Rachel Menken. Cliente sorpreso.

Buonasera signore e signori della pubblicità, sono Rachel  o più verosimilmente un cliente. Cliente reale, non un fake di D.D., davvero.

Un cliente che è  ben felice di  poter essere presente su questo blog, un cliente che  è rimasto colpito dai  post  pubblicati in questi primi  giorni.

Un cliente che si aspetta di essere  il principale colpevole di  tutti o quasi i mali di agenzia e invece legge che così non è.

Come cliente questo mi stupisce e mi sorprende.

La nostra categoria di colpe ne ha tante e  errori ne commette parecchi ma da quel che leggo credo che abbiate  problemi che vanno ben oltre la gestione di noi clienti: incertezza sul futuro, mancanza di un management in grado di reggere e governare situazioni  dure, sfruttamento degli stagisti  o stagismo estremo come risposta ai problemi economici.

Ma non è rimasto niente  di bello? Cosa fanno gli stagisti nelle 12,13, 14  ore di lavoro in agenzia? Nelle agenzie ci sono solo super dirigenti e decine di stagisti, non esistono figure intermedie con qualche responsabilità sulle spalle e la voglia di  reagire?  La parola creatività esiste ancora ?

L’idea che ha  o che vorrebbe avere  il cliente delle agenzie  è che siano  osservatori del mondo e centri di  pensiero, dove trovare persone con una marcia in più  o con un punto di vista diverso dal proprio, con cui confrontarsi e magari discutere ma alla fine trovare la soluzione migliore per  fare di un Brand un modello  e uno strumento di seduzione.

Se una agenzia non riesce più a sedurre  i proprio clienti  e ad affascinarne di nuovi  cosa riuscirà a fare per le aziende?

Voglio poter credere che nel vostro  mondo ci sia qualche cosa di più che risentimento, miseria e insoddisfazione, mi  piacerebbe poter pensare, con una punta di invidia, che il vostro lavoro sia spesso più intrigante e soddisfacente del mio.

Buona serata.

Rachel Menken, il cliente.

 

 

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15 Responses to Rachel Menken. Cliente sorpreso.

  1. Ciao cliente,
    io penso e mi auguro che in un prossimo futuro si possa parlare assieme più di marketing e non solo di comunicazione. Seve uno sforzo di integrazione ulteriore a quello fin qui fatto. Poi le stanze dei creativi hanno le porte; apritele e parlate con loro, di idee, di stipendio, di orari, di bocciature da parte di DC non esattamente al passo coi tempi. E allora scegliete l’agenzia. Grossa affidabile con una sigla di morti per nome e lenta, oppure piccola snella inaffidabile e, di solito, con un nome carino. Oppure usatene più di una a seconda delle esigenze. Anche voi come noi imparate a mixare competenze e professionalità da ambiti diversi. Componete voi stessi il team.

  2. Lionsonarms says:

    Complimenti. Tutto giusto…
    Ovvio è che non abbiamo di fronte il cliente “tipo”, quest’ultimo ahimè nn conosce esattamente neanche la definizione di blog. Non voglio fare di tutta l’erba un fascio, ma purtroppo i problemi sono sempre al vertice\radice, ovvero la mancanza di cultura, istruzione nelle aziende è direttamente proporzionale all’incapacità di gestione manageriale di gran parte delle agenzie. È il famoso cane che si morde la coda. Fare comunicazione NON deve essere un lavoro per tutti nè nelle aziende nè nelle agenzie.

  3. Hula says:

    Noiosissimo anche questo post.
    Donald, se non riprendi a parlare male di qualcuno (in forma anonima: un vero eroe!) perderai tutto il tuo seguito dei duemila stagisti.

  4. la D. N. says:

    Cara Rachel, ti risponderò con la convinzione che tu non sia un clone di Donald (non ci sono prove che sia così, ma nemmeno del contrario del resto), e d’altra parte, cosa dovrebbe importare? Che tu sia cliente o meno, e a me piace pensare senza dubbio che tu lo sia, ti risponderò da creativa, una di quelle persone che, quando ho pensato al lavoro che avrebbe voluto fare nella propria esistenza aveva in mente qualcosa di dinamico, stimolante, non noioso, brillante e colorato. Avevo la stessa idea di agenzia che, teoricamente, ha anche il cliente, a ciò che riporti tu.
    Ora come ora, penso che quelle luci sgargianti che vedevo arrivare da questo ambiente, non siano altro che deboli fuochi fatui, che forse la creatività vera esiste solo in agenzie di un certo livello, che non sia per tutti. Anche se, quando leggo i confronti su internet (ma mi è bastato guardare anche solo il viral dell’Advertball su youtube), mi pare che, come si suole dire, tutto il mondo sia paese.

