto e la loro diplomazia, il loro saper trattare col cliente. Però mi fanno cadere le braccia quegli account che, come ho scritto nel post a Rachel, fanno da passacarte.
Cliente: “Vogliamo la foto di un cane sulla luna. Ma non un cane qualsiasi, deve essere un pastore alsaziano azzurro, con il pelo però tagliato, un occhio invaso dalla cataratta, e la luna deve essere fatta di formaggio cremoso leggermente ammuffito sui lati. Il tutto entro 10 minuti.”
Account: “Si, non c’è problema, a fra poco”.
Va bene accontentare il cliente, siam qua per questo, è verissimo. Ma esiste un limite, una soglia oltre la quale dire “No”? Mi piacerebbe avere il punto di vista sia di Suzanne che di Rachel (che ringrazio per la prima risposta e che attendo più tardi per quella più succosa).
cara la D. N.,
l’unica soglia che esiste, secondo me, è l’intelligenza. e questo a tutti i livelli. non c’è nessuno che onestamente possa dire di si ad una richiesta del genere, o a richieste simili. poi ognuno l’intelligenza la usa come vuole. io ho sempre sperato che la gente ragioni quando parla al telefono con un cliente. e se uno ti chiede una cosa del genere vuol dire che non ti usa come un consulente ma come un passacarte. vuol dire che quindi te lo sei meritato. i clienti sono persone e, proprio come i cani i cavalli o altre bestie, sentono con chi hanno a che fare.
passacarte potrebbe balzare in testa alle classifiche come parola che sarà oggetto del mio prossimo post e che non vorrei mai più sentire.
preferisco di gran lunga la definizione di “filtro”…cosa che una volta mi è stata detta da un cliente di specie superiore:)
Mia cara Suzanne, devo dire che parlare civilmente delle casistiche in base ai ruoli è veramente interessante. Purtroppo, nell’agenzia in cui sto, mi è capitato tante e tante volte che un cliente avanzasse richieste praticamente identiche a quella riportata. E ogni volta è sempre stato un “Si”. Se il creativo diceva che non si poteva realizzare (non senza aver sputato 3 o 4 denti sul layout), allora eri uno spaccapalle. In due parole, o facevi o facevi. Mi spiace che certi account facciano questa fine, purtroppo noi “dipendiamo” da loro, da come parlano con il cliente, e se loro dicono di sì poi la smazzata faticosa è nostra e non è nemmeno detto che vada sempre bene…
Felice di averti fornito la prossima parola per il tuo futuro post, adoro approfondire
carissima, io so perfettamente di cosa parli. e so che il nostro lavoro è pieno di gente così, pullula di accountine che fanno il loro compitino e che poi vanno a casa. è facile, dopo una giornata a galoppare, vedere solo il layout in faccia ed il no di un creativo. dentro di me spero che si apra un dialogo che sia nei due sensi, e che serva ad aprire gli occhi di chi non immagina di avere alternative. la cultura del “si” va sostituita con la cultura del “perchè”.
e farsi delle domande prima di farle agli altri è difficile.
fare in modo che ai creativi arrivi un pensiero elaborato e non un monosillabo, è una grande bella idea! non trovi?
Suzanne non passa le carte.
cara suzanne, forse è vero che sono rimasta shoccata da rapporti con account duri-e-puri, ma poi ha ragione D.N., non siete mammolette con i creativi, in generale. non fate squadra con i copy e gli art, voi del commerciale e, di nuovo ha ragione D.N., finché non vi si fa contenti ritornate alla carica, con le buone o con le cattive. poi è vero: senza di voi non siamo nessuno e senza di noi non siete nessuno. comunque mica voglio farti la guerra, anzi: mi stai simpatica. è per questo che insisto.
laura
Cara Suzanne, sostituire la cultura del “perché” con quella del “sì” sarebbe un gran bel passo avanti e mi chiedo come mai non ci arrivino tutti, a me pare non dico semplice, ma almeno logico o quantomeno intelligente. No? Si sente da come parli che sei una buona account, che non passi le carte e che hai una certa esperienza nel ruolo. Sono certa che i creativi non remino contro agli account per partito preso e che prima o poi un accordo si possa trovare, a patto che ognuna delle due parti vada incontro all’altra. Perché, come dice Laura, alla fine siamo complementari, un po’ come yin e yang. Poi sai, possiamo star qua a discutere delle due “fazioni” anche tutta notte, ma il fatto è che son sempre le persone a fare la differenza… e più sempre che spesso la fanno in negativo, ahimé.
Scrivi proprio come il Draper. Stessa … scuola?
non ne ho la minima idea, è anonimo anche per me.
Ops, mi sono resa conto solo ora, rileggendomi, che volevo intendere “sostituire il sì col perché”, ho invertito, chiedo venia!
Recitate troppo un ruolo. Tutti. Compreso DD.
Mi sono annoiato. Non ci vengo più qua.
Ciao.
ma tu hai presente su che blog sei finito? cerchiamo di fare controinformazione pubblicitaria, prendiamo nomi, caratteri e avatar da una serie tv americana che parla di pubblicitari. I ruoli sono nel nostro manifesto, non capisco in cosa consiste la sorpresa o il disappunto.
Capisco perfettamente Purista. Qui di controinformazione non c’è neanche l’ombra. Non se ne fa proprio. Si spettegola e ci si scanna l’uno con l’altro come su qualsiasi banalissimo blog. E’ triste ma è così. Siamo tutti pubblicitari, siamo tutti creativi (anche i bravi account lo sono e anche i media quando vogliono), ma questo blog è la fotocopia di tutti gli altri. Tutti contro tutti. Polemiche trite e ritrite, banalità, cliché, luoghi comuni e spetegules. Sembra di essere a una cena della Sipra seduti ad un tavolo con colleghi sconosciuti: arrivati al secondo e prima del dolce si comincia a parlare del conflitto creativi/account. Mi cito: “cheppalle!”
Il problema degli Account sono sempre stati i clienti e gli Ad delle Agenzie. Le carriere degli Account finiscono al 95% fuori dalle Agenzie, un lavoro frustrante anche per gli Account più dotati, intelligenti e sensibili al fattore creatitivà. Per non parlare della totale assenza di incentivi che non fossero i bonus economici di fine anno: altro coltello nella piaga della creatività. L’Account è sempre un vaso di coccio fra vasi di ferro, per definizione.
Facevo l’Account, adesso sono un Cliente. Non tornerei più in Agenzia, ma cribbio quanto mi mancano quei tempi…