    Posso dirti che, come quando in un rapporto di coppia le cose non vanno splendidamente, la colpa non è mai di uno solo, ma un po’ di entrambi. Posso raccontarti che sono stata in agenzie non proprio ignote, ma nemmeno abnormi, e sì, gli stagisti (anzi stagiste, perché poi non ho mai capito come mai siano quasi sempre ragazze :) ) erano davvero parecchi e quando i senior andavano a casa, spesso loro erano ancora là, a fare quello che i senior non avevano voglia di fare. Non sempre, ma spesso si. E la questione si è sovente risolta in “in caso di onori, senior, in caso di oneri stagisti”. Quindi non è che le figure intermedie, quelle che si presume abbiano più responsabilità, non ci sono, è che a volte usano come cuscinetti per attutire certe cadute chi sta sotto di loro. Io lo chiamerei nonnismo, ma forse è un termine un po’ forte. Comunque, è un lato della medaglia, anzi, del prisma, perché qua di lati ne abbiamo di più di due.
    Un altro errore è che chi sta sopra gli operai della creatività (direttori creativi, account o capi, ma più spesso questi ultimi), soprattutto nelle agenzie di medie dimensioni, tende a far prevalere il proprio volere e il proprio punto di vista su quello degli altri, solo perché al di sopra non c’è nessuno, se non il cliente. Non in base al metro di giudizio “è in brief”/”non è in brief” o “è corretto”/”non è corretto”, ma proprio in base al “mi piace”/”non mi piace”. Un po’ debole come parametro, ma è nove volte su 10 quello che vince. E mi chiedo perché allora far lavorare le persone anche una o due settimane su un brief per poi smontare tutto il lavoro con un “non mi piace”, sterile e senza giustificazioni. Io posso parlare in questo modo solo perché il mio punto di vista è quello di una creativa, magari se fossi un DC o un titolare mi troverei a suonare ben altre campane, ma qua è stato chiesto un punto di vista e io esprimo il mio.

    Per quanto riguarda il cliente, non è che sia poi questa rosa candida. E qua arriviamo all’altro 50% delle colpe. Quando vedo un’affissione in metropolitana dal gusto opinabile, mi viene sempre il sospetto, per esperienza, che dietro ci siano le pressioni di un ufficio marketing. E’ capitato sulla mia pelle, e penso su quella di tanti altri, di ricevere un biref, con delle richieste, una scadenza e tutto il resto. Per la scadenza si consegnano le proposte. Episodio vero: abbiamo elaborato 20 proposte, i prodotti erano 2, quindi 10 proposte per prodotto (a mio avviso troppe, ma i voleri erano questi). Il cliente (che è anche bello in vista) ha scelto una strada. Ogni settimana, da tot mesi fa a oggi, ha modificato prima gli elementi di contorno della pagina. Poi il visual. Poi ha riscritto lui la body. Alla fine anche l’headline è sparito, e ne ha piazzato uno suo, totalmente nuovo e totalmente slegato da concept e visual.
    Ora mi chiedo, ma questo che senso ha? Per carità, uno viene pagato lo stesso per fare anche questi lavori, ma allora che utilità ha affidarsi a un’agenzia se comunque la si deve imbeccare in base ai propri, discutibili, input? Perché esistono i creativi se è il cliente che vuole fare il creativo in primis?

    Mi piacerebbe che, Rachel, se sei davvero cliente, tu me lo possa spiegare. Cosa spinge un cliente a ignorare le proposte da parte dell’agenzia che paga per farsi fare della creatività, per avere dei confronti stimolanti, e a far andare in circolo le sue, di idee? Non ci arrivo. Ok restringere il brief, dare più specifiche, più dettagli, ma…. partire da A e arrivare a Z è un po’ deprimente, dal nostro punto di vista. Parlo per conto di tanti miei altri colleghi, te lo assicuro.
    E l’account, è giusto che faccia da passacarte, che dica sempre “si si”?

    Scusate per la lunghezza del discorso, attendo comunque un’illuminazione da chiunque voglia farlo.

    • rachelmenken444 says:

      ciao a tutti qui è la cliente che durante il giorno lavora e quindi non riesce arispondere in tempo reale. In partcolare ci tengo a rispondere a D.N. su due temi hot : il brief ( e l’incapacità del cliente di passarlo o degli account di filtrarlo) e i passacarte.
      Personalmente detesto i passacarte , esistono anche in azienda e in genere tendo a pestarli .
      Buon pomeriggio da Rachel che torna al lavoro.

  5. rachelmenken444 says:

    Ciao D.N. ti ho promesso una risposta ed eccola qui, spero sia succosa come te la aspetti.

    Il Brief

    Personalmente credo il brief debba contenere almeno tre informazioni fondamentali:

    Cosa vogliamo dire, se è una cosa sola è meglio (a volte una U.S.P.)
    Perchè lo possiamo dire (spesso una reason why)
    Tempi reali di uscita della campagna e di tutte le azioni di comunicazione oggetto di brief (mai barare).

    Se un brief è chiaro non ci possono essere dieci risposte (proposte) diverse.
    Ci sono clienti che non sanno dare brief , vuol dire che hanno le idee poco chiare su quel che fanno e sul perché lo fanno, vanno prima di tutto educati e a volte cazziati.

    Ricordo un Direttore Creativo che arrivava in presentazione con una sola proposta e ricordo anche un Direttore Marketing paralizzato dal terrore.
    Marco Mignani, questo il nome del Direttore Creativo in questione, era sempre più preparato, determinato, convinto del Direttore Marketing che finiva le riunioni con la camicia zuppa di sudore e la classica coda tra le gambe.
    Meglio di un match di pugilato.
    A quelle riunioni ho capito che io all’angolo non ci sarei mai voluta finire e che se avessi incontrato un Mignani nella mia vita lo avrei sfruttato come gran sparring partner.

    Se avete idee, suggerimenti , indicazioni su come vorreste ricevere un brief io sono qui per ascoltare e forse imparare qualche cosa.

    Gli Account
    Junior, senior, manager, direttori servizio clienti, supervisor, director, project manager, managing director, global account director, chief account manager, già con i biglietti da visita va malissimo, al cliente piacerebbe trovare subito il suo unico interlocutore e che sia uno.
    Il suo sparring partner, paziente, acculturato, capace di non mollare una riunione finché non uscirà con un brief decente. Quello che invece succede si riduce a due macro scenari:

    si parla di film o grandi campagne, l’agenzia schiera risorse che sembrano infinite, compreso il Gran Capo Account che in quella occasione si sbatte un casino, salvo non saper mai rispondere a domande precise per le quali deve sempre chiedere a : direttori di produzione, responsabili stampa, case di produzione, amministrazione, direttore finanziario, art buyer, fornitori dei fornitori.

    si parla di B.T.L o di web o di mailing o di punto vendita insomma tutte quelle attività che per noi clienti sono fondamentali tanto quanto uno spot ed ecco che al posto della gran parata di cui sopra si palesa per il brief un ragazzino/ragazzina da solo.
    Il cliente a quel punto si incattivisce e invece del brief parte con il miglior repertorio di supercazzole e di consegne e presentazioni ASAP.

    Il giovane account non sa cosa e come rispondere e se ne torna in agenzia dove – immagino verrà cazziato- da altri account e creativi.
    Ha ragione Suzanne quando afferma che in agenzia gli account sono sottoaculturati, a maggior ragione in un mondo dove i clienti sono meno ignoranti di una volta.
    In azienda far crescere le persone fa parte del lavoro e dell’impegno quotidiano ed è diritto chiedere formazione. Confermo che è vero e che comunque bisogna imparare a chiedere.

    Suzanne perché non ci provi?

    Buona serata da Rachel

  6. suzannefarrell919 says:

    cara Rachel,
    vogliamo iniziare a parlare della questione delicatissima delle cosiddette “scuole” di pubblicità?
    Nessuno mi ha insegnato a fare questo lavoro, eppure oggi è pieno di corsi che ti insegnano a fare l’account. pieno significa pieno, puoi decidere, se vuoi, di imparare a farlo. cosa ti insegnano, invece, dovremmo chiederlo ai soliti che sono riusciti ad occupare le cattedre. come lo fanno, non lo sapremo mai.
    sono davvero curiosa di sapere cosa insegnano a fare alla scuola per Account. tutto sommato, e considerato come arrivano i giovani in agenzia, insegna molto di più la scuola per maghi di Harry Potter, infinitamente di più.
    ci provo, come mi pare ci stiamo provando in molti.

  7. La D.N. says:

    Rachel e Suzanne in un colpo solo sotto un post. Una cliente, un’account e una creativa, se me l’avessero detto non ci avrei mai creduto che potesse essere possibile!

    Rachel, innanzitutto grazie per la risposta, è succosa come mi aspettavo e mi chiarifica un bel po’ di cose. Innanzitutto che i clienti della nostra agenzia dovrebbero essere educati, con la verga di ferro aggiungerei. In realtà sia il discorso con te che quello con Suzanne sono una cosa sola, vanno di pari passo, perché il cliente deve essere educato, ma se dall’altra parte trova il famoso passacarte, abbiamo voglia a cantare. Purtroppo io, da creativa, non potrò mai risolvere la questione, quindi che dire… attendiamo tempi migliori.

    Visto che chiedi idee o suggerimenti su un brief, io vorrei aggiungere un quarto elemento ai tre da te citati. Una cosa che ritengo indispensabile in un brief è la seguente: “a chi stiamo parlando”? Insomma, il target di riferimento. C’è grossa differenza se si parla alla celeberrima casalinga di Voghera o al giovincello smanettone di tecnologia.
    Questo è per noi (o almeno per me) importantissimo per definire il tono della comunicazione: ironico, serio, civettuolo, sopra le righe, e così via. E non solo, oltre ai giochi linguistici ci dice se possiamo osare con una certa iconografia, quale cultura di riferimento dobbiamo richiamare per fare colpo, il background su cui basarci. E il target va specificato perché se è lampante nel momento in cui stiamo cercando di vendere un rasoio elettrico da barba, non lo potrebbe essere altrettanto nel caso di un banale televisore. Ho notato che non è un punto considerato sempre rilevante, ma io lo trovo essenziale per andare a colpo -quasi- sicuro. Si sa come siamo noi creativi, è meglio controllarci dall’inizio, altrimenti ci gasiamo per idee magari divertenti, ma totalmente inopportune.

    Per Suzanne, invece: vuoi sapere cosa insegnano nelle scuole per account? Con mio sommo disappunto potrei illuminarti sulla questione, qualora tu sia interessata. Ma è talmente palloso che mi sa potrebbe rovinare l’atmosfera da salotto pubblicitario che ci siamo create.

    • suzannefarrell919 says:

      cara la D.N., grazie di mantenere alto il valore del salotto senza la noia delle scuole che non insegnano poi molto:)

    • rachelmenken444 says:

      a questo punto ci manca la quarta per il poker o la teiera per il salotto.

      Alla prossima e non dimenticherò il target, hai ragione.

  8. rachelmenken444 says:

    Ciao Suzanne

    sai che non capisco il riferimento alle scuole di pubblicità ?
    Volevo solo darti ragione quando dici che in azienda c’ è più cultura e per cultura intendo : corsi di scrittura , business game/contest interni per stimolare la capacità di produrre idee innovative e farle diventare progetti concreti, gare di cucina ( io non le ho fatte ma giuro che esistono).
    L’azienda se uno vuole dà gli strumenti per crescere professionalmente (tendenzialmente fuori da orario di lavoro quindi la sera , i sabati e volte le domeniche) . Mi chiedevo solo se in agenzia non fosse possibile chiedere quando ci si sente ” sotto”.
    Chiedere di uscire, chiedere di andare a vedere come è il mondo fuori, chiedere di imparare qualche cosa di nuovo magari anche una lingua straniera se non la si parla ed è utile per il lavoro.

    Perdonami invece, se lascio perdere il discorso sugli stipendi , è sempre un qualche cosa di soggettivo e molto critico , anche in azienda credimi.

    Ti auguro una buona notte
    rachel

  9. suzannefarrell919 says:

    ciao Rachel,
    ero assolutamente dalla tua parte! dicevo appunto che un modo potrebbe essere anche quello di guardare cosa si fa nelle scuole per capire da dove partono gli errori. oppure c’è il metodo che consigli tu, formarsi, aggiornarsi, andare in giro e vedere…
    peccato che quando chiedi di fare formazione ti ridono addosso e nenache ti rispondono. ti passa la voglia e le cose inizi davvero a farle da solo.
    buonanotte a te
    Suzanne

    • Nevvero says:

      Non c’è niente da fare: anche nel virtuale le account cominciano i discorsi dando ragione ai clienti!
      :D

  10. suzannefarrell919 says:

    Nevvero, ammetti che aveva ragione in questo caso se la meritava!!! :)

